L’Italia si disfa

Se è sbagliato essere antiberlusconiani, è allo stesso modo sbagliato essere antileghisti, quindi non mi sognerei mai di diventare patriottico e di mettermi a baciare bandiere e cantare noiosissimi inni nazionali solo per fare un dispetto alla Lega.

Non amo le patrie, disdegno le bandiere e gli inni di ogni tipo (il Nabucco, che mi sembrava carino, in odore di inno mi sta già venendo a noia), evito anche le tessere e i distintivi. Non c’è nulla, quindi, che possa dispiacermi quanto la Lega, con il suo rigurgito medievale di retorica patriottica appiccicata a improbabili storie e improbabili popoli che mascherano il vuoto di testa e il pieno di bauscia di certa mia gente nostrana.

[iframe class=”alignright” width=”370″ height=”300″ src=”http://www.youtube.com/embed/htq-M5bZi_w?rel=0″]Per un giorno di festa preferisco scegliere una canzone, con la speranza che non diventerà mai un inno, una canzone giusta per il 17 marzo, che potrebbe intitolarsi Io non mi sento padano.

Infatti non mi sento e non mi sono mai sentito padano. La Pianura Padana, per me, è stata una scoperta fatta nelle ore di geografia a scuola, ed è rimasta così. Viaggiando, attraversando le città della Pianura Padana, non ci ho mai visto un loro carattere padano, non ho mai guardato il Po se non come un fiume grandicello, non così bello come il torrente Torre di Salt, un paesello vicino a Udine dove da piccolo passavo le vacanze estive, ma comunque abbastanza elegante e maestoso da far piacere. Niente di più ho mai visto delle terre dove sono nato e ho vissuto: a volte qualcosa di bello che vi è accaduto, a volte la noia dei paesaggi consueti, altre volte prospettive esaltanti, ma nient’altro. Per carità, non dico che nessuno possa vederci nient’altro, sono io che non ho visto, forse perché guardavo altrove, pensavo ad altro. Ma comunque è così: io non ho una goccia di sangue padano né una virgola di cultura padana né la più piccola simpatia intellettuale per quella cosa lì, che qualcuno ha chiamato Padania.

L’Italia invece è un’altra cosa. Niente di così speciale da metterla su una bandiera o da celebrarla appositamente, ma abbastanza da considerarla naturale. Sono nato in Italia, ho vissuto in italia, ho imparato fin da piccolo a parlare in italiano — non in dialetto, perché i miei genitori venivano da due parti diverse dell’Italia e quindi avevano adottato l’italiano come terra comune anche in casa, e poi perché sono nato in una cittadina, Brugherio, dove il dialetto si usava poco. Fin da piccolo, a casa, a scuola, con gli amici mi sembrava di essere un italiano. Il che poi non significava chissà cosa in termini di invidia, disprezzo, odio o indifferenza verso gli altri: da piccino non conoscevo ancora bene i confini di questa nazione e non mi ero nemmeno mai recato all’estero, quindi per me un “angolano” o un “australiano” non significano molto di più o di diverso di “un italiano, ma di un altra nazione”.
Solo una volta, crescendo — ero ormai in quinta elementare — ebbi un contatto continuativo con uno straniero, un compagno di classe belga, l’unico “non italiano” che ci fosse nella nostra scuola; aveva uno strano odore nei capelli e noi pensavamo che fosse un’usanza bislacca delle sue parti. Seppi così di che pasta erano fatti i belgi: cattivo sciampo sulla testa.
Quand’ero piccolo c’erano anche i terroni, ma io non ne avevo mai incontrati: tutti quelli che vedevo erano “italiani”. Più tardi, verso la fine degli anni ’70, mi pareva che i terroni fossero proprio scomparsi, perché non ne parlava più nessuno. Probabilmente erano partiti tutti e si era perduta persino la parola. La parola è riapparsa solo verso gli anni ’90, quando qualcuno diceva che i terroni fossero ritornati dalle mie parti; ma a usare questa parola erano i leghisti, i quali dicevano tante di quelle fandonie che mi era difficile crederli proprio su questo punto; per esempio dicevano di essere celti, ma era chiaro che stavano facendo del teatro di pessima qualità e che anche i terroni erano un frutto della loro incolta fantasia, come i celti e tutto il resto.

Dunque io sono sempre stato un italiano. E non dico che fosse un vanto: era così e basta. Diciamo che era quello che passava la mutua, forse non era il massimo ma comunque andava bene. La mutua, assieme all’Italia, mi aveva passato anche cose come l’oratorio, Moby Dick e il Lego: tutto ciò mi piaceva, o meglio era quello che avevo e che mi tenevo.
Quando però, da grandicello, scoprii che nel mondo c’erano anche altre cose, me ne incuriosii e pensai persino che avrei potuto scambiare le mie con quelle. Per esempio l’Europa: scoprendone l’esistenza, pensai fosse una cosa ancora più grande e bella dell’Italia, e che essere europeo sarebbe stato più prestigioso e rassicurante. Viaggiai un pochino, poco poco ma meglio di niente. Andai anche in Belgio, e mi ricordai dell’unico contatto che da piccolo avevo avuto con quello “straniero” belga dai capelli maleodoranti. Vidi che i belgi avevano i capelli come tutti, pure lo sciampo era praticamente lo stesso; pensai che avrei dovuto sbarazzarmi definitivamente di certe vecchie, insidiose, pericolose chiusure campanilistiche. Mi piaceva l’idea di un mondo che si allargava, si integrava, comunicava. Non c’era ancora la storia della “globalizzazione”, e in definitiva mi sembrava ora di farla finita con la nostra vecchia Italia — che c’era, era un dato di fatto, naturale come la mia nascita e la mia crescita, ma era ora che diventasse Europa.

E così appresi che c’erano anche le proposte federaliste: basta con i patriottismi da vecchi campanili, siamo tutti europei. E non dico che fosse poi un vanto, ma era così: i tempi erano cambiati e la mutua ora poteva passare l’idea di Europa come una volta aveva passato l’idea di Italia.

Ma purtroppo gli anni sono passati ancora. È buffo, le cose cambiano ma la storia non va avanti, va dove gli pare, barcolla qua e là come un’ubriaca. Vent’anni fa avrei giurato che oggi avremmo festeggiato l’Europa unita, invece stiamo qui a discutere se siamo tutti italiani o meno e, se guardo fuori dalla finestra, noto che di bandiere tricolore appese non ce n’è, mentre i rappresentanti del nostro staterello litigano sull’opportunità di riconoscere l’unità d’Italia.
Io disdegno la patria, l’inno e la bandiera perché voglio andare oltre, verso l’umanità e la modernità, mentre quest’Italia offende e contesta i propri simboli e principi in nome di Barbarossa e Alberto da Giussano da una parte, e con il regno della P3 e della ’ndrangheta dall’altra.

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