Don Giuseppe Spaggiari, un non eroe di Livorno

Da sinistra, don Roberto Angeli, don Spaggiari e don Renato Roberti

Come ho detto in un altro articolo, da adolescente frequentavo la Parrocchia di San Matteo, guidata da don Renato Roberti nel periodo in cui era presente don Luciano Musi come cappellano. Come risaputo, don Renato era amico di don Roberto Angeli, che ho conosciuto nella bellissima estate del 1972 durante un soggiorno a Fai della Paganella (TN) con don Luciano e i ragazzi della parrocchia (alcuni dei quali non risponderanno più all’appello). Uno di loro ha poi seguito la vocazione del sacerdozio, tale don Italo Caciagli della parrocchia San Pio X, che essendo cresciuto spiritualmente con don Renato ne ricorda lo spirito religioso.

Fatta questa premessa, vorrei parlare di don Giuseppe Spaggiari che, assieme a personaggi come don Roberto Angeli, don Renato Roberti e monsignor Giovanni Piccioni, fa parte di quell’ambiente religioso livornese in tempo di guerra descritto nell’articolo già citato.
Mi torna in mente in questi giorni in cui si parla di rivolte e di guerre. Le guerre di oggi non hanno niente a che vedere con quelle che i nostri padri o nonni hanno vissuto: sono più lontane, meno spaventose per noi, non ci toccano nei nostri cari, o ci toccano poco (i militari impiegati nelle missioni sono volontari e come tali fanno le proprie scelte di vita), non ci toccano  le nostre tavole imbandite e neanche ci tocca il nuovo sport della nostra società: lo shopping e la politica. Il primo è lo sport del movimento delle gambe nel camminare e delle braccia per tirar fuori di tasca il borsellino o più verosimilmente la “credit card” dal taschino, il secondo è quello del muovere le dita nello sfogliare giornali e fare “zapping” con il telecomando, perché la TV di Stato è proprio “di stato” e chi non ha le stesse idee cerca qualche TV di voce diversa e proprio allora viene fatto lo sport più antico del mondo: ascoltare e mettere in moto i muscoli, nervi e quant’altro venga stimolato dal cervello al ricevimento di notizie riguardanti la politica.

Ma certamente, oggi come allora, ci sono ancora gli eroi di guerra, cioè coloro che, in dispregio del pericolo e anche delle divisioni tra amici e nemici, si sono spesi per salvare vite umane e per soccorrere coloro che si trovavano in difficoltà. Lo fanno senza bisogno di ricevere un ordine dai superiori, senza che l’esercito, il partito o la chiesa glielo chiedano. Lo fanno senza essere accompagnati dalle trombe, al limite senza che nessuno lo sappia. Lo fanno senza vanti e quasi senza merito, perché secondo loro è un dovere naturale soccorrere chi ha bisogno.
Di questo genere di uomini era don Giuseppe, un eroe silenzioso e nascosto della Resistenza italiana, di questo genere era la guerra che egli ha continuato a combattere anche dopo la fine della Resistenza.

Don Spaggiari l’anti-eroe «Macché medaglie, ho fatto solo il mio dovere»
Il Tirreno di Livorno, 31 gennaio 2011

LIVORNO. «Macché eroe-partigiano, macché azioni straordinarie. Io ho fatto il preteee». Te lo dice con quelle “e” che si dilungano a dar forza al concetto. Non c’è verso di farglielo ammettere a padre Giuseppe Spaggiari che quello che ha fatto quasi settant’anni fa, tanto ordinario non era. Scusi padre, vorrà pur dire qualcosa se ha rischiato più volte la pelle per mettere in salvo decine di ebrei livornesi dai rastrellamenti delle SS? Ordinaria amministrazione? «In tempo di guerra era l’ordinario — controbatte con una risata — un prete non deve aiutare i poveri? Non deve aiutare chi ha fame?». Ok, allora quel centinaio e più di prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento che lei soccorse per mesi tra le colline del Serchio? «Poveri e affamati anche loro. Ho fatto assistenza — si impunta — solo assistenza».
C’è da capirlo: questo frate vecchio stampo che per verve e arguzia pare uscito da un libro di Guareschi, alle soglie delle 94 primavere («son nato a Pietrasanta il 3 settembre ’17») non ci si vede proprio inserito in una trama spy-story alla Ken Follet o in un salone agghindato a ricevere medaglie. I ricordi di guerra li ha tenuti ben nascosti nella sua celletta del convento della SS. Annunziata dei Servi di Maria di Firenze. È lì dal ’78, dopo una vita passata tra le panche delle chiese livornesi. «Medaglie?», la banalità del bene si sgrana in quattro parole, come un rosario: «Ho fatto tutto per amore di Dio».

