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  pagine libere / marina


La vita è un gioco

Mi siedo sulla panca e guardo la mia cella, è grande, grandissima, c’è tutta una parete di sbarre. È chiusa. Sto pensando a dove sono e a perchè cavolo ci sono! È stato mio padre... l’assistente sociale ha detto che ci avrebbe pensato il giudice, ma pensato a che? Può capire un giudice ciò che mio padre ha capito ma rifiuta? Come avrebbe fatto il giudice a sapere che io sono semplicemente “libertà”?
Ora c’è rumore, scalpiccio di passi e brusio di voci. Le sbarre si aprono, entrano una quindicina di ragazzi. Sorrido, mi alzo, sono contenta, non sono più sola. Inizio a chiacchierare e parlando di loro mi dimentico di me, è interessante ciò che dicono, sono infervorati, i celerini li hanno spinti in malo modo sulle camionette, mi raccontano di buffi o tragici aneddoti, io sorrido partecipando al loro dire.
Entra il brigadiere e mi sussurra di seguirlo. Lo seguo. Mi chiude in una cella piccola, sono nuovamente sola. Lui dice che non devo stare in compagnia di quei delinquenti, che io sono diversa e che lui mi proteggerà. Mi chiede se desidero qualcosa. Gli domando carta e penna.
Ora posso scrivere: “caro amore mio, stamattina mi hanno portata a Milano, credevo di andare a un colloquio con una qualche assistente sociale, credevo mi facessero la solita lavata di testa per la nostra fuga. Mi manchi tanto e ho paura, voglio vederti. Hanno detto che mi porteranno al Beccaria...”
Entra il brigadiere, mioddio com’è brutto! È vecchio, avrà più di trent’anni, è grasso e ha i baffi.
Mi si avvicina, sento il suo alito... arretro. Si ferma chiedendomi a chi scrivevo.
Al mio amore, rispondo.
E lo ami?
Sorrido ripensando a Lui e rispondo: sì.
E lo baci?
Non rispondo più. Il brigadiere mi è addosso. Fammi vedere come fai. Mi schiaccia contro il muro bianco e la sua lingua è nella mia bocca. Che schifo! Sono distrutta ho paura, non urlo, ho paura... allenta la presa, sorride (si fa per dire, a me pare un ghigno), è orrendo, esce dicendo aspetta, torno subito. Aspetto... e dove diavolo vuole che vada? Le chiavi le ha lui!
E ora che faccio? Non ho più la carta, se l’è portata via il porco, e ora che faccio? Sento ancora i ragazzi che fanno casino di là. Li chiamo. Faccio casino pure io.
Loro rispondono, non li vedo, ma ci sentiamo. Faccio un casino della madonna, devo fare casino, devono sapere tutti che sono qui, devono saperlo subito prima che torni lui. Arriva una poliziotta e gentilmente mi fa uscire, mi porta per corridoi e corridoi, ci sediamo su una panca davanti a un ufficio. Entriamo dopo una lunga attesa, è quasi sera e io ho saltato il pranzo e la merenda. Ho fame. C’è una donna dietro a una scrivania, è gentile e sorride, mi dice che non c’è posto al Beccaria, ma che mi porteranno a Cremona dove ci sono delle brave suore e dove potrò incontrare una volta alla settimana la psicologa che mi verrà assegnata. Forse è giusto così, penso io. Forse la psicologa riuscirà a farmi capire che la libertà è una devianza. Sì, forse sono deviata e là mi guariranno.
Arrivano due poliziotti, mi si affiancano uno a destra e uno a sinistra, io li guardo e noto con piacere che sono carinissimi, peccato che continui ad avere fame. Usciamo, la macchina con autista ci aspetta. Quello più carino si siede dietro accanto a me. Iniziamo a parlare, mi trovo a mio agio, loro sono di poco più grandi di me. Il pulotto carino vuole che gli parli del mio ragazzo... mi irrigidisco, ricordo ancora lo schifo della lingua, lui allunga le mani, io faccio finta di nulla, di non essermi accorta. In macchina i tre ridacchiano, io guardo fuori dal finestrino. Per un attimo mi sento stanca, non ho più voglia di giocare, non ho più voglia di pensare che il pulotto è carino. Vorrei lasciarmi andare, penso che sto andando in galera accompagnata da tre persone squallide. Ammutolita guardo fuori dal finestrino.
