Una frase da meditare nel giorno della memoria

“Chi giorno per giorno nelle piccole come nelle grandi cose opera perché l’amore vinca l’odio e l’indifferenza, contribuisce a realizzare il grido che i superstiti lanciarono allora, dopo la liberazione”.

Questa frase l’ha pronunciata don Roberto Angeli, di cui segnalo alcuni link. Mi sembra doveroso ricordarlo, assieme a don Renato Roberti e a Monsignor Giovanni Piccioni. Don Angeli e don Roberti erano molto amici e insieme hanno affrontato mille difficoltà.

Mia figlia, di ritorno da una gita scolastica al campo di sterminio di Mauthausen, ha raccontato così quell’odio e quell’indifferenza di cui ha veduto i resti:

« Abbiamo visitato il campo, che il regime nazista trasformò nella seconda guerra mondiale in campo di sterminio. Abbiamo visto le baracche, i forni crematori, i locali tutti e la famosa “scala della morte” di 186 gradini che i deportati usavano per scendere nella cava reggendo sulle spalle una pesantissima pietra e inseguiti  dalle SS. correvano sotto le bastonate dei “Kapò” e i colpi di calcio dei loro fucili. Facevano portar loro questi macigni, in modo che quelli che si trovavano in alto, deperiti e stanchi, cadessero e trascinassero con sé anche altri sfortunati come loro.
Oppure, arrivati alla sommità della cava venivano gettati giù senza alcuna pietà. Abbiamo visto tutto questo e alla fine del “viaggio nella memoria” ci siamo messi tutti seduti sugli scalini presso una baracca. Non ha parlato nessuno per un’ora, ma le grida di dolore, di fame, di stenti e di angoscia dei deportati si sentivano in quell’innaturale silenzio. »

Mi ha detto questo mostrandomi le foto del campo e il mio pensiero è andato a quelle migliaia di vittime dell’odio. Anche adesso, come spesso accade nei miei pensieri, ritorno a quel racconto e non posso far altro che compiangere i nostri morti, i vostri morti, i morti di tutto il mondo che hanno dovuto subire tale atrocità.

Don Angeli l’ho conosciuto mentre facevo una vacanza a Fai della Paganella, un piccolo comune in provincia di Trento, insieme a più di 40 ragazzi che facevano parte della Comunità parrocchiale di S. Matteo (guidata dal parroco don Renato Roberti) nell’agosto 1972.
Venne a trovarci e si sedette con noi, in cerchio sul prato, a parlare.
Ricordo una bella persona sorridente, ricca di carisma.

Avevo già avuto modo di leggere il suo libro Vangelo nei Lager: un prete nella Resistenza e alla sua testimonianza ho pensato spesso, così come alla figura di don Renato Roberti, al quale dedico il mio pensiero e del quale sento nostalgia.

Nella tragedia della shoah don Angeli viene ricordato per avere fatto uscire alcuni pazienti dall’Ospedale Ebraico e averli nascosti in luoghi sicuri, salvandoli così dalla polizia nazista.

Ecco alcuni riferimenti per approfondire:
Wikipedia
slideshare.net – La vita di don Roberto Angeli
issuu.com – Speciale don Angeli

Da Costa Ovest – Quotidiano online di Livorno e provincia
Articolo di Angela d’Errico

La tragedia della Shoah e il ricordo di don Angeli a Firenze

Firenze – Don Roberto Angeli è stato ricordato a Firenze dal Club delle Muse. Enrica Talà, direttore del centro studi dedicato a don Angeli di Livorno ha parlato del sacerdote, della Resistenza come sua scelta teologica e della deportazione che ha subito come esperienza e testimonianza di martirio.
In questi giorni, in cui si ricorda il giorno della memoria e la tragedia della “shoah” ci piace pubblicare i passaggi più significativi della conferenza, durante la quale sono stati letti alcuni brani da “Il Vangelo nei lager” di don Roberto Angeli.

