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Il nucleare e i dubbi della scienza

Galilei è stato il fondatore della scienza moderna, ma ha sempre rivendicato il titolo di “filosofo naturale”, e come tale ha impostato anche in modo nuovo i rapporti tra la scienza, la filosofia e la religione.

Isaac Asimov scrive: “Oggi l’uomo conosce abbastanza per uccidere un miliardo di uomini in un giorno con un atto della sua volontà. O l’umanità imparerà meglio a conoscere se stessa, o saremo tutti condannati”.
Infatti, se un uomo usa un martello per uccidere un altro uomo, è il martello ad essere pericoloso in sé o è l’uomo che lo ha usato?
E una centrale nucleare? È essa stessa di per sé ad essere pericolosa o sbagliata nei confronti della natura delle cose, oppure è l’uomo che ne fa un grosso potenziale pericoloso per l’umanità e l’ambiente?

Ogni giorno ci si chiede se la scienza debba essere considerata o meno in rapporto alla morale, se sia giusto limitarla nella sua indagine oppure abbia più senso limitare l’uso delle scoperte. Ma a chi competerebbero tali limitazioni? Alla religione, ai governi, ai popoli, agli scienziati stessi, oppure alla scelta di ogni essere umano?

Tornando indietro con la memoria al disastro di Chernobyl, quando tutto dipendeva da una direzione del vento, da circostanze meteorologiche non certamente controllabili, dopo migliaia di anni di “emancipazione” eravamo ritornati là dove era cominciata la lunga marcia della civiltà: la paura di fronte all’inevitabile.
Niente è cambiato oggi con Fukushima, dove la radioattività è stata segnalata anche in Cina, sebbene non abbia creato allarme per la popolazione.
Come babbo natale, l’oscura nube vaga nei cieli di ogni dove, a cavallo dei venti si lascia trasportare e distribuisce l’unico dono di cui è in possesso e non a tutti in parti uguali. Non è equa e non è eco…
Il giornalista Heinrich Jaenecke affermava: ”Chernobyl ha dimostrato che la civiltà atomica presuppone gli uomini infallibili, e che quindi è inumana”.
Niente di più vero.

Così come la scienza deve cercare di recuperare una più unitaria e larga immagine del mondo, rapportandosi alle altre attività teoretiche e pratiche, così lo scienziato deve abbandonare il suo isolamento e caricarsi delle sue responsabilità, non solo nel campo conoscitivo, ma anche sociale ed etico.

La scienza è umana, è fallibile e perciò il dubbio deve nutrire il ricercatore, così come il dubbio nutre la fede religiosa.
Galilei afferma che la Sacra Scrittura e la natura procedono entrambe dal Verbo divino, una come vera e propria dettatura dello Spirito Santo, l’altra come osservante esecutrice degli ordini di Dio.
Solo recentemente, e grazie a una più diffusa coscienza ecologica, si intravede la crisi del mito dell’uomo padrone assoluto dell’universo e della realtà naturale. Non si devono dimenticare nemmeno le conseguenze che possono derivare dagli atti umani, siano esse volontarie o meno, che possono diventare anche molto gravi e incontrollabili. Questo significa che il fine, oltre ai mezzi, non giustifica nemmeno le conseguenze inaccettabili moralmente.

Quindi direi che lo scienziato, in quanto uomo, non deve essere sempre oggettivo e distaccato nei confronti della materia e dello studio che sta trattando e difendere le sue teorie, soprattutto in base ai guadagni che tali studi ne potrebbero far derivare.
Il filosofo Kierkegaard sosteneva che ci sono verità che si testimoniano e altre che si dimostrano: le prime sono quelle per le quali si può anche arrivare alla morte e possono essere le nostre scelte morali, la nostra fede religiosa, le seconde sono le teorie scientifiche.
Bisogna notare anche che mentre esistono più fedi, più leggi morali, di solito la scienza è una sola. Non ci sono concezioni della fisica cristiane o musulmane. Per questo si parla spesso dell’oggettività della scienza, ma questo non deve assolutamente portare a una sua avalutabilità. In realtà si può affermare che la scienza abbia una base e non un fondamento. La sua base sono i fatti osservabili, ma questi mutano, nel caso anche più banale, in rapporto agli strumenti di osservazione.
Prima di Galileo i fatti osservabili coincidevano sempre con quelli che si potevano vedere a occhio nudo. Il telescopio, invece, cambiò tutto, ampliando il campo degli oggetti osservabili e addirittura non solo spazialmente, ma anche temporalmente.

