2 giugno Festa della Repubblica – da Briaifu’ (Le avventure di Favollo e Gangillo)

Gangillo telefona a Favollo per organizzare una gita al mare con i figli piccoli.

G — Favollo!… ’sa fai domani?
F — Cosa te ne frega di ’osa faccio domani?
G — Vai a fa’ ’na girata, vai ar mare o cosa?
F — Ma cosa te ne frega…
G — Domani è festa. Un ci si va a lavora’… Domani è la festa della Repubblica, ma che testa c’hai?
F — Cosa? La festa dell’aria pubblica?
G — Ma cosa dici?
F — La festa dell’aria pubblica… Perché ti stupiresti? Tra poco, come l’acqua ti venderanno anco l’aria. Un lo sapevi?
G — Ma cosa dici? Ma ti levi di vì…
F — Perché, ti stupiresti se domani il governo Berlusconi ti facesse paga’ l’aria in metri cubici per quanto è grande l’appartamento ’n cui vivi?
G — Ma vai…
F — Be’, potrebbe fatti paga’ ’n base ar metraggio della ’asa l’uso dei ’ondizionatori d’aria in estate e d’aria carda in inverno.
G — Ma cosa t’inventi?
F — Sarebbe utile prevede’ le mosse future di vesto governo: visto che ci vole fa’ paga’ l’acqua, perché non potrebbe farci paga’ anco l’aria? E… a’ fiorentini anco l’acqua di mare ’he ’ngoiano uando vengano a fa’ ’r bagno vì…
G — Ma ti ’heti! Ho letto il discorso d’insediamento che fece Enrico De Nicola nel 1946, quando fu eletto capo provvisorio dello stato. Boia deh! Che ber discorso! Da lucci’oni all’occhi. Farebbe bene a rileggesselo tutto anche il cavaliere nero che un’è zorro, il cavaliere senza macchia e senza paura, ma è un cavaliere che ’na vorta c’aveva un cavallo sotto ir culo ma ora un ce l’ha più. Se vortato un attimo e hoplà, cavallo sparito e ar su posto c’è un ciu’o… Ora voglio proprio vede’ come lo ’omanda. Sai, ir ciu’o se un ha voglia di ’amina’ un camina… Domani è ir 2 giugno…
F — E allora?
G — Allora… allora… Repubbli’a… repubbli’a… Ti dice niente vesta parola vì?
F — Sì! Mi ri’orda Ciampi…
G — Sì! Vai!… Il 2 giugno del 1946 gli italiani andarano a vota’ per ir referendum che ha portato alla nascita della Repubblica Italiana e per l’elezione dell’Assemblea costituente.
Ah! Un ti dimenti’a’ d’anda’ a vota’ ir 12 giugno, m’ arraccomando… C’hai da vota’ 4 vorte sì. Un ti p’oi sbaglia’. Poi te ne p’oi anda’ anco a Calafuria…
F — Sì! Poi, te che siei tanto ’ntelligente mi spieghi ir referendum?
G — Sì! Poi te lo spiego… ’Nsomma domani è ir compleanno della Repubbli’a Italiana. 65 ’andeline…
F — E chi le spenge, Bertolaso?…
G — Oimmena! Un si pole fa’ un discorso serio ’on te! Un ti di’o più nulla della repubbli’a…, però ti leggo ir messaggio der capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola che fece nella seduta dell’Assemblea costituente il lunedì 15 luglio 1946.
F ­— E perché?
G — Perché siei ’gnorante, ecco perché, e perché mi sono ’ommosso uando l’ho letto. Se penso a tutti velli ’he sono lì a chiacchiera’…
Allora, ’omincia ’osì:

PRESIDENTE. Do lettura del messaggio che il Capo provvisorio dello Stato della Repubblica italiana Enrico De Nicola rivolge alla Nazione (Si leva in piedi – Si alzano pure i ministri, i deputati e il pubblico delle tribune – Grida ripetute di: Viva la Repubblica! – Vivissimi, prolungati, reiterati applausi):

“Giuro davanti al popolo italiano, per mezzo della Assemblea Costituente, che ne è la diretta e legittima rappresentanza, di compiere la mia breve ma intensa missione di Capo provvisorio dello Stato inspirandomi ad un solo ideale: di servire con fedeltà e lealtà il mio Paese.
Per l’Italia si inizia un nuovo periodo storico di decisiva importanza. All’opera immane di ricostruzione politica e sociale dovranno concorrere, con spirito di disciplina e di abnegazione, tutte le energie vive della Nazione, non esclusi coloro i quali si siano purificati da fatali errori e da antiche colpe.
Dobbiamo avere la coscienza dell’unica forza di cui disponiamo: della nostra infrangibile unione. Con essa potremo superare le gigantesche difficoltà che s’ergono dinanzi a noi; senza di essa precipiteremo nell’abisso per non risollevarci mai più.
I partiti — che sono la necessaria condizione di vita dei governi parlamentari — dovranno procedere, nelle lotte per il fine comune del pubblico bene, secondo il monito di un grande stratega: marciare divisi per combattere uniti.
La grandezza morale di un popolo si misura dal coraggio con cui esso subisce le avversità della sorte, sopporta le sventure, affronta i pericoli, trasforma gli ostacoli in alimento di propositi e di azione, va incontro al suo incerto avvenire. La nostra volontà gareggerà con la nostra fede. E l’Italia — rigenerata dai dolori e fortificata dai sacrifici — riprenderà il suo cammino di ordinato progresso nel mondo, perché il suo genio è immortale.
Ogni umiliazione inflitta al suo onore, alla sua indipendenza, alla sua unità provocherebbe non il crollo di una Nazione, ma il tramonto di una civiltà: se ne ricordino Coloro che sono oggi gli arbitri dei suoi destini.
Se è vero che il popolo italiano partecipò a una guerra, che — come gli Alleati più volte riconobbero, nel periodo più acuto e più amaro delle ostilità — gli fu imposta contro i suoi sentimenti, le sue aspirazioni e i suoi interessi, non è men vero che esso diede un contributo efficace alla vittoria definitiva, sia con generose iniziative, sia con tutti i mezzi che gli furono richiesti, meritando il solenne riconoscimento — da Chi aveva il diritto e l’autorità per tributarlo — dei preziosi servigi resi continuamente e con fermezza alla causa comune, nelle forze armate in aria, sui mari, in terra e dietro le linee nemiche.
La vera pace — disse un saggio — è quella delle anime. Non si costruisce un nuovo ordinamento internazionale, saldo e sicuro, sulle ingiustizie che non si dimenticano e sui rancori che ne sono l’inevitabile retaggio.
La Costituzione della Repubblica italiana — che mi auguro sia approvata dall’Assemblea, col più largo suffragio, entro il termine ordinario preveduto dalla legge — sarà certamente degna delle nostre gloriose tradizioni giuridiche, assicurerà alle generazioni future un regime di sana e forte democrazia, nel quale i diritti dei cittadini e i poteri dello Stato siano egualmente garantiti, trarrà dal passato salutari insegnamenti, consacrerà per i rapporti economico-sociali i principi fondamentali, che la legislazione ordinaria — attribuendo al lavoro il posto che gli spetta nella produzione e nella distribuzione della ricchezza nazionale — dovrà in seguito svolgere e disciplinare.
Accingiamoci, adunque, alla nostra opera senza temerarie esaltazioni e senza sterili scoramenti, col grido che erompe dai nostri cuori, pervasi dalla tristezza dell’ora ma ardenti sempre di speranza e di amore per la Patria: Che Iddio acceleri e protegga la resurrezione d’Italia!”.

L’Assemblea saluta la fine del messaggio con vivissimi, prolungati, ripetuti applausi.
Roma, 15 luglio 1946

G — Bello eh? E pensa’ che Berlusconi c’ha ’n v’oto di memoria e un se ne ri’orda più di ’osa vor dì alle genti con questo discorso Enrico De Nicola…
F — Forse l’ha antepati’o perché era di Napoli?
G — Mah! Certo i napoletani sono ganzi davvero! O, lo sai perché De Nicola un volle anda’ a vive’ ar Quirinale, sia vando era provvisorio dal 1946 che dopo, quando il 1 gennaio 1948 assunse ’r titolo di presidente della Repubblica?
F — Boh! Si vede che un ni garbava!…
G — Macché! A parte la su’ modestia… Ah! Lo sai che arrivò a Roma per ir su’ ’nsediamento sur una Fiat 1100…

F — E allora? Come ci doveva arriva’, co’ la Rorroisse?
G — Ma che Rorroisse, era senza scorta… Proprio come ora vero? Che bei tempi devan’ esse’ stati velli lì…
Ah! Ma fammi fini’ di di’… Dicevo, a parte la su’ modestia, da napoletano verace era dimorto supe’stizioso. Andò a sta’ a Palazzo Giustiniani, mi’a pe’ rispetto alla monarchia che aveva abitato fino a allora ir Quirinale, ma perché voleva evita’ la jella che doveva porta’ quello che era stato la sede de’ Savoia e prima ancora di papa Pio IX fino ar 1870. Forza de’ napoletani…
F — Mi’a scemo però…
G — Ma te sì!…
F — O, m’avevi detto ’he mi spiegavi der referendum…
G — Sì! Un me lo sono scordato, ma ora sono troppo commosso e mi mancano le parole. Ti telefono domani e te lo spiego. Ciao! Fai festa domani, perché la Repubblica un è da tutti avella…

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