Manifesto dei giovani di Gaza

Nel dicembre 2010 un gruppo anonimo di studenti della striscia di Gaza, i GYBO (i Gaza Youth Breaks Out, che nei mesi seguenti diventeranno la colonna portante del Movimento 15 marzo) avevano pubblicato su Facebook un manifesto politico che rompeva decisamente con la retorica e i pregiudizi a cui siamo abituati. I giovani di Gaza lanciavano un appello per la ribellione contro l’occupazione israeliana ma anche contro il potere repressivo e autoritario di Hamas, l’organizzazione palestinese che attualmente controlla la striscia di Gaza.
Leggendo il manifesto si ha l’impressione che questi giovani siano uguali a quelli che potremmo incontrare a Roma, Tokyo o New York: lontanissimi dallo stereotipo degli islamici diffuso in Occidente, sono giovani ribelli, giovani che vogliono vivere senza le sbarre dell’occupazione sionista e senza le gabbie delle “stronzate religiose”. Giovani, come i giovani ovunque nel mondo, come le persone che ovunque al mondo rivendicano la propria libertà.

All’inizio di gennaio Vittorio Arrigoni scriveva nel suo blog:

“Qualcuno mi ha chiesto, dall’Italia, se conosco le identità degli autori del Manifesto. Certo che li conosco. Sono la stragrande maggioranza degli under 25 che a Gaza incontri nei caffè, al di fuori dell’università, per strada con le mani nelle saccocce vuote di soldi, di impieghi, di prospettive per l’avvenire ma gonfie di lutto e rabbia sottaciuta. Che adesso hanno manifestato.
Si chiamano Ahmed, Mahmoud, Mustafa, Yara, ma potrebbero essere i nostri Giovanni, Paolo, Antonio, Elisabetta che in queste settimane hanno combattuto pacificamente nelle piazze italiane con le armi della consapevolezza quella lotta persa dai padri per resa.
Come tutte le rivoluzioni cibernetiche, potrebbe essere neve che si scioglie al primo sole. A Gaza si è però convinti che questo è un primo solco per far dare voce a chi finora ha subito in silenzio”.

Vittorio parla di questo manifesto come se fosse una cosa ovvia. E forse esso ci aiuta a comprendere lo spirito con il quale egli si trovava a Gaza, il senso della sua scelta di essere un gazawi (cittadino di Gaza); a motivarlo non era lo spirito umanitario e nemmeno l’odio verso Israele (come dicono i sionisti e la destra italiana), ma la voglia di proseguire “quella lotta persa dai padri”, dai nostri padri cioè. O anche dai nonni. In Italia i partigiani non avevano forse combattuto simultaneamente contro l’occupazione tedesca e per la libertà e la giustizia sociali? I nazisti furono sconfitti, ma i fascisti sono ancora al governo (o ci stanno altri diversi e forse peggiori dei vecchi fascisti).
Come per i nostri nonni partigiani la lotta non era semplicemente quella antinazista, così per i gazawi la lotta non è semplicemente antisionista.

Forse, non si tratta semplicisticamente di contrapporre israeliani e palestinesi, o addirittura ebrei e arabi (per non dire antisemiti e anti-islam). Negli ultimi dieci anni il governo israeliano sembra avere fatto del suo meglio per rafforzare i gruppi autoritari e terroristici nella striscia di Gaza (d’altro canto, certo, i dirigenti palestinesi non hanno smesso di proporsi la completa distruzione di Israele); e, per combattere quelli, ha massacrato i palestinesi, vittime di un’aggressione sionista esterna e di una politica repressiva interna che si sostengono a vicenda. Vittime di un modello autoritario in cui anche la divisione artificiale tra “ebrei” e “arabi” risulta funzionale al mantenimento di un sistema segregativo, di cui ora sono vittime specialmente i palestinesi, ma di cui finiamo tutti per fare le spese.

Parimenti, il fatto che quello di Hamas sia un potere antidemocratico e che usi metodi brutali e terroristici, sia verso gli israeliani sia verso il suo popolo, non discolpa affatto Israele (un po’ allo stesso modo per cui il fatto che ci siano dei ladri anche nella giunta di Vendola non assolve i ladri del Pdl, o viceversa).
I sionisti, infatti, da anni ripetono sempre lo stesso disco: “Siete contro Israele, e non vedete che quelli di Hamas sono dei terroristi; chiedete democrazia da Israele, ma sono i palestinesi a essere antidemocratici; e quando reclamate democrazia da Israele, ragionando a senso unico, siete antisemiti”.
Sembra sempre di stare all’asilo: “Ma è stato lui a incominciare! Ma anche lui è cattivo!” (In Italia, da Craxi in poi, siamo arrivati alla sintesi dell’asilo, con i politici delinquenti che, stravaganti, si richiamano al Vangelo, facendolo a pezzi: “Siamo tutti peccatori, anche voi, quindi non rompetemi le palle e lasciatemi rubare in pace”).