Bertolt Brecht in Vita di Galileo scriveva:

Brava gente, meditate la fine:
la scienza fuggì passando il confine,
noi che abbiamo sete di sapere,
lui come me, restammo al di qua.
Custodite perciò la luce della scienza,
fatene uso e non fatene spreco
perché non avvenga che una pioggia di fuoco
un giorno ci divori tutti quanti,
sì, tutti quanti.

Spunti tratti dalla tesina Galileo e la scienza di Gianna Elisa Nervi

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Berlusconi e i polli di allevamento

Oggi, osservando al tigì il Berlusconi che a Lampedusa inscenava una delle sue solite performance, pensavo distrattamente al fatto che fino al 1994 il Berlusconi si era costruito un impero mediatico-finanziario accalappiando una massa di ingenui (i dirigenti e i collaboratori di Fininvest prima, i telespettatori poi), e dopo si è costruito un’ulteriore appendice politica al suo impero accalappiando un’altra massa di ingenui elettori. Pensavo che non era cambiato nulla, che il Berlusconi aveva sempre continuato a fare soltanto il suo lavoro di piazzista.

A me i piazzisti mi hanno fregato solo due volte.

La prima volta avevo quindici anni, uno stronzo ha suonato alla porta, ero solo in casa, ho aperto, si è presentato un tipo vestito ammodino che ha incominciato a lisciarmi il pelo e alla fine è riuscito a vendermi dei dispositivi di sicurezza per i fornelli a gas. Costavano solo diecimila lire e tutto sommato facevano il loro mestiere, ma subito dopo averli acquistati me n’ero pentito, perché mi ero reso conto che lo stronzo mi aveva parlato con l’intento di abbindolarmi, quindi da lui non avrei dovuto comprare nulla, indipendentemente dalla validità dei suoi aggeggi.

(Tre anni dopo venne a trovarmi una zingara, non molto ammodino e senza una gran parlantina. Pretendeva di rifilarmi inutili ricamini, voleva in cambio diecimila lire. Rifiutai i ricamini ma le diedi un pezzo da cinquanta, perché mi era parso che non fosse una stronza).

La seconda volta avevo poco più di vent’anni. Venne una stronza per vendermi un corso di informatica. Disse una serie di sciocchezze per abbindolarmi. Io sospettavo che fossero autentiche sciocchezze, ma feci a mia volta una sciocchezza: le firmai una carta in cui si diceva che acquistavo un ciclo di lezioni di informatica da una certa società, mi rifiutai però di darle un qualsivoglia anticipo. Feci così perché avevo un piccolo dubbio che fosse davvero una cosa seria e non volevo perderla nel caso mi interessasse; ero convinto che avrei potuto comunque rinunciare al corso, e volevo pensarci un pochino. Ahimè, scoprii poi che il corso era una baggianata, ma che non era possibile ritirare la mia adesione (non era ancora entrata in vigore la legge che garantisce diversi giorni di ripensamento, e a quel tempo io non sapevo che i corsi di informatica sono sempre completamente inutili).

Dopo questi due episodi, non è più capitato niente del genere. Ormai gli stronzi li vedo a cento metri di distanza e, quando chiamano al telefono, mi diverto a tenerli appesi per un tempo il più lungo possibile, prendendoli in giro in modo sempre più grottesco, finché si stufano (più sono stupidi, più ci impiegano per stufarsi).

