Opinioni sulla guerra in Libia: Bernard-Henri Lévy, Gino Strada, Jean Bricmont

L’intervento armato in Libia, incominciato due giorni fa da parte di una coalizione di paesi occidentali, a cui oggi si è aggiunto il Qatar, è brutto da vedere e da concepire come tutti gli interventi di “polizia internazionale” degli ultimi vent’anni. Ma c’è un elemento che lo distingue da tutti gli altri: esso è avvenuto in seguito alla sollevazione della popolazione libica contro il dittatore Gheddafi, e in seguito a quella che alcuni hanno chiamato “primavera araba” nel Nordafrica.
Fino a pochi giorni fa erano gli insorti libici, o almeno i loro sedicenti portavoce del governo provvisorio di transizione a Bengasi, a reclamare un aiuto dei paesi democratici; non un aiuto umanitario, ma un “aiuto di piombo” per sconfiggere la repressione di Gheddafi. Secondo gli insorti (o almeno secondo quanto veniva riportato delle loro opinioni) l’Occidente, seguendo i propri interessi, avrebbe dovuto fare una scelta di campo in Libia e allearsi con la gioventù ribelle contro il folle dittatore.
Ma, pur con questa differenza rispetto ad altre situazioni dove l’intervento militare “salvifico” era stato fatto d’ufficio, senza che nessuno reclamasse aiuto, eccoci di nuovo immersi nella retorica dell’esportazione armata della libertà, in questa cosa che non si osa più chiamare guerra e che, anzi, i nostri governanti insistono a chiamare pace. E sembra ripetersi il copione di una strada senza uscita.

Per aiutare a comprendere, non la situazione in Libia, ma l’ideologia occidentale, il modo con cui l’Occidente si pone di fronte ai conflitti nel mondo, mi sono parsi utili alcuni interventi. Qui ne propongo tre. Un manifesto interventista firmato da alcuni intellettuali francesi pochi giorni prima dell’intervento armato, che ho tradotto in italiano, e altri due interventi di segno diverso, di Gino Strada e di Jean Bricmont, di cui riporto solo degli stralci dato che si trovano già in italiano sul web.

Bernard-Henri Lévy è un notissimo filosofo francese. Negli anni ’80 era stato protagonista di interventi di rottura rispetto al sistema costituito nel pensiero politico tanto di destra quanto di sinistra, ma oggi molti lo rimproverano di fare concorrenza alle rock star, più che filosofia.
La sua rivista ha pubblicato un appello di alcuni intellettuali francesi che esortano i governi occidentali a intervenire in appoggio alla rivolta in Libia, trasponendo a oggi le posizioni dell’“intellettuale impegnato” che erano di moda nel dopoguerra francese con Sartre, Camus, Malraux.
All’inizio di marzo Henri Lévy si era recato in Libia nelle zone controllate dagli insorti e aveva perorato il sostegno militare della Francia e dell’Occidente contro Gheddafi (vedi il suo intervento sul Corriere della Sera del 6 marzo). Il parere di Lévy e degli altri francesi mi sembra significativo, dal momento che proprio Sarkozy è stato il principale promotore di un intervento armato.

B.-H. Lévy e a. – Ultimo appello per un intervento urgente in Libia
di Daniel Cohn-Bendit, André Glucksmann, Bernard-Henri Lévy e altri
Pubblicato su “La regle du Jeu” il 16 marzo 2011