Eroe? No, portaborse. Eppure di materiale per celebrarlo ce ne sarebbe eccome: dove la sua memoria fallisce vengono in soccorso quattro paginette di un diario depositato all’Istituto storico della Resistenza di Firenze. Lì c’è scritto, per esempio, come nel febbraio ’44 fece arrivare al Comando clandestino di Roma notizie sulla Divisione Goering e una mappa dettagliata di tutte le fortificazioni costruite dai tedeschi nella Valle del Serchio fino al Passo delle Radici.  «Nel dicembre ’43 sfollai a Ponte a Moriano — ricorda — conoscevo alcuni impiegati della Todt e riuscii anche a far arrivare ai partigiani di Pippo (il comandante Manrico Duccheschi a capo della brigata della zona, ndr) un grafico ricopiato negli uffici del Comando tedesco». Insomma, tutta roba da preti? «Si capisce, ho aiutato i partigiani così come gli ebrei, e l’avrei fatto anche per i protestanti: e dirò di più, ho soccorso anche qualche tedesco in difficoltà. Potevo agire altrimenti?».  La domanda affiora prepotente: di quanti Perlasca, Oskar Schindler, Mario Canessa non verremo mai a conoscenza? Perché anche lei è rimasto sempre in silenzio? «Perché ho fatto poco poco, ero un portaborse, uno di seconda fila: quello che ho fatto, l’ho fatto trainato o per amicizia. Mi sono accodato a don Roberto Angeli, era lui l’anima di tutto. Armando Diaz ha vinto la battaglia del Piave, chi si ricorda dei suoi soldati?».
Don Angeli però di lui si è ricordato. Nel suo libro più famoso, Vangelo nei lager, dedica due pagine intere a padre Spaggiari: con lui, scrive, «fummo un “duetto” inseparabile in ogni impresa». I due preti organizzarono il trasferimento di 24 ebrei dall’ospedalino israelitico di via degli Asili a una palazzina di via Nardini. Quattro notti per trasferire letti, bagagli e masserizie.

Altro che burle. «Me lo ricordo bene, — dice — la notte del 14 novembre 1943 ho forzato io la serratura della porta della palazzina per farli entrare. Ci stava un mio conoscente sfollato, di fronte c’era la casa di monsignor Balzini». Per i successivi 5 mesi il gruppo di don Angeli procurò viveri, acqua, vestiario e documenti falsi anche a un’altra ottantina di ebrei nascosti in via Micali. Lui, mentre rilegge, ride di gusto: «Ne ho fatte di marachelle, eh?».
Oggi gli archivi storici restituiscono dati impressionanti: il gruppo di don Angeli in contatto con gli ambienti vaticani (dalla marchesa Giuliana Benzoni alla “primula rossa” monsignor Hugh O’Flaerty fino all’ambasciatore inglese presso la Santa Sede sir D’Arcy Osborne) riuscì ad imbastire una campagna di assistenza per qualcosa come 1.600 soldati alleati sparsi per mezza Toscana. Più difficile risalire al numero di famiglie ebree soccorse.

In mutande per un soldato. «Per conto mio — scava nella memoria padre Spaggiari — posso dire che vicino alla chiesa dove sfollai nel Lucchese c’erano i campi di concentramento 704 e 705 da cui dopo l’8 settembre ’43 fuggirono quei 120 soldati sudafricani e inglesi a cui offrimmo assistenza fino all’arrivo delle truppe alleate nel settembre dell’anno dopo». Don Angeli e suo padre Emilio facevano la spola tra Roma e le zone dove i militari si erano dati alla macchia. «Portavano soldi, abiti, viveri — dice padre Spaggiari — e io, con l’amico Guglielmo Giannecchini, li andavo a scovare uno per uno. Ricordo che mi davano da scrivere lettere e perfino i biglietti di Natale per le famiglie».  Spaggiari fece arrivare ai partigiani della zona anche delle armi che i soldati di Badoglio avevano nascosto nel giardino delle suore della casa di cura di via Montebello: 21 moschetti con più di 700 colpi, 20 bombe a mano e 6 pistole. «Nascondemmo le armi in un saccone — racconta — e le infilammo nel barroccio tra la mobilia pronta a raggiungere la mia famiglia sfollata. Se l’avesse saputo la mia mamma…».  Un’altra volta rimase senza pantaloni per aiutare un soldato. «Alla stazione S. Marco di Livorno c’erano decine di marinai italiani di stanza all’Isola d’Elba stipati in carri merci pronti per essere spediti in Germania. Venne un bombardamento: molti fuggirono, altri si ferirono. Arrivai in soccorso con don Angeli portando degli abiti borghesi: l’ospedale era piantonato dai tedeschi, li avrebbero catturati subito. Solo che i vestiti non bastarono, così regalai i miei pantaloni a un soldato ferito. E rimasi in mutande».

Meglio un castagnaccio. Possibile che mai nessuno davvero abbia pensato a dargli un riconoscimento per ciò che ha fatto? «Ci provarono gli americani a guerra finita: quante am-lire vuoi — mi chiesero — per gli aiuti dati ai nostri prigionieri? Non volli un centesimo, ma per un po’ ho conservato l’attestato in inglese firmato dal comandante Harold Alexander in persona». E oggi accetterebbe un riconoscimento? Ci pensa su, poi sbotta in una risata e dice: «Mi basterebbe un bel castagnaccio».

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