|
Noam Chomsky
Linguaggio e problemi della conoscenza
il Mulino
contro la pedagogia
Nel Menone, il dialogo di Platone, Socrate interroga uno schiavo, che, da bravo schiavo, non sa nulla di geometria, e, ponendogli una serie di domande, lo conduce a dimostrare il teorema di Pitagora. Non è Socrate a esporre il teorema, ma lo schiavo di Menone, il quale, rispondendo alle domande di Socrate, si trova a enunciare delle conoscenze di matematica che non sapeva di possedere. È evidente, dice Socrate, che se nessuno ha insegnato allo schiavo la geometria, eppure lo schiavo è stato in grado di compiere un corretto ragionamento geometrico, significa che questo schiavo, in una vita precedente, aveva appreso la geometria, e era bastato richiamare alcuni termini perché egli si ricordasse di tutto.
Chomsky riprende il famoso tema di Platone, e ribadisce una tesi per niente nuova, secondo cui il problema di Platone (come faceva lo schiavo a ripetere il teorema di Pitagora se nessuno gliel'aveva insegnato) si risolve dicendo che esiste una conoscenza o competenza innata, uno specifico bagaglio di conoscenze determinato geneticamente, che ha soltanto bisogno di essere "attivato" dall'ambiente nei primi anni vita.
Questa tesi Chomsky non la applica, sembra, a qualsiasi cosa, ma soltanto al linguaggio. Il linguaggio per Chomsky è un organo, come il tatto o l'udito; è un sistema determinato geneticamente che nei bambini, a una certa età, viene attivato secondo determinati parametri, determinate variabili le quali rendono conto delle differenti lingue. Tra l'italiano e l'inglese variano alcuni valori (parametri, coefficienti, regolazioni) che vengono appresi dall'ambiente e che, inseriti in un meccanismo biologicamente predisposto e uguale per tutti, generano le regole della lingua italiana o di quella inglese. Queste regole, spesso complicatissime, verranno applicate in modo corretto anche senza esserne coscienti, perché il meccanismo che le produce è organico, sta nel cervello e è determinato geneticamente.
Questo spiega ciò che Chomsy chiama la naturale competenza linguistica dei parlanti: tutti, compresi i bambini, riconoscono quali sono le frasi "ben formate" nella loro lingua, anche se nessuno gliel'ha insegnato e anche se non saprebbero spiegarne le regole e i motivi.
La soluzione offerta da Chomsy non mi sembra per niente soddisfacente. Ma il problema da cui parte è interessante. Come fanno i bambini a apprendere una lingua se nessuno propriamente gliela insegna? Come fanno, non appena apprendono a comporre delle frasi, a inventarne subito di nuove, più o meno ben formate? Chomsky mostra l'insufficienza delle tradizionali spiegazioni, basate sull'analogia (il bambino ascolterebbe una frase-modello e ne farebbe un'altra, diversa ma "analoga" al modello): le regole che governano la morfologia e la sintassi sono troppo complesse per essere spiegate con una semplice analogia. È come se i bambini dimostrassero una "competenza" linguistica che di fatto eguaglia o supera la stessa teoria linguistica; in altre parole, gli studiosi faticano a spiegare quali siano i procedimenti usati per parlare, eppure tutti parlano, anche le persone più ignoranti parlano benissimo la loro lingua materna.
È evidente come, a partire da qui, l'insegnamento della lingua ai bambini finisca per apparire in una nuova luce: non sono tanto le maestre che debbono insegnare la grammatica ai bambini, ma sono i bambini a saper già parlare e, spesso, le maestre a non conoscere granché la lingua (benché pure loro parlino benissimo). La faccenda assume una certa importanza quando nelle scuole si insegnano le lingue straniere. Nella prospettiva di Chomsky non è importante che il bambino si sforzi di imparare, e non è nemmeno importante il metodo di insegnamento. Benché io non condivida affatto le posizioni teoriche di Chomsky, mi è parsa tuttavia molto interessante la seguente pagina, tratta dal suo libro:
Una volta fui invitato a Porto Rico da gente dell’università. Volevano che parlassi di linguistica, ma anche che dessi un’occhiata ai programmi scolastici di lingua. Ora, si sa che a Porto Rico tutti parlano lo spagnolo ma che si deve imparare l’inglese. A quel tempo ogni bambino andava a scuola per dodici anni. L’inglese veniva insegnato per cinque giorni alla settimana per dodici anni, e quando si terminava la scuola non erano neanche in grado di dire "How are you?". Di fatto, devo dire che le sole persone che erano in grado di parlare inglese a quel tempo erano gli anziani che non erano stati a scuola. Cosa era successo?
Mia moglie e io fummo accompagnati in alcune delle scuole per vedere cosa succedeva, e trovammo che l’inglese veniva insegnato secondo le più moderne teorie scientifiche. Tali teorie scientifiche avanzate a quel tempo dicevano che la lingua è un sistema di abitudini, e che il modo per apprendere una lingua è proprio quello di apprendere delle abitudini. È come quando si cerca di prendere una palla, o qualcosa di simile. Si tratta solo di provare e riprovare, una volta dopo l’altra finché si diventa bravi. Veniva utilizzato un sistema che si chiamava "pratica degli schemi". Si ha un certo schema linguistico e semplicemente lo si ripete una volta dopo l’altra. La cosa più ovvia, a proposito di questi metodi, è che sono così noiosi che vi fanno addormentare in tre minuti. Così, quando entrate nell’aula vedete che i bambini guardano fuori dalla finestra o lanciano oggetti contro l’insegnante o roba del genere. Può darsi che prestino sufficiente attenzione per essere in grado di ripetere ciò che l’insegnante vuole che dicano, ma è chiaro che se lo dimenticheranno tre minuti dopo. Tutto ciò continua per dodici anni, cinque giorni la settimana, e il risultato è predicibilmente vicino allo zero.
La verità in questo campo è che circa il 99 per cento dell’insegnamento consiste nel fare in modo che gli studenti si sentano interessati nella materia. L’altro 1 per cento ha a che fare con il metodo. E ciò non è solo vero per le lingue. E vero per ogni materia. Siamo stati tutti a scuola e all’università, e tutti sappiamo che si sono frequentati dei corsi a scuola dove si è imparato abbastanza per passare l’esame e una settimana dopo ci si è dimenticati quale fosse la materia. Bene, questo è il problema. L’apprendimento non giunge a risultati duraturi quando non se ne vede alcun motivo. L’apprendimento deve venire dal di dentro; si deve voler imparare. Se si vuole imparare si imparerà, non importa quanto siano cattivi i metodi.
carlo
martedì 25 luglio 2006 ore 18,48
torna ai siti sull’argomento:
linguistica
psiche
saggi
modifica | elimina
|