In Libia il tempo stringe. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, con la sua mortifera forza armata — aerei, elicotteri, carri armati, missili, mercenari — il dittatore Geddafi riprende il controllo sul paese e schiaccia gli sforzi del popolo libico che tenta di liberarsi. Il tiranno, deciso ad annegare il suo paese in “fiumi di sangue”, mitraglia le popolazioni civili, “purga” le città degli oppositori e fa regnare il terrore. Ovunque, a Tripoli e nelle regioni riprese ai ribelli, gli uomini sono prelevati in gran numero e condotti nelle camere di tortura e assassinio.
Gli occidentali sono unanimi nel condannare il dittatore folle. Ma, la riunione del G8 l’ha appena mostrato, tergiversano, moltiplicano le condizioni diplomatiche che sarebbero necessarie per un intervento, trovano pretesti per giustificare la propria inazione. I più cinici brandiscono persino l’argomento ipocrita dei neocolonialismo che potrebbero opporci i popoli arabi.
Non sentono gli appelli dei ribelli libici, ma anche della Lega araba, dell’Organizzazione degli stati islamici, del Consiglio di cooperazione del Golfo? Tutti chiedono una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite per imporre una zona d’esclusione aerea. I dirigenti arabi l’hanno compreso: se vogliono avere qualcosa da dire sull’avvenire della regione (e per non pochi di loro, se vogliono salvare il proprio posto), non possono essere dalla parte dei dittatori che schiacciano la propria gioventù in rivolta.
Non sappiamo quale sarà l’avvenire della “primavera araba”. Non sappiamo quali forze costituiranno il potere libico nel “dopo Gheddafi”. Non sappiamo quale ruolo giocheranno gli islamici nei paesi della regione. Ma una cosa è sicura: che arrivi o meno la democrazia, che ci vogliano sei mesi o vent’anni, la gioventù araba aspira alla libertà. Ed essa non dimenticherà i paesi e i dirigenti che, con la loro inazione, si saranno di fatto schierati dalla parte del carnefice.
Gli insorti, che hanno gridato “Viva la Francia!” e “Viva l’Europa!” all’annuncio del riconoscimento del Consiglio nazionale libico da parte del presidente Sarkozy e del Parlamento europeo, adesso sono disperati. Sono poco armati, poco addestrati, molto vulnerabili di fronte all’artiglieria pesante dispiegata da Gheddafi.
Possiamo continuare a guardare ciascun giorno l’inesorabile riconquista del dittatore? Bisogna attendere, come alcuni raccomandano, che venga raggiunto un livello sufficiente di massacro? A quanti corpi insanguinati fisseremo la soglia di intolleranza? Se noi non interveniamo, cosa faremo quando il demente avrà ripreso il potere? Siamo già rassegnati a dirci, come dopo gli orrori del Ruanda: “Ahimè, eravamo impotenti. Ahimè, siamo stati vigliacchi”?
Noi non siamo esperti militari, non più che diplomatici professionisti. In nome di che cosa lanciamo questo SOS? In nome della memoria. Quando l’aviazione nazista e i fascisti spagnoli bombardarono gli abitanti di Guernica il 26 aprile 1937, il mondo civile lasciò fare. Picasso dipinse quell’orrore, fu compreso solo otto anni più tardi. Ancora oggi, i massacratori sono in anticipo sull’opinione mondiale.
Noi non sappiamo quale sia la maniera migliore di intervenire, quale sarà la più efficace, la meno rischiosa per i nostri soldati e per le popolazioni civili. Nessuno chiede né auspica uno sbarco di armate occidentali in Libia. Bisogna bombardare le piste d’atterraggio, i sistemi radar? Prendere il controllo del cielo libico? Disturbare i suoi sistemi di comunicazione? Distruggere la flotta aerea con dei colpi mirati? Noi sappiamo solo una cosa: bisogna intervenire presto. Agire per ridare spirito e forza ai ribelli, indebolire Gheddafi, inquietarlo sul suo avvenire e la sua sicurezza, bloccare la sua selvaggia, rassicurare le gioventù arabe che credono ancora che il cambiamento sia possibile e che non sia sempre portato dalle dittature.
Noi chiediamo dunque urgentemente al governo francese di fare di tutto con i suoi partner perché l’Onu rispetti il proprio impegno “responsability to protect”, e che l’Europa prenda le proprie responsabilità e dimostri che il proprio auspicio di veder partire il colonnello libico non è solo un pio proclama. Bisogna ottenere urgentemente una riunione del Consiglio di sicurezza perché dia mandato per un intervento. Ma che non serva, una volta di più, da alibi per la nostra inoperosità di fronte al crimine.
Non sta ai governi russo e cinese di costringerci a lasciare massacrare la popolazione libica. È adesso, subito, che occorre agire. È adesso, subito, che occorre farla finita con il carnefice.

Nicole Bacharan, storica; Etienne Beaulieu, ricercatore; Jane Birkin, artista; Pascal Bruckner, scrittore; Daniel Cohn-Bendit, deputato europeo; Frédéric Encel, geopolitologo; Raphaël Enthoven, filosofo; André Glucksmann, filosofo; Romain Goupil, cineasta; Nicole Guedj, ex ministro; Gilles Hertzog, editore; Bernard Kouchner, ex ministro; Claude Lanzmann, scrittore; Bernard-Henri Lévy, filosofo ; Olivier Rolin, scrittore; Olivier Rubinstein, editore

Gino Strada si fa interprete di un pacifismo radicale e denuncia il fatto che ogni intervento armato è una non soluzione, mai necessaria, derivante da anni di tolleranza e complicità nei confronti di regimi che, improvvisamente, vengono giudicati come mostri da abbattere.
Nella sua prospettiva, in Libia come altrove la chance non è quella di riuscire a sconfiggere il Male, ma di giungere a un cessate il fuoco.