Siamo arrivati, mi scortano fino nell'atrio del grande edificio, arrivano due suore e due ragazze. Ok, riprendo a giocare. Sono interessata, devo scoprire il mio nuovo ambiente. Sorrido e dico: “ciao!” Le ragazze sussultano, solo più tardi mi confideranno di avere sempre visto entrare ragazze piangenti. Piangenti? Non capirò mai il perchè. Le suore mi danno finalmente da mangiare e poi mi accompagnano nella camerata dove ci sono una quindicina di ragazze, tutte simpatiche. Lego subito. L’indomani in cortile si scende col mangiadischi e si balla tra la perplessità delle suore, noi si fa baldoria e si ride... le ragazze parlano del loro passato, i loro vestiti, i loro ragazzi, una è stata arrestata per atti osceni in luogo pubblico! Eh sì, lei è fatta così ed è una recidiva.
In due giorni ho esplorato tutto l’edificio, trovo una classe (il laboratorio in disuso) con montagne di carta, penne e colori. Inizio a fare i ritratti alle mie compagne, a me passa il tempo e loro sono contente. Aderisco a tutte le attività possibili immaginabili. C’è un canestro in cortile, mi faccio dare una palla da basket e inizio un metodico allenamento. Ore e ore sotto il canestro.
Passa una settimana e la psicologa non si vede. Ci resto male. Come posso guarire? Ora qui ho delle amiche e chiedo; mi dicono di scordarmi la psicologa che lì proprio non si è mai vista! C’è una ragazza di diciotto anni che deve uscire a giorni e mi garantisce che della psicologa manco l’ombra. Mai. Ma allora mi hanno fregata! Decido di fuggire. Dai tetti non è possibile, qualcuna ha tentato di scavare un buco nelle cantine, ma è un lavoro di gruppo e quando lo hanno fatto le hanno beccate subito. Alle finestre ci sono le sbarre. Questo istituto è racchiuso tra le mura del convitto gestito dalle stesse suore.
Di lì a poco arrivo alla conclusione che dall’interno non sarei mai riuscita a fuggire.
Una ragazza ha la scabia, e nel dormitorio è un via vai di animaletti non bene identificati, la doccia ci spetta una sola volta la settimana, l'igiene lascia a desiderare. L’ospedale potrebbe essere la mia via di fuga. Sto continuamente con la ragazza tignosa... maledizione... manco un brufolo a me! Per consolarmi mi becco i pidocchi, ma per quelli non sono previste le uscite in ospedale.
Siamo in tre a beccarci i pidocchi. Ci chiudono in infermeria. Una si mette a fare la lagna, l’altra è preoccupata per la sua chioma. Ci hanno messo un asciugamano bianco a mo' di turbante in testa.
Mi guardo allo specchio: “Ehi! Sono carina!”. Col mio turbante mi rimetto a disegnare i ritratti delle compagne per farne poi degli aereoplanini che lancio dalla finestra alle ragazze di sotto. Le ragazze ogni tanto salgono per farmi compagnia.
La notte c’è rumore in infermeria, verso le undici arrivano due suorine ridacchiando sotto voce, controllano che noi si dorma e io serro gli occhi, mi bastano le orecchie per udire i loro giochi nel bagno. Il tempo passa in fretta. E a riprova che mi era stato detto il vero della psicologa manco l'ombra. Mi sono rotta. Ora fuggo. Inizio il mio allenamento: corro, corro e corro, le suore mi appoggiano e mi portano la mattina ad allenarmi al campo scuola, vedono in me una promessa atletica che darà lustro al loro istituto. Mi usano come rappresentante della loro futura squadra e partecipo a una conferenza con tanti flash e io che sorrido. Ora sono immanicata. Basta che sappia scegliere il momento giusto. E il momento giusto arriva. Ho le mani impegnate da mucchi di biancheria pulita, ma anche le altre, compresa la suora che ci accompagna, hanno le mani impegnate, stiamo portando i paramenti puliti al vescovo. Un botto. Il mio pacco è a terra. Corro, corro, corro... so che nessuno mi può prendere. Sono o non sono la speranza atletica del domani?
Bye!


La speranza è fuggita nel suo gioco di vita.




martedì 15 agosto 2006 ore 23,35