Invece no, il fatto di criticare l’autoritarismo di Hamas o la corruzione di Al-Fatah o di altri gruppi palestinesi, non implica affatto giustificare la politica israeliana, che resta una concausa dello sfacelo attuale — e ovviamente, dal punto di vista di un palestinese, resta il nemico principale.
Sempre Vittorio Arrigoni in un suo post ricordava a questo proposito la risposta degli studenti di Gaza a coloro che, per il fatto di criticare Hamas, li accusavano di essere con Al-Fatah, oppure, per il fatto di criticare i dirigenti palestinesi in generale, di essere dalla parte degli occupanti israeliani:

“Noi siamo giovani che vogliono lavorare per il popolo, noi denunciamo la miseria in cui viviamo, che ci spinge a denunciare la divisione delle fazioni, a rifiutare la loro lotta, perché non ci stanno aiutando. Ma più di Fatah e Hamas, che sono palestinesi come noi, soprattutto noi denunciamo l’occupante e il suo burattino, la comunità internazionale che non riesce, giorno dopo giorno, a compiere il suo dovere di imporre sanzioni a Israele”.

Chiarito ciò, ecco il Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento che è stato pubblicato su Peace Reporter il 3 gennaio 2011.

Manifesto GYBO dei giovani di Gaza per il cambiamento
Tratto da Peace Reporter – Manifesto dei giovani di Gaza
Traduzione a cura di Chiara Baldini

Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo Onu. Vaffanculo Unrwa. Vaffanculo Usa! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale!

Vogliamo urlare per rompere il muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; vogliamo urlare con tutta la forza delle nostre anime per sfogare l’immensa frustrazione che ci consuma per la situazione del cazzo in cui viviamo; siamo come pidocchi stretti tra due unghie, viviamo un incubo dentro un incubo, dove non c’è spazio né per la speranza né per la libertà. Ci siamo rotti i coglioni di rimanere imbrigliati in questa guerra politica; ci siamo rotti i coglioni delle notti nere come il carbone con gli aerei che sorvolano le nostre case; siamo stomacati dall’uccisione di contadini innocenti nella buffer zone, colpevoli solo di stare lavorando le loro terre; ci siamo rotti i coglioni degli uomini barbuti che se ne vanno in giro con le loro armi abusando del loro potere, picchiando o incarcerando i giovani colpevoli solo di manifestare per ciò in cui credono; ci siamo rotti i coglioni del muro della vergogna che ci separa dal resto del nostro Paese tenendoci ingabbiati in un pezzo di terra grande quanto un francobollo; e ci siamo rotti i coglioni di chi ci dipinge come terroristi, fanatici fatti in casa con le bombe in tasca e il maligno negli occhi; abbiamo le palle piene dell’indifferenza da parte della comunità internazionale, i cosiddetti esperti in esprimere sconcerto e stilare risoluzioni, ma codardi nel mettere in pratica qualsiasi cosa su cui si trovino d’accordo; ci siamo rotti i coglioni di vivere una vita di merda, imprigionati dagli israeliani, picchiati da Hamas e completamente ignorati dal resto del mondo.

C’è una rivoluzione che cresce dentro di noi, un’immensa insoddisfazione e frustrazione che ci distruggerà a meno che non troviamo un modo per canalizzare questa energia in qualcosa che possa sfidare lo status quo e ridarci la speranza. La goccia che ha fatto traboccare il vaso facendo tremare i nostri cuori per la frustrazione e la disperazione è stata quando il 30 Novembre gli uomini di Hamas sono intervenuti allo Sharek Youth Forum, un’organizzazione di giovani molto seguita con fucili, menzogne e violenza, buttando tutti i volontari fuori incarcerandoni alcuni, e proibendo allo Sharek di continuare a lavorare.

Alcuni giorni dopo, alcuni dimostranti davanti alla sede dello Sharek sono stati picchiati, altri incarcerati. Stiamo davvero vivendo un incubo dentro un incubo. È difficile trovare le parole per descrivere le pressioni a cui siamo sottoposti. Siamo sopravvissuti a malapena all’Operazione Piombo Fuso, in cui Israele ci ha bombardati di brutto con molta efficacia, distruggendo migliaia di case e ancora più persone e sogni.

Non si sono sbarazzati di Hamas, come speravano, ma ci hanno spaventati a morte per sempre, facendoci tutti ammalare di sindromi post-traumatiche visto che non avevamo nessuno posto dove rifugiarci. Siamo giovani dai cuori pesanti. Ci portiamo dentro una pesantezza così immensa che rende difficile anche solo godersi un tramonto. Come possiamo godere di un tramonto quando le nuvole dipingono l’orizzonte di nero e orribili ricordi del passato riaffiorano alla mente ogni volta che chiudiamo gli occhi? Sorridiamo per nascondere il dolore. Ridiamo per dimenticare la guerra. Teniamo alta la speranza per evitare di suicidarci qui e adesso. Durante la guerra abbiamo avuto la netta sensazione che Israele voglia cancellarci dalla faccia della Terra.