Gino Strada: “Bisognava pensarci prima. La guerra? Non si deve fare mai”
Tratto dall’intervista con Gino Strada apparsa sul Fatto Quotidiano del 20 marzo 2011

“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada […] ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.

Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia?
Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.

Dunque, lei è contrario?
Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte. […]
Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia. […]
I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici. […]
A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. […] Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi. […]

Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo. […]
Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti. […]

Il silenzio del movimento pacifista colpisce.
Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.

Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?
Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.

Jean Bricmont, docente di fisica in Belgio e membro del Tribunale di Bruxelles, auspica una futura alternativa all’abituale sistema dell’“interventismo occidentale” e l’avvento di nuovi soggetti sulla scena della diplomazia internazionale. Rimprovera i partiti della sinistra europea di essere incapaci di pensiero e progettualità politica e di finire con l’inseguire i neoconservatori di destra.

Jean Bricmont – La Libia e il ritorno dell’Imperialismo Umanitario
traduzione di Piero Pagliani
Pubblicato sul sito Comunismo e comunità il 10 marzo 2011

Tutta la vecchia gang ritorna: I partiti della Sinistra Europea (che raggruppano i partiti comunisti europei “moderati”), il “Verde” José Bové ora alleato con Daniel Cohn-Bendit che non c’è stata guerra USA-NATO che non gli sia piaciuta, vari gruppi trotzkisti e, ovviamente, Bernard-Henry Lévy e Bernard-Henry Lévy, tutti ad esortare a qualche tipo di “intervento umanitario” in Libia o ad accusare la sinistra latino-americana, le cui posizioni sono molto più ragionevoli, di essere degli “utili idioti” per il “tiranno libico”.

Dieci anni dopo siamo di nuovo al Kosovo. Centinaia di migliaia di Iracheni morti, la NATO bloccata in Afghanistan in una posizione impossibile, e non hanno capito nulla! La guerra in Kosovo fu fatta per bloccare un genocidio inesistente, la guerra afgana per proteggere le donne (andate a vedere la loro situazione ora) e la guerra in Iraq per proteggere i Curdi. Quando capiranno che tutte le guerre proclamano di avere una giustificazione umanitaria? Anche Hitler “proteggeva le minoranze” in Cecoslovacchia e in Polonia.

Dalla parte opposta, Robert Gates avverte che ogni futuro segretario di stato che consigliasse ad un presidente USA di inviare truppe in Asia o in Africa “dovrebbe farsi esaminare la testa”. L’ammiraglio Mullen, similmente, invita alla cautela. Il grande paradosso del nostro tempo è che i quartier generali del movimento pacifista devono essere cercati nel Pentagono o nel Dipartimento di Stato, mentre il partito della guerra è una coalizione di neo-conservatori e di progressisti interventisti di varia specie, inclusi guerrieri umanitari di sinistra, così come Verdi, femministe e comunisti pentiti. […]

L’argomento principale a favore della guerra è che se le cose andranno velocemente e facilmente gli interventi umanitari della NATO saranno riabilitati, dato che la loro immagine è ora appannata dall’Iraq e dall’Afghanistan. Una nuova Grenada o, al più, un nuovo Kosovo, è proprio ciò che ci vuole.
Un altro motivo per intervenire è quello che così si controllano meglio i ribelli, poiché si arriva per “salvarli” nella loro marcia per la vittoria. Ma questo è proprio difficile che funzioni: Karzai in Afghanistan, i nazionalisti kosovari, gli Sciiti in Iraq e, ovviamente, Israele, sono perfettamente felici di ricevere l’aiuto americano, quando serve, dopo di che lo sono di seguire la loro propria agenda. […]

D’altro canto, se le cose si dovessero mettere male, si tratterebbe dell’inizio della fine dell’impero americano; da qui la cautela della gente che è realmente in posizione di decidere e non solo di scrivere articoli su “Le Monde” o sbraitare contro i dittatori davanti alle telecamere.
È difficile per un normale cittadino conoscere esattamente cosa sta succedendo in Libia, dato che i media occidentali si sono completamente screditati in Iraq, Afghanistan, Libano e Palestina e le fonti alternative non sono sempre affidabili. Questo, chiaramente, non impedisce alla sinistra pro-guerra di essere assolutamente convinta della verità dei peggiori resoconti su Gheddafi, così come lo erano dodici anni fa riguardo Milosevic. […]