“Quando gran parte delle autorità abbandonarono Livorno soffocata dalle bombe, il vescovo Piccioni rimase in città, a Montenero, come defensor urbis. E lì nel convento riceveva i cattolici che militavano nelle bande partigiane e nel Comitato di Liberazione di Livorno. Monsignor Piccioni sapeva che anche i cattolici a Livorno militavano nel fronte clandestino. Molto spesso alla spicciolata, il Vescovo riceveva nel Santuario di Montenero, come un don Murri o un don Albertario. Sapeva dell’impegno culturale e concreto che molti sacerdoti livornesi prodigavano per ebrei clandestini e rifugiati politici, anziani, donne e bambini sfollati o senza alloggio. Quella passione non poteva non trasmetterla alla sua gente”.
«Partecipammo alla Resistenza – scrisse don Angeli — non per tradizione antifascista (noi eravamo cresciuti col fascismo), non per un senso di onore o per una istintiva reazione alla violenza (come poté accadere a molti italiani specie militari), e neppure per patriottismo nazionalistico, ma per profonda sofferta convinzione ideologica maturata nello studio: ancor più perché ci sembrò che non ci fosse altra via per testimoniare il Vangelo e vivere con coerenza il nostro cristianesimo».
“Essere antinazisti ed antifascisti apparve chiaramente come una esigenza cristiana”. La scelta resistenziale “fu una scelta non tanto patriottica quanto piuttosto morale e – talvolta – teologica»”

Avrebbe mai potuto Piccioni impedire questa scelta?
I rapporti che don Angeli ha avuto con insigni fiorentini: La Pira (è in corso una ricerca del carteggio fra i due), ma soprattutto Anna Maria Enriques Agnolotti e Giancarlo Zoli.
A Livorno ci sono una via e una scuola dedicate a Anna Maria Enriques. Il Liceo Scientifico Enriques le ha intitolato l’Aula Magna. Donna-coraggio, medaglia d’oro della Resistenza. Ebrea di genitori livornesi, scelse il cattolicesimo, e fu per don Angeli una compagna di lotta insostituibile «instancabile propagandista (tra Roma, Firenze e Livorno) delle idee di libertà e giustizia contenute nel programma del Movimento cristiano-sociale». Fu arrestata e fucilata dalla Gestapo il 12 giugno 1944 a Cercina nel fiorentino. Aveva 37 anni. Al momento dell’arresto le furono trovate in mano molte copie di «Rinascita», il foglio clandestino dei cristiano-sociali livornesi.
Giancarlo Zoli, partigiano cristiano fiorentino, poi avvocato e figura istituzionale fiorentina, amico di don Angeli, al suo funerale, commosso, volle ricordarlo come “uomo impegnato, non neutrale. Di dialogo”; ne sottolineò la “dimensione europea ed ecumenica”.
Don Giuseppe Spaggiari, amico di don Angeli, segretario di monsignor Piccioni e tutt’ora vivente, frate Servo di Maria, presso SS. Annunziata, in Firenze. L’esperienza dei preti deportati a Dachau e l’avvio del movimento ecumenico.

“Il desiderio dell’unione era in realtà acuto e profondo in tutti gli ecclesiastici — cattolici, ortodossi, protestanti — gettati dall’odio nazista in un unico crogiuolo di sofferenze inaudite. Noi amiamo vedervi la mano della Provvidenza che dai grandi mali sa trarre beni ancora maggiori. Forse quell’anelito all’unione che caratterizza attualmente le chiese cristiane ed è uno dei grandi motivi del Concilio Ecumenico Vaticano II, trova una delle sorgenti profonde in quella coabitazione e sofferenza sacerdotale negli spaventosi Lager nazisti. I preti che là penarono e morirono erano convinti che la loro sofferenza e la loro morte non sarebbero state vane per la chiesa… Nello sfinimento dei corpi, in mezzo all’orrore dei cadaveri nudi ammonticchiati all’angolo di ogni cortile, mentre incombeva per ciascuno — reso ancora più grave dell’epidemia di tifo — il pericolo di una morte imminente, lo spirito si prendeva la sua rivincita, e quegli uomini spaziavano nelle più alte sfere dell’intelligenza e del sentimento”.
Così nei gruppi di resistenza, nelle carceri e nei campi di sterminio, “migliaia di uomini di fede delle diverse confessioni, impararono a conoscersi, a stimarsi, ad aiutarsi come fratelli, a sacrificarsi gli uni per gli altri, a pregare insieme, a morire insieme… Amavamo ugualmente Cristo e in suo nome, per essergli fedeli, avevamo affrontato il nazismo; ed ora insieme univamo le sue alle nostre sofferenze. Senza più titoli né privilegi, rosi dalla fame e dal freddo, torturati dai pidocchi e dalla paura, alla mercè dell’odio e della brutalità, imparammo a scoprire l’essenziale che ci univa e la fragilità delle barriere che ci avevano divisi… Per l’unione delle chiese alcuni di quei religiosi, cattolici e protestanti, offrirono la loro vita a Dio; altri fecero voto di dedicare la loro esistenza, se fossero sopravvissuti, a quell’ideale. La nostra lotta e la comune sofferenza di tanti cristiani sono dunque senza dubbio all’origine di quella splendida fioritura dell’ecumenismo …”
(don Roberto Angeli, Vangelo nei lager, Stella del Mare, Livorno, 2006).