Negli ultimi anni Hamas ha fatto di tutto per controllare i nostri pensieri, comportamenti e aspirazioni. Siamo una generazione di giovani abituati ad affrontare i missili, a portare a termine la missione impossibile di vivere una vita normale e sana, a malapena tollerata da una enorme organizzazione che ha diffuso nella nostra società un cancro maligno, causando la distruzione e la morte di ogni cellula vivente, di ogni pensiero e sogno che si trovasse sulla sua strada, oltre che la paralisi della gente a causa del suo regime di terrore. Per non parlare della prigione in cui viviamo, una prigione giustificata e sostenuta da un paese cosiddetto democratico.

La storia si ripete nel modo più crudele e non frega niente a nessuno. Abbiamo paura. Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Abbiamo paura di vivere, perché dobbiamo soppesare con cautela ogni piccolo passo che facciamo, viviamo tra proibizioni di ogni tipo, non possiamo muoverci come vogliamo, né dire ciò che vogliamo, né fare ciò che vogliamo, a volte non possiamo neanche pensare ciò che vogliamo perché l’occupazione ci ha occupato il cervello e il cuore in modo così orribile che fa male e ci fa venire voglia di piangere lacrime infinite di frustrazione e rabbia!

Non vogliamo odiare, non vogliamo sentire questi sentimenti, non vogliamo più essere vittime. BASTA! Basta dolore, basta lacrime, basta sofferenza, basta controllo, proibizioni, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro orribile, presente che ti spezza il cuore, politica perversa, politici fanatici, stronzate religiose, basta incarcerazioni! DICIAMO BASTA!
Questo non è il futuro che vogliamo!
Vogliamo tre cose. Vogliamo essere liberi. Vogliamo poter vivere una vita normale. Vogliamo la pace. È chiedere troppo? Siamo un movimento per la pace fatto dai giovani di Gaza e da chiunque altro li voglia sostenere e non si darà pace finché la verità su Gaza non venga fuori e tutti ne siano a conoscenza, in modo tale che il silenzio-assenso e l’indifferenza urlata non siano più accettabili.

Questo è il manifesto dei giovani di Gaza per il cambiamento!
Inizieremo con la distruzione dell’occupazione che ci circonda, ci libereremo da questo carcere mentale per riguadagnarci la nostra dignità e il rispetto di noi stessi. Andremo avanti a testa alta anche quando ci opporranno resistenza. Lavoreremo giorno e notte per cambiare le miserabili condizioni di vita in cui viviamo.
Costruiremo sogni dove incontreremo muri.

Speriamo solo che tu — sì, proprio tu che adesso stai leggendo questo manifesto! — ci supporterai. Per sapere come, per favore lasciate un messaggio o contattaci direttamente a: freegazayouth@hotmail.com

Vogliamo essere liberi, vogliamo vivere, vogliamo la pace.
LIBERTÀ PER I GIOVANI DI GAZA!

Il Movimento 15 marzo


I temi di GYBO sono stati raccolti dal “Movimento 15 marzo”, dalla data di una grande manifestazione per la riconciliazione nazionale. Il Movimento chiede l’unificazione tra la Cisgiordania e la striscia di Gaza, quindi la riconciliazione tra Fatah, che controlla la Cisgiordania, e Hamas che controlla Gaza, e in generale il superamento della lotta omicida tra le fazioni in cui sono divisi i dirigenti palestinesi. Il Movimento auspica il superamento dei vecchi partiti e l’affermazione di principi di libertà, uguaglianza e giustizia.

Per la cronaca, stando al racconto che ne ha fatto Vittorio Arrigoni, a Gaza la manifestazione festosa del 15 marzo si è conclusa con un attacco brutale delle forze di sicurezza di Hamas:

Hamas decideva di terminare la festa a modo suo: centinaia di poliziotti e agenti in borghese hanno accerchiato l’area, e armati di bastoni hanno assaltato brutalmente i manifestanti pacifici, dando alle fiamme le tende e l’ospedale da campo.
Circa 300 i ragazzi feriti, per la maggior parte donne, una decina con fratture. Per tutta la notte di ieri fuori dall’ospedale Al Shifa, nel centro di Gaza city, poliziotti arrestavano i contusi mano a mano che venivano rilasciati dal pronto soccorso.
Molti gli attacchi ai giornalisti, ai quali sono stati confiscati telecamere e macchine fotografiche. Ad Akram Atallah, giornalista palestinese è stata spezzata una mano. Samah Ahmed, giovane collega di Akram, è stata colpita da un fendente di coltello alle spalle. Asma Al Ghoul, nota blogger della Striscia è stata ripetutamente percossa dagli agenti in borghese mentre cercava di soccorrere l’amica ferita.
Le forze di sicurezza di Hamas hanno convogliato l’attacco nel centro della piazza Katiba, dove si concentrava il presidio delle donne, figlie e madri di una Gaza che hanno conosciuto la gioia della speranza di un cambiamento, per poi risvegliarsi alla cruda realtà dopo un breve sogno.

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