Tornando al tema inziale, è ovvio che il Berlusconi è uno di questa risma, ma nel suo caso non sempre si capisce subito. Del resto, la gente ha una propensione infinita a dare fiducia a chi non la merita, e basta che uno sia un po’ potente o pieno di soldi perché venga preso sul serio da molti.
Oggi stavo dunque pensando al fatto che il Berlusconi fosse soltanto uno con un buon intuito per gli affari — cioè uno per cui fare affari è uno scopo della vita, vale a dire un affarista — e con un’ottima parlantina, cioè con la faccia tosta di parlare in modo da mettere sempre a proprio agio l’interlocutore, anzi il pollo.
Stavo pensando a questo quando, casualmente, vedo un articolo di Enzo di Frenna dal titolo Berlusconi, un potere basato sulla PNL. L’articolo spiega che la programmazione neurolinguistica, una pseudoscienza che riduce la psicologia e la linguistica a tecniche stupidine di manipolazione del consenso, veniva insegnata fin dagli anni ’90 ai manager di Pubblitalia e ai dirigenti di Forza italia.

Ecco, oggi non ero l’unico a pensare a questa cosa…

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Capodanno pisano. Se ne parla a Livorno – da Briaifu’ (Le avventure di Favollo e Gangillo)

Favollo e Gangillo s’incontrano per caso ai giardini della stazione ferroviaria di Livorno.

F – O Gangillo, ‘sa ci fai alla stazione?
G – Dé, volevo andà a Pisa a festeggià ’r capodanno.
F – No!… dio, ti senti bene? Ciai topini, ’he t’ha fatto ieri sera tu madre ’nsullo stomao?
G – Dé, ma perché? Vado a Pisa a festeggià, un tò mia detto ’he vado a buttammi gnudo nell’Arno .
F – No, te m’ai detto ’he vai a festeggià ’r capodanno. Ma lo sai vanti n’abbiamo oggi? Seondo te la primavera di domenia scorza ’hi l’ha festeggiata? In Australia no, siamo d’accordo, come ’n artri Paesi, ma qui ’n Italia, ’hi l’ha festeggiata?
G – Perché, la primavera si festeggia? O da quando?
F – Ma nooo, si fa per dì! Ner senso ’he se n’è parlato dappertutto di vesta primavera ‘he astronomiamente è arrivata ir 20 marzo e no ’r 21. Più precisamente se lo voi sapé è arrivata alle ore 23 e 21 minuti.
G – Dé, e ci manca dimorto a esse ’r 21 marzo!
F – Sì, vabbene… aragione, ma l’orario un è mia ’na fantasia, se ciai da prende ’r treno, e ci vai ’n orario alla stazione, no? Ora, per esempio, a che ora ce l’hai ’r treno pe andà a Pisa?
G – Alle 10, perché ciò da andà a piedi alla ’hiesa di San Ranieri.
F – Boia dé… C’hai ’r treno alle dieci e all’otto siei già qui? Artro ‘he ‘n orario siei venuto… Boia dé!… ‘Hiamatela paura di perde ‘r treno.
G – Perché son giàll’otto?
F – No! No! Siei bello rosso e bianco, manca ir verde e poi siei a posto anco per i 150 anni dell’Italia.
G – Te dici? Ma un mi manca mia ir verde, ce l’ho nelle tasche! Boia! dè!…Sì! ’Nsomma, un mi riusciva di dormì e allora mi sono arzato e m’è venuta ’n mente vesta ’osa vì, e così mi son detto: Gangillo, vai a vedè questa ’osa nova ma vecchia, vai a Pisa alla zitta e vai a spià ‘sa fanno i pisani peddì che fanno ’r capodanno pisano.
F – Ah! Ecco!… Allora ti voglio arraccontà ’na ’osa sull’equinozio.
G – Sur che? Sur cavallo der tu zio?
F – Oddai Gangi, siei sempre ‘r solito. Te l’ho detto prima. Ma mi stai a sentì o no?
G – Dai scemo… scherzavo!… Vieni, dimmi ’sa ciai da dì…
F – No, niente… Volevo solo fatti sapé che anco Dante nella Divina ’ommedia ha rammentato l’equinozio, anzi gli equinozi, sia vello di primavera ’he quello dell’autunno. Ha scritto ’osì:

