Il nucleare e i dubbi della scienza

Galilei è stato il fondatore della scienza moderna, ma ha sempre rivendicato il titolo di “filosofo naturale”, e come tale ha impostato anche in modo nuovo i rapporti tra la scienza, la filosofia e la religione.

Isaac Asimov scrive: “Oggi l’uomo conosce abbastanza per uccidere un miliardo di uomini in un giorno con un atto della sua volontà. O l’umanità imparerà meglio a conoscere se stessa, o saremo tutti condannati”.
Infatti, se un uomo usa un martello per uccidere un altro uomo, è il martello ad essere pericoloso in sé o è l’uomo che lo ha usato?
E una centrale nucleare? È essa stessa di per sé ad essere pericolosa o sbagliata nei confronti della natura delle cose, oppure è l’uomo che ne fa un grosso potenziale pericoloso per l’umanità e l’ambiente?

Ogni giorno ci si chiede se la scienza debba essere considerata o meno in rapporto alla morale, se sia giusto limitarla nella sua indagine oppure abbia più senso limitare l’uso delle scoperte. Ma a chi competerebbero tali limitazioni? Alla religione, ai governi, ai popoli, agli scienziati stessi, oppure alla scelta di ogni essere umano?

Tornando indietro con la memoria al disastro di Chernobyl, quando tutto dipendeva da una direzione del vento, da circostanze meteorologiche non certamente controllabili, dopo migliaia di anni di “emancipazione” eravamo ritornati là dove era cominciata la lunga marcia della civiltà: la paura di fronte all’inevitabile.
Niente è cambiato oggi con Fukushima, dove la radioattività è stata segnalata anche in Cina, sebbene non abbia creato allarme per la popolazione.
Come babbo natale, l’oscura nube vaga nei cieli di ogni dove, a cavallo dei venti si lascia trasportare e distribuisce l’unico dono di cui è in possesso e non a tutti in parti uguali. Non è equa e non è eco…
Il giornalista Heinrich Jaenecke affermava: ”Chernobyl ha dimostrato che la civiltà atomica presuppone gli uomini infallibili, e che quindi è inumana”.
Niente di più vero.

Così come la scienza deve cercare di recuperare una più unitaria e larga immagine del mondo, rapportandosi alle altre attività teoretiche e pratiche, così lo scienziato deve abbandonare il suo isolamento e caricarsi delle sue responsabilità, non solo nel campo conoscitivo, ma anche sociale ed etico.

La scienza è umana, è fallibile e perciò il dubbio deve nutrire il ricercatore, così come il dubbio nutre la fede religiosa.
Galilei afferma che la Sacra Scrittura e la natura procedono entrambe dal Verbo divino, una come vera e propria dettatura dello Spirito Santo, l’altra come osservante esecutrice degli ordini di Dio.
Solo recentemente, e grazie a una più diffusa coscienza ecologica, si intravede la crisi del mito dell’uomo padrone assoluto dell’universo e della realtà naturale. Non si devono dimenticare nemmeno le conseguenze che possono derivare dagli atti umani, siano esse volontarie o meno, che possono diventare anche molto gravi e incontrollabili. Questo significa che il fine, oltre ai mezzi, non giustifica nemmeno le conseguenze inaccettabili moralmente.

Quindi direi che lo scienziato, in quanto uomo, non deve essere sempre oggettivo e distaccato nei confronti della materia e dello studio che sta trattando e difendere le sue teorie, soprattutto in base ai guadagni che tali studi ne potrebbero far derivare.
Il filosofo Kierkegaard sosteneva che ci sono verità che si testimoniano e altre che si dimostrano: le prime sono quelle per le quali si può anche arrivare alla morte e possono essere le nostre scelte morali, la nostra fede religiosa, le seconde sono le teorie scientifiche.
Bisogna notare anche che mentre esistono più fedi, più leggi morali, di solito la scienza è una sola. Non ci sono concezioni della fisica cristiane o musulmane. Per questo si parla spesso dell’oggettività della scienza, ma questo non deve assolutamente portare a una sua avalutabilità. In realtà si può affermare che la scienza abbia una base e non un fondamento. La sua base sono i fatti osservabili, ma questi mutano, nel caso anche più banale, in rapporto agli strumenti di osservazione.
Prima di Galileo i fatti osservabili coincidevano sempre con quelli che si potevano vedere a occhio nudo. Il telescopio, invece, cambiò tutto, ampliando il campo degli oggetti osservabili e addirittura non solo spazialmente, ma anche temporalmente.

Bertolt Brecht in Vita di Galileo scriveva:

Brava gente, meditate la fine:
la scienza fuggì passando il confine,
noi che abbiamo sete di sapere,
lui come me, restammo al di qua.
Custodite perciò la luce della scienza,
fatene uso e non fatene spreco
perché non avvenga che una pioggia di fuoco
un giorno ci divori tutti quanti,
sì, tutti quanti.

Spunti tratti dalla tesina Galileo e la scienza di Gianna Elisa Nervi

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