L’importanza culturale e spirituale di uomini come don Angeli per l’uomo contemporaneo. La sfida della complessità e l’insegnamento al coraggio delle proprie scelte, tra fedeltà e coraggio, mitezza e fierezza.


Monsignor Giovanni Piccioni

Non si può non menzionare, in questo “Omaggio” alla Memoria, anche monsignor Giovanni Piccioni, che ha operato nella diocesi livornese per 38 anni, dal 1921 al 1959 e, cosa molto importante, dette appoggio incondizionato a quella parte del clero che era spudoratamente avversa al fascismo. Permise il Cenacolo di S. Giulia di don Angeli, una “scuola pubblica di antifascismo”.

Questa fotografia datata 6 maggio 1943 è inconsueta e molto suggestiva. Non è un incontro di boxe. Su quel “ring” ci sono il vescovo di Livorno Giovanni Piccioni e don Roberto Angeli; all’“angolo” due dirigenti del Cantiere O.T.O.; sotto, una folla di operai . Piccioni aveva voluto che don Angeli insieme ad altri sacerdoti organizzassero degli incontri per gli operai. Risultato: più di 100 conferenze in 18 fabbriche livornesi, più di 10.000 operai raggiunti. «S. Eccellenza – scrisse don Angeli sul “Fides” – parlò dell’amore di Cristo per i lavoratori, degli sforzi fatti dalla Chiesa per dare ai lavoratori la libertà e la giustizia e la pace; accennò alle più recenti parole del Papa in difesa del proletariato contro ogni forma di oppressione e di ingiustizia. Ed ebbe forti parole contro la guerra». Don Renato Roberti scrisse così al 30° anniversario della morte del Monsignore: «In questo vulcanico e franoso precipitare dei tempi la figura del Vescovo Piccioni appare ancora più grande per la chiarezza e la lungimiranza delle sue scelte, per quell’intuito profetico che i grandi hanno per discernere quello che veramente vale oltre la demagogia delle offerte, nel riconoscere l’umile ape che fa il miele tra il ronzio delle inutili vespe».

Monsignor Piccioni svolse il ruolo di protettore di tutte le voci discordi e dissenzienti del fascismo: fu nettissimo nel difendere i suoi preti. Il Vescovo impedì ai fascisti di fare delle porcherie smaccatamente dure nei riguardi dei cattolici progressisti».

Monsignor Piccioni  sapeva che anche i cattolici a Livorno militavano nel fronte clandestino. Molto spesso alla spicciolata, il Vescovo li riceveva nel Santuario di Montenero. Erano giovani, inesperti di cose politiche e Lui metteva volentieri a loro disposizione il bagaglio dei suoi ricordi, le reminescenze dei suoi tempi, di quando anche lui combatteva la battaglia politica.

Quella passione non poteva non trasmetterla alla sua gente. «Partecipammo alla Resistenza – scrisse don Angeli – non per tradizione antifascista (noi eravamo cresciuti col fascismo), non per un senso di onore o per una istintiva reazione alla violenza (come poté accadere a molti italiani specie militari), e neppure per patriottismo nazionalistico, ma per profonda sofferta convinzione ideologica maturata nello studio: ancor più perché ci sembrò che non ci fosse altra via per testimoniare il Vangelo e vivere con coerenza il nostro cristianesimo». «Essere antinazisti ed antifascisti apparve chiaramente come una esigenza cristiana». La scelta resistenziale «fu una scelta non tanto patriottica quanto piuttosto morale e – talvolta – teologica». Avrebbe mai potuto Piccioni impedire questa scelta?

Oggi quindi anche per lui “Omaggio” alla Memoria, per non dimenticarlo e riflettere su questo aspetto così particolare e delicato del suo episcopato, quel rapporto col fascismo e la Resistenza cattolica livornese per certi versi emblematico di tutto uno stile episcopale.

Per le notizie su mons. Giovanni Piccioni:
filidellamemoria.blogspot.com

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