Le virtù dei livornesi

Gente di mare, da tempi immemorabili avvezzi a confrontarsi con la durezza degli elementi e a guadagnarsi con fatica il pesce quotidiano, noi livornesi si conosce bene il valore delle cose. Gente tenace, talvolta persino un po’ testarda, abbiamo costruito una bellissima città, nonostante tutte le tribolazioni, grazie alle nostre straordinarie doti morali, grazie a una fede che in fondo in fondo ci unisce tutti, come un sol popolo che sa bene cosa vuole e dove vuole arrivare (sembra quasi che siamo tutti parenti, non puoi mai avere il gusto di parlar male di qualcuno, perché stai certo che quello che ti ascolta è un parente di quello di cui se ne è parlato male e non ti puoi neanche divertire, come fanno nelle città come si deve).
Di noi livornesi si dice che siamo sboccati, ed è anche vero, ma al di là dei fronzoli e del falso perbenismo siamo persone solide, sincere, che quando  dicono una cosa, tu sai che è quella, sai che è proprio vera. Anche se a Livorno di aria ce n’è tanta, noi livornesi non cambiamo idea a ogni girar del vento — e Dio sa quanto bisogno ci sarebbe oggi in Italia di un po’ di coerenza e di onestà da parte di tutti.
Sì, delle volte siamo un pochino sfacciati, e possiamo apparire persino  quasi dispettosi è vero, ma è il nostro modo di accettare ogni cosa, è una forma di apertura, di tolleranza estrema verso tutto e tutti. Noi livornesi, in fondo, siamo dei filosofi della vita. Il nostro motto? … “Tutto ciò che esiste mi garba”.

Un paio di anni fa Claudio Marmugi, il celebre drammaturgo e scrittore di Livorno, ha riassunto così il magnifico carattere della città labronica:

Ma i livornesi ’osa vogliono?
di Claudio Marmugi, dal Tirreno del 3 luglio 2008

A Livorno siamo incredibili: ’un siamo mai ’ontenti. ’Un va mai bene nulla! Dopo un maggio passato da schifo e un giugno che pareva dicembre, a’ primi giorni di cardo i livornesi son già tutti bell’e pieni dell’estate e son guasi tutti a sbraità, asciugandosi i sudori dar ceppìone: “Boia dé, ber mi’ gennaio! Ma quando ritorna l’inverno?!”. No! Io queste’ ose ’un le ’apisco! S’è rotto i ’oglioni fino a ieri perché faceva freddo, ora che fa cardo, ir cardo non lo vòle più nessuno. Tutti a dì infatti: “Ir cardo? ’un ero mia io che lo volevo!”, nemmeno fosse stato evocato ir diavolo per sbaglio. E via allora con le solite storie e le solite frasi: “Non ci son più le mezze stagioni!”, l’ipercoppe tira fòri pancali di ’ondizionatori, si fa ’r bagno nella granita, spanciate nelle fontane der Tacca (secche), gente che nasconde la testa come li struzzi nelle ghiacciaine, gavettoni di coomero e avanti così. Quello che mi fa arrabbià però è la volubilità cittadina, non c’è mai una misura per nulla. Di ogni ’osa. Specie d’estate. Come costruì un viale a mare, rendello bellino e appetibile e poi vietallo a tutti. Che senso cià?! O, un altro esempio, la Festa dell’Unità. Tutti la amano alla follia, tutti ci vanno, tutti ci mangiano, tutti si sfondano di gabbiani fritti e boghe ’n sarza ne’ ristorantini delle Sezioni — però… nessuno la vòle sotto ’asa.

Se ti diano che te la mettano sotto ir tu’ palazzo, anche se ti chiami “Parmiro ir Rivoluzionario”, anche se tutti l’arberi che ciai in casa l’hai vinti ner corso dell’anni ar gioo de’ tappi, anche se ciai ir poster di Fidel cor treninghe dell’adidasse attaccato in salotto — doventi d’estrema destra. Inizi a dì “Mi consenta”, parli in milanese dell’hinterland, passi dar cacciucco alla polenta taragna e soprattutto cominci a domandà in giro con marcata ’nflessione bergamasca: “Uelà! Ma cùs è che vanno a montar in quegli stend lì? La Festa dell’Unità? Sott cas mi? Giammai!” e con altri tre o quattro sgabbiati der tu’ condominio inizi a fa le ronde e l’appostamenti la sera contro i mangiatori di paranza e i ponciaioli. Questa è Livorno. Non c’è nulla che ci garbi. Se a Livorno ’un si fa nulla, tutti a dì: “Boia dé, a Livorno ’un c’è nulla!”. Se ’nvece vengano a sonà i Chemical Brothers, tutti a dì: “Boia, che palle! Sempre i Chemical Brothers!” (sempre?). Si dice tutto e ir contrario di tutto. Ma mia persone diverse — i soliti! Una città d’inguaribili schizofrenici.

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