Se un “altro mondo è possibile”, così come la sinistra europea continua a ripetere, allora anche un altro Occidente dovrebbe essere possibile e la sinistra europea dovrebbe lavorare in quel senso. Il recente incontro dell’Alleanza Bolivariana dovrebbe servire da esempio: la sinistra latino americana vuole la pace e vuole evitare ogni intervento da parte degli USA, poiché sanno che sono nelle mire degli USA e che il loro processo di trasformazione sociale richiede innanzitutto la pace e la sovranità nazionale. Per cui hanno suggerito di inviare una delegazione internazionale […] per iniziare un processo negoziale tra il governo e i ribelli. La Spagna ha espresso interesse per l’idea, che ovviamente è stata rifiutata da Sarkozy.
Questa decisione può sembrare utopistica, ma non sarebbe così se fosse sostenuta da tutto il peso delle Nazioni Unite. Questo sarebbe il modo per onorare la propria missione, cosa che ora è resa impossibile dall’influenza statunitense ed occidentale. Tuttavia non è impossibile che oggi, o in qualche crisi futura, una coalizione di nazioni non interventiste, includente la Russia, la Cina, l’America Latina ed eventualmente altri, possa lavorare assieme per costruire alternative credibili all’interventismo occidentale.

A differenza della sinistra latino americana, la sua patetica versione europea ha perso ogni idea di cosa significhi fare politica. Non cerca di proporre soluzioni concrete ai problemi ed è solo capace di prendere posizioni morali, in particolare denunciando dittatori e violazioni dei diritti umani con tono magniloquente. La sinistra socialdemocratica insegue la destra se va bene con qualche anno di ritardo e non ha nessuna idea propria.
La sinistra “radicale” spesso riesce a denunciare i governi occidentali in ogni modo possibile e chiedere contemporaneamente che quegli stessi governi intervengano militarmente in tutto il globo per difendere la democrazia. La sua mancanza di riflessione politica la rende altamente vulnerabile alle campagne di disinformazione facendola diventare una passiva ragazza pon-pon delle guerre della NATO.
Questa sinistra non ha un programma coerente e non saprebbe cosa fare nemmeno se un dio la rimettesse al potere. Invece di “sostenere” Chávez e la Rivoluzione Venezuelana, una affermazione priva di senso che alcuni amano ripetere, dovrebbero umilmente imparare da loro e, prima di tutto, re-imparare cosa significhi fare politica.

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4 risposte a Opinioni sulla guerra in Libia: Bernard-Henri Lévy, Gino Strada, Jean Bricmont

  1. anonimo scrive:

    ovviamente la sinistra mi aggredirà visto quello che loro dicono sull’imperialismo ecc. ecc. ma io credo che la guerra in libia sia giusta perchè il tiranno Gheddafi, a differenza di quanto alcuni dicono, non è da adesso ma è da 42 anni che continua a massacrare, torturare e opprimere il suo popolo, per una volta che un numero consistente di gente si è sollevato a chiedere libertà e democrazia, allora la sinistra estrema dice “pace pace” favorendo indirettamente il tiranno Gheddafi odicendo di dividere il paese in due stati ma senza mai dire di tenere la Libia unita cacciando il tiranno e la sua famiglia e facendo crollare il suo regime criminale. In questo modo dimostra anche indirettamente che la sinistra non ha mai avuto interesse alla libertà e democrazia, che continua a ripetere insieme alle associazioni partigiane, ma che le continua a sbandierare quando gli conviene a loro, cioè quando crollano i regimi di destra e invece quando ci sono regimi di sinistra o regimi che piacciono a loro, almeno sembra, allora gridano “pace pace” in modo che il mostro tirannico di Gheddafi abbia tutto il tempo di soffocare nel sangue le aspirazioni di libertà e democrazia che sono riusciti a chiedere dopo 42 anni di barbarie sanguinaria. la soluzione ideale sarebbe “nessun cessate il fuoco” fino a che il regime barbaro dell’assassino crolla, se necessario anche con l’aiuto di truppe di terra straniere.

    • jakkarol scrive:

      Bah… mi sembra superfluo notare che Gheddafi piace alla “destra” e non alla “sinistra”, almeno in Italia…
      Mi sembra invece interessante rilevare che c’è anche ancora qualcuno che crede nella “guerra giusta”. Passano i secoli e il mondo cambia, ma questa benedetta idea di una guerra giusta non passa mai. Guerra giusta è un termine che Sant’Agostino riprese dai Romani, mentre i musulmani parlano prevalentemente di guerra santa.

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