La differenza tra Israele e un gruppo di terroristi ubriachi

Vittorio Arrigoni si era trasferito a Gaza dal 2008 ma già in precedenza, come membro dell’International Solidarity Movement, si era interessato alla causa palestinese e aveva viaggiato nei territori occupati.
Nel 2005 il governo israeliano l’aveva inserito nella lista nera a causa delle sue posizioni critiche nei confronti del “regime sionista”. Di conseguenza, quando verso la Pasqua di quell’anno si presentò all’ingresso di Israele, venne prelevato e picchiato dai militari israeliani.
Vittorio era critico anche nei confronti dell’autoritarismo del “governo” di Hamas e dei metodi terroristici usati dai dirigenti palestinesi. E infatti è stato ucciso da un gruppo di terroristi palestinesi… o forse dalla stessa Hamas.
La differenza tra la “cellula impazzita” di terroristi palestinesi e il governo israeliano, è che i primi hanno ucciso Vittorio Arrigoni, mentre il secondo l’ha solo rapito, imprigionato e picchiato varie volte dal 2005 in poi. Il grado di civiltà dello stato di Israele in paragone ai fondamentalisti palestinesi di Hamas si rileva da ciò, che finora gli israeliani l’avevano lasciato in vita.
Naturalmente non si tratta di un privilegio particolare di Israele: di solito uno stato chiama “patrioti” i propri soldati che si comportano da terroristi, e i governi parlano di “difesa” quando organizzano una strategia del terrore. Nel caso di Israele — con la destra radicale al potere dal 2001 — le pratiche brutali e terroristiche vengono chiamate “pace e sicurezza”.

Micaela Crippa, Picchiato da cinque soldati israeliani
Giornale di Merate, aprile 2005 (ripubblicato dall’autore nel suo blog il 5 maggio 2005)

È stato trattenuto in frontiera da soldati israeliani per otto ore, caricato su un autobus e picchiato selvaggiamente da cinque militari.
Se non fossero intervenuti i soldati giordani, probabilmente Vittorio Arrigoni 30 anni, sarebbe stato travolto da un autobus.
Questo è il bilancio della terribile avventura che il giovane ha subito alla vigilia di Pasqua. Attualmente il trentenne si trova ancora presso l’hotel Concorde ad Hamman, dove lo abbiamo contattato telefonicamente. Il suo arrivo in Italia è previsto per i prossimi giorni. Arrigoni, residente in paese in via Giovanni XXIII, da anni è impegnato come scudo umano per proteggere le popolazioni palestinesi, e come ogni anno, l’altra settimana, si è recato prima in Giordania, per poi passare la frontiera israeliana. Da qui ha avuto inizio l’incubo.

“Sono arrivato in frontiera alle 9 — ci ha raccontato il trentenne — avevo un passaporto nuovo, perchè il vecchio era scaduto e dovevo recarmi in Palestina da alcuni amici che mi stavano aspettando. Uno di loro è gravemente malato e dovevo portare dei soldi per le sue cure mediche. Quando l’addetta ai controlli ha verificato il mio nome al terminale, ha avuto un sobbalzo. Ho capito che non sarebbe stato facile, ma non avevo idea di quello che sarebbe successo”.

Da qui è iniziato un lungo interrogatoio.

“I militari israeliani hanno incominciato a torchiarmi chiedendomi ripetutamente se ero un delinquente. Hanno effettuato un controllo assurdo al mio bagaglio, spaccando anche alcuni regali che vi erano contenuti. Mi hanno manomesso il cellulare che ora non funziona più. Dopo una mattinata trascorsa in questo modo mi hanno consentito di chiamare l’ambascita italiana. Il personale italiano mi ha invitato alla calma assicurandomi che mai mi avrebbero fatto del male, visto che Isarele è un paese amico”.

Evidentemente le cose sono andate diversamente.

“Ho subito minacce di arresto — ha aggiunto il trentenne — ma nessuno è stato in grado di spiegarmi il perchè io sono sulla così detta “black-list”, cioè la lista nera. Mi hanno ripetuto che non potevo passare per motivi di sicurezza. Poi sono arrivati tre militari, credo fossero di un corpo speciale, perchè erano alti circa un metro e novanta e pesavano intorno ai cento chili. Uno di loro mi ha detto che avrebbero dovuto muovere violenza contro di me. Ho pensato che l’unica cosa che potessi fare era ispirarmi a Ghandhi. E così ho fatto. Non ho opposto alcuna resistenza. Sono stato sollevato di peso e portato in un autobus”.

Erano circa le 17. Quando le porte si sono chiuse, ci ha spiegato ancora il trentenne, è iniziato il peggio.

“Altri due militari attendevano a bordo del pullman di cui una era una donna — ha aggiunto ancora il bulciaghese — Hanno iniziato a picchiarmi selvaggiamente sul volto e a prendermi a calci. Io portavo un ciuffo di cappeli raccolti in una treccina, che mi hanno strappato dal capo. Il tutto è durato per circa quattro minuti, il tempo di raggiungere il confine con la Giordania. Ma ho pensato che mi avrebbero ucciso. E stata un’eternità. Poi mi hanno buttato al di là della frontiera in territorio giordano, gettandomi addosso la treccina che mi avevano strappato. Se i militari giordani non mi avessero raccolto, mi avrebbero travolto con l’autobus”.

Il giovane è stato poi medicato in frontiera e condotto in albergo dove ha avvisato l’ambasciata di quanto era successo.

“I militari giordani hanno fatto rapporto su quanto hanno visto. Io ho lividi sparsi per tutto il corpo che attestano quanto è successo, ma le ferite più profonde sono nella mia anima. Non sono più un uomo libero, perchè non posso andare dove voglio. Quello che mi sorprende è che Israele sia indicata come l’unica democrazia del Medio Oriente”.

Della vicenda di Vittorio Arrigoni si è occupata nei giorni scorsi anche Radio Popolare che ha chiamato il giovane e ha mandato in onda una testimonianza in diretta.

Questa voce è stata pubblicata in politica e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.