Da diversi punti dell’orizzonte surge ai mortali nel decorso dell’anno il Sole, ma mai non tiene un corso sì propizio per tutto insieme il Globo, nè sorge congiunto con si benigne costellazioni, che quando sorge da quel punto equinoziale, ove i quattro gran cerchi, l’Orizzonte, l’Equatore, lo Zodiaco, e il Coluro degli equinozi, intersecandosi, formano tre in crociaiture: allora quest’Astro produce la più grata temperie, e le più benefiche modificazioni sulla mondana cera, cioè sul Globo terrestre, a suo modo, cioè esercitando esso allora più generalmente e con più efficacia la virtù sua propria di vivificare, e fecondare il nostro Globo.
(Poggiali-Vernon, Ginori-Conti, Il codice dei Commenti alla Commedia, Tomo IV, Cantica III, Paradiso, pag. 196)

La parola “equinozio”, se lo voi sapé, e viene dal latino e significa “notte uguale” cioè che ’r numero d’ ore notturne è li stesimo di velle della luce der giorno. È ’r principio della metà luminosa delle 24 ore, e quando le ore di luce superano le ore di buio è ’r primo giorno della primavera, la stagione della rinascita…
In morte ‘urture viene associata alla fertilità, all’inizio e anco alla resurrezione. Tanti sono i miti legati a questa stagione vì, la storia è piena di tradizioni popolari che si basano nsur concetto di sagrificio e la rinascita poi. ‘N Grecia e ’n tutto ’r territorio ellenio dopo l’arrivo della primavera si svolgevano le Adonìe, feste ’he riordavano la resurrezione di Adone ucciso da un cignale (ir cignale si dice ‘he fosse ir dio Ares geloso di lui perché la dea Afrodite lo preferiva a lui).
G – Adone? Chi, vello della pasticceria e della baracchina alla Rotonda d’Ardenza Mare? Boia dé, come son bone le su sfogliatine alla mela… uhmmm… mi vien l’acquolina in bocca, ciò biasciotti vì, a’ lati della bocca… Bone dè!… Boia, ’ome son bone! È un po’ ’he un ci vò, bisogna ’he ci vada, mi manca la su robba bona, dè, Anco ’r gelato è bono e anco ’r caffè. Te un ci vai mai? Vacci vai, da retta a me! Uando passi di lì, facci ’na fermatina…
F – Macché Adone della baracchina alla Rotonda. Ma senti vesto vì cosa ti tira fori! Adone seondo la mitologia greca nacque da su madre Mirra ‘he era ‘nnamorata di su pa’, cioè ir nonno di Adone ‘he si ‘hiama Cinira, e che era re di Cipro… un ti sto a arraccontà cos’è successo… Un casino dell’ottanta…
G – Ma chi se ne frega! Penso a lui, io! Un guardo mia mai i firmi vietati e un leggo quasi mai nemmeno ir vernaoliere, a parte le loandine ’he son tutte un programma… Vella di vesto mese vì poi… Boia dé! Però son de ganzi, lì dentro… Ne scriveranno di ’ose sceme?
F – Ma no! Uffa! Un ti sto a raccontà nulla perché è ‘na storia lunga…
G – E ci ’redo! Quant’anni fa la gente ‘redeva agli dei in Grecia, in Babilonia e dintorni?
F – Come siei scemo, dè!!! Apparte ’r fatto ’he anco i tu lontani parenti c’avevano gli dei da adorà…
G – Ma chi? I mi nonni? Un l’ho mai saputo…
F – Oioi lulì, dé!!! Macché nonni, parlo degli etruschi! Ma te di dove vieni, un siei di Livorno te?
G – Sì!
F – E allora? Siei ‘n etrusco no?
G – Ahhh!… Ho capito!… Ecco perché quell’artra pasticceria si ’hiama Pasticceria Etrusca, un era ir su ’ognome vello scritto sulla tenda
F – Ma caa dici???
G- Dé… e dici i mi lontani parenti, ’hiamali lontani… artro ’he lontani sono… È lunga sì, la storia da raccontà.
F – Sì, vai! Vabbè! Un’artra vorta ti spiego quarcosa di vesti vì… la voi sentì vella storia lì, ti garba? Poi te la racconto eh! Ora ti finisco ‘ discorso di prima. Allora, il mito è, pe falla breve, (‘ome ‘r processo di Berlusconi) che Cinira dopo aver scopato ar buio ‘on la su figliola che era ancora vergine, … be’ no… via!… son tentato di arraccontatti tutta la storia, ma è lunga e un ci ’apiresti nulla. Via, prima o poi te la racconterò… Ti di’o solo vesto, che Adone è nato dar tronco d’un arbero. Ecco perché è ir dio della rinascita e della vegetazione.
G – Ah! Ecco perché quand’ero piccino mi dicevano ’he ero nato sotto a ’n cavolo. Ir giardino un ci s’ aveva, vindi nemmeno l’arbero e accanto a noi ci stava un contadino. Avoglia a cavoli!… Eh! Sì. Dov’esse proprio ‘osì! Per i mi genitori ero un Adone…
F – Sì,… peccato ‘he poi ti siei sciupato crescendo…
G – Sì! O vai! Vest’artra vorta mi racconti di vesti vì… M’interessa sapé deii cavoli der mi vicino di ‘asa di vando ero piccino… ’Nsomma, arritorniamo a Adone, che mi dicevi era nato dar su nonno che aveva scopato la su figliola. Si vede ’he ni garbavano le vergini, uindi era di siuro ‘na bimbetta… Toh! O guarda un po’ ‘sa mi viene ’n mente ora: Ma Berlusconi un ce n’ha figliole sparse ner mondo ’he sono ’nnamorate di lui, ’ome Mirra? ’On tutte le bimbette ’he ni girano ’ntorno ‘he manco lui sa chi sono e nemmeno vantanni hanno, ci potrebbe anco sta che ne scopi una venuta da chissà dove, ’he s’infirtra perché è ’nnamorata di lui fin da piccina, ner mucchio che gioa con lui ar bunga bunga, lui un la ‘onosce preso ’om’è da tutti i su lavori e ci rimane ‘ncastrato… ‘Ncastrato ho detto no castrato… Be’, in fondo, in questo caso è la stesima ‘osa. E ‘apace Berlusconi è parente alla lontana, ma dimorto lontana, di Cinira.
F – Sì! Va bene vai! La tu stronzata quotidiana l’hai detta, ora fammi finì di ditti del bell’Adone, ‘r figliolo di Berlu… no, scusa, volevo dì, di Cinira.
Mi fai parlà ora? Allora, anche un’artra festa riorda la storia, quella assiro-babilonese che è la ’opia giusta giusta di vella ellenia, i su personaggi si ’hiamano: per Adone ir dio Tammuzze (Tamuz) e per Afrodite la dea Ishtarre (Ishtar).
Devi ‘apì ‘he la primavera era la stagione dell’accoppiamenti rituali, le nozze sacre in cui ir dio e la dea si accoppiavano per propiziare (propiziare non è una parolaccia) la fertilità. Una delle ‘ose ’he venivano fatte e ancora si continua a fa’, sono i foi di rito ’he venivano accesi nsulle ’olline e che seondo vesta tradizione, più rimanevano accesi e più la terra avrebbe dato in abbondanza i su frutti.

Come tante delle antie festività pagane, anche l’equinozio di primavera fu cristianizzato: la prima domenia dopo la prima luna piena ’he segue l’equinozio (data fissata nel IV secolo d.C.), i gristiani celebrano la Pasqua. Se si traduce la parola Pasqua in inglese essa si trasforma in Easter. Beh, senza smeningiassi troppo essa riporta a un’antia divinità pagana de popoli nordici, la Dea Eostere (Eostre o Ostara, “la stella dell’est” cioè Venere), paragonabile a Afrodite e Ishtarre, che presiedeva a antii curti (culti) legati ar sopraggiunge della primavera e alla fertilità de ’ampi. A Eostere era sacra la lepre, simbolo di fertilità e animale sacro in molte tradizioni. I Britanni associavano la lepre alle divinità della luna e della ’accia e i Certi (Celti) la ’onsideravano un animale divinatorio. In molte ‘urture, da quella cinese a quella ‘ndiana o afriana, campeggia l’immagine della lepre ‘mpressa nella Luna, tant’è che anco la stessa dea Eostere era ‘llustrata cor una testa di lepre. La lepre di Eostere, che deponeva l’ovo della nova vita per annuncià la rinascita dell’anno, è doventata ’oniglio di Pasqua de giorni nostri ‘he porta in dono l’ova, artro simbolo di fertilità.

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G – Bravo! Ecco! Io voglio andà a Pisa proprio perché nella ’hiesa di San Ranieri c’è un ovo ’he si deve illuminà a mezzogiorno e da quer momento ’ncomincia ir capodanno pisano.
F – Un ovo? Un ovo si deve illuminà? Ma cos’è ’na trovata nova? Certo ’on la tennologia d’ ora ci mancava anco l’ovo ’he sillumina… Ma è a pile o lo fanno illuminà da un faretto ’ome in discotea, bianco, rosso e verde, ’ome la bandiera italiana? Tanto, dé, siamo ’n tema di risorgimento, è tutto bianco, rosso e verde ’n giro. Approposito, l’hai sentita la ’anzone di Tricarico? Boia dé, com’è bellina! Vando l’ho sentita mi sembrava d’ésse tornato all’asilo dalle sore e rivedevo i mi amici ’he si faceva girotondo. Però è bellina, dai!…
G – Ma so na sega ’ome s’illumina! Io so che s’illumina, poi ’n so artro… E lo voglio andà a vedé apposta. Vando l’ho visto te lo dio.
F – Certo, un ciavevano artro da fa i pisani ’he ’nventà ’n capodanno tutto suo! E noi… un ce l’abbiamo? O, si potrebbe dì ar nostro sinda’o Cosimi se si fa anco noi na festa ‘guale a quella de pisani. Si potrebbe ’nventà ‘nvece der capodanno, l’ultimo dell’anno ir 26 marzo che ’nvece d’un ovo ‘lluminato, si potrebbe spenge tutte le luci della città. Tutte però eh! Tutta la città ar buio. Artro ’he l’ospidale pole rimané acceso.
Poi, all’otto di sera, ’osì anco i bimbini li possano vedé, si fanno du foi artificiali, e s’accende i foi a Montinero e ar Castellaccio, per propizià (l’hai detto te ‘he unè na parolaccia) la fertilità. Così nascano più bimbini ’he poi bisogna portalli all’asilo nido, poi alle materne e ’r Comune fa vaini e si frega tutti…Bellino no?
A quei pisani lì, Unni bastava avecci la torre ’he pende da quando è nata e un casca… Ma guarda te se lo dovevano fa a Pisa quer campanile lì. Un lo potevano fa alla ’hiesa di Piazza Magenta? No, si deve fa lì, a Pisa, ‘nzieme ar Domo… Mi par di sentilli velli ’he lo volevano ‘ostruì… E si ‘hiama sì piazza de Miraoli, più miraolo di vello lì. Guarda ‘om’è, se lo volevano fa così, l’avevano belle e fatto…
Poi, cianno l’Arno verde marcio, ‘he nei retoni del lungarno a Marina di Pisa ci rimangano sì i pesci, ma ’n bocca a’ tarponi!…
Poi, dé, cianno le zanzare tigri della Malesia, no! Un’è na specie nova, è quella ‘he c’è a Pisa, specialmente a Tirrenia, ’he pe falle morì bisogna ’hiamà Sandokan. Infatti, da quarche anno lo ’hiamano più spesso così guadagna un po’ di più, visto ’he in televisione un si vede più, e siccome cià dolori dell’età un lo fanno saltà più sotto la pancia della tigre, almeno rischia di meno e si diverte di più, speciarmente ’on la racchetta elettrica cinese, gioa che è na bellezza. È contento matto, guadagna e si diverte da morì. Sempre tigri sono!…
Poi, dé, se vai ’n Corso Italia e Borgo Stretto, c’è un puzzo di bottino ’he t’addormenta. Boia dè! Ma caa ci buttano lì dentro dé…
‘Nsomma, i pisani c’hanno un sacco di ’ose e ora anco ’r capodanno… Maaah!!!
G – Senti, è arrivato ’r treno! Domani ci si vede sugli scogli dell’Accademia, ‘osì ti racconto tutto!
F – Vai!… T’aspetto lì. Oh! Stai attento eh? Perché i pisani un ti ’onoscano, m’arraccomando uando vedi la luce sull’ovo un dì: BOIA DE’!!! Hai ’apito?
G – Un ti preoccupà, dirò: Ga-oh! Così un se n’accorgano! Ciao! A domani!

La mattina del giorno dopo, il 26 marzo 2011, Favollo e Gangillo si ritrovano sugli scogli dell’Accademia.

F – Gangillo, ’om’è ’r mare?
G – Bono, bono… l’acqua è carda.
F – Allora? Racconta vai… È da ieri ’he penso a sta stronzata der Capodanno Pisano.
G – Dé, senti… C’era un branco di gente ’n Chiesa a aspettà, c’erano anco velli travestiti…
F – Travestiti? Mamma mia!…
G – Noo! O cosa hai ’apito? C’erano velli in costume…
F – In costume? In chiesa? Mamma mia, ’ome siamo ridotti, siamo proprio ‘ascati in basso… Forse è un’usanza pisana? Prima d’andassi a buttà tra tarponi nell’Arno, vanno in chiesa?
G – Oioiii!… Favollo! In costume, sì, ma quello storico, vello der medio evo…
F – Accidenti! E son sempre boni vei ‘ostumi? Un si sono anco rotti?
G – Uimmena! Ma come siei scemo… Erano omini mascherati!
F – Megliooo!… O dove ni pareva d’esse?… A Viareggio? Un lo sanno ’he ‘r carnevale è finito da quer dì?
G – Sì! Vai!!! Aragione te! ’Nsomma velli omini lì, facevano un casino ’on que tamburi, ’he un ci si poteva sta… . Poi prima di mezzogiorno è cominciata la cerimonia religiosa dell’annunciazione e è arrivato ‘r momento in cui un raggio di sole attraversa le navate del duomo e si posa su una mensola nell’angolo del pilastro nero che regge la ‘upola. Tutti ma proprio tutti ci siamo messi a guardà in sù, verso l’ovo di marmo ‘he sta sopra vesta mensolina.
F – Eeee… e cosa c’era da guardà? Un ovo?
G – Sì! L’ovo ‘he ti dicevo ieri, un ovo ‘lluminato! Un raggio di sole è entrato da ‘na finestrina tonda della navata centrale ’he l’ha ‘lluminato. Era mezzogiorno. Solo ’he dice (lo diano i pisani, perché io un l’avevo mai visto e pe me poteva andà anco bene ’osì) ’he quest’anno un l’ha beccato ’n pieno l’ovo, ma l’ha sortanto accarezzato e solo dopo l’ha baciato.
F – Oh! Un dì cose sconce eh?
G – Ma dai! Vesta è poesia!… Te siei ’gnorante ’ome le ’apre zucche, ma cosa voi sapé!? Si dice ’osì: L’ovo è stato prima accarezzato, ‘nfine baciato dar raggio der sole a mezzogiorno preciso preciso. Solo ir 25 marzo succede ’he ’r sole si sofferma alcune decine di seondi in questo punto della cattedrale e per i Pisani segna l’inizio der capodanno pisano.
F – E cosa c’è di tanto ’nteressante? E se piove?
G – Se piove, boh! Guarderanno l’orologio. ’Nsomma è ’nteressante per ir fatto ’he quello è ’r momento ’he segna ir passaggio dar 2011 ar 2012 pe Pisa, e poi ho saputo che anco a Firenze si festeggia, ma ’n anno dopo. Vindi loro hanno ’ncominciato ora ir 2011 e Pisa è già ner 2012.
F – Boia dé!… che casino! Un bastavano i cinesi a fa ’r capodanno cinese e tutti vellartri ’he cianno i loro ’onti cor tempo, ora ci sono anco i pisani e i fiorentini a fa casino. Te lo ’mmagini se un fiorentino fa ’n assegno a un pisano ’he poi lo gira a un livornese? In banca ci doventano scemi…
O! Allora, se Pisa è già ner 2012, si guarda ’osa succede il 12 dicembre, ’osì ci si ’nforma e ni si va ‘n tasca ai Maya!
G – Ma dove le pigli? Ma vai, levati di vì, vai!… Un t’arracconto più nulla.
F – No! No! Voglio sapé tutto! E allora? Arracconta, dai finisci d’arraccontà.
G – Sì! Ma chetati ora! Dunque, dicevo ‘he i pisani ogni anno ripropongono l’inizio dell’anno secondo quanto accadeva nel periodo tra il 1200 e il 1749, questo capodanno si celebrava per la festività di Maria. L’anno aveva inizio ab Incarnatione, cioè dar momento dell’annuncio della maternità dato alla Vergine dall’Angelo Gabriele, cioè ner giorno dell’Annunciazione, esattamente nove mesi prima della nascita di Gesù pe riordà la su Incarnazione. Vesto calendario durò fino al 20 novembre 1749, giorno in cui ir Granduca di Toscana Francesco I di Lorena ordinò che in tutti gli stati toscani il primo giorno del gennaio seguente avesse inizio l’anno 1750, pe adeguassi ar Calendario Gregoriano.
Quindi lo Stato Pisano, formato più o meno dalle Province di Pisa e di Livorno di oggi, dovette fa li stesimo del resto della Toscana e usà ir calendario novo.
Pe esse certi di non sbaglià giorno pe festeggià l’anno novo, i pisani avevano ‘ostruito nella cattedrale na specie d’ “orologio solare”, vella finestrina tonda ‘he ti dicevo prima, ‘he si trova in alto, nella cappella di San Ranieri e dalla quale, proprio ir 25 marzo, a mezzogiorno esatto entra un raggio di sole che va a cascà sempre ner solito punto, sta ‘osa vì, riorda appunto l’Annunciazione di Maria, come nei vadri, uando si vede irraggio di luce ‘he scende dar cielo. Da quarche anno ir sindao di Pisa ha ripristinato questa tradizione.
F – OH! Lo vedi ’he avevo ragione a un ‘rede all’oroscopo!
G – O cosa c’entra l’oroscopo ora?
F – C’entra, c’entra. Tanti fanno i ’onti der giorno e dell’ora ’he si nasce, anche i minuti voglian sapé, pe ditti ’osa farai da grande (tanto pe dì quarcosa), ’nvece io ho sempre pensato ’he è più giusta la data der concepimento, armeno approssimativo… perché quello è siuro che c’è stato, mentre nasce si pole nasce in tanti modi, perché ti fanno nasce, perché tu mà ha avuto un incidente di quarsiasi tipo, perché ir bimbo è grosso, e tanti artri motivi.
G – Vabbè, vabbè… Lascia perde…
F – No! Io sono nato a dicembre di sette mesi…
G – Senti, un me ne frega nulla di vando siei nato te, poi se ne riparla eh? Poi, se ne voi sapé di più della cerimonia ’he fanno a Pisa, vatti a vedé questo video vì:

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La sera hanno fatto i foi, l’Arno era ’lluminato, Boia dé! Però, i foi, i pisani li sanno fa per davvero e li fanno bene, li fanno!…
F – ’Nsomma ti siei divertito, via? T’è piaciuto ir capodanno pisano!…
G – Sì! M’è piaciuta per davvero vesta festa vì! Sì, bisogna dillo a Cosimi…

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Quando Berlusconi invitava i tunisini a emigrare in Italia

Il 18 agosto 2009 Silvio Berlusconi, durante una visita privata a Tunisi, si incontra con Ben Ali (l’ex dittatore tunisino sostenuto