Karol e la speranza


domani beato
presto santo
vicino a tutti noi in vita sei stato
continui ad esserlo dopo che qui ci hai lasciato…

Ti voglio bene, Karol Wojtyła papa Giovanni Paolo II

 
Karol Wojtyła
La speranza che va oltre la fine

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1.
Nel tempo giusto la speranza si innalza da tutti i luoghi
soggetti alla morte —
la speranza ne è il contrappeso,
in essa il mondo, che muore, di nuovo rivela la vita.
Nelle strade i passanti dai corti giubbotti e dai capelli spioventi sul collo
tagliano con la lama del passo
lo spazio del grande mistero
che in ognuno di loro si estende tra morte e speranza:
uno spazio che scorre verso l’alto come la pietra di luce solare
rovesciata all’ingresso del sepolcro.

2.
In questo spazio, la più perfetta misura del mondo
TU SEI
e dunque ho un senso, e scivolare nella tomba,
passare nella morte —
disfarmi nella polvere d’irripetibili atomi
è per me parte della Tua Pasqua.

3.
Sono un viandante sullo stretto marciapiede della terra,
in mezzo corrono macchine, partono razzi interplanetari…
dappertutto un moto centrifugo,
    (l’uomo… sola scheggia di mondo che abbia un moto diverso…)
questo moto non giunge al nucleo immortale,
non libera dalla morte —
    (l’uomo… sola scheggia di mondo che abbia un moto diverso…)
sono un viandante sullo stretto marciapiede della terra,
e non distolgo il pensiero dal Tuo Volto
che il mondo non mi svela.

4.
Ma la morte è un’esperienza finale,
e ha sapore d’annientamento —
con la speranza le strappo il mio “io”, glielo devo strappare,
superare così l’annientamento…
allora, d’intorno, si levano grida, si leveranno di nuovo:
“Sei pazzo, Paolo, sei pazzo!” (1)
— ed ecco contro me stesso
e contro una moltitudine combatto per la mia speranza –
in me non la sostiene
nessuno strato di memoria,
nello specchio in cui tutto passa non trova un riflesso
ma soltanto nel Tuo Passaggio pasquale,
a cui si lega l’iscrizione più profonda del mio essere.

5.
E così m’iscrive in Te la mia speranza,
fuori di Te non posso esistere —
quando innalzo il mio “io” sopra la morte
svellendolo da un suolo di sterminio,
questo avviene
perché esso sta in Te
come nel Corpo
che dispiega la sua potenza sopra ogni corpo umano
e rinnova il mio “io”, cogliendolo da un suolo di morte
in figura diversa eppure tanto fedele,
dove il corpo della mia anima e l’anima del mio corpo ritornano a congiungersi
fondando sulla Parola, per sempre, la vita fondata prima sulla terra,
dimenticando ogni affanno, come al levarsi, nel cuore, d’un Vento improvviso
al quale nessun uomo vivente può resistere
— né le cime dei boschi, né in basso le radici che si fendono.
Il Vento mosso dalla Tua mano, ecco, diviene Silenzio.

6.
Gli atomi dell’uomo antico fanno compatta la gleba
primordiale del mondo ch’io raggiungo con la mia morte,
li innesto in me definitivamente
per trasformarli nella Tua Pasqua — che è il Tuo PASSAGGIO.


(1) Cfr. At. 26,24: «Festo a gran voce disse: “Sei pazzo, Paolo; la troppa scienza ti ha dato al cervello”».

 
Trad. it. di A. Kurczab e M. Guidacci in Karol Wojtyła, Tutte le opere letterarie, Bompiani, Milano 2005, p. 101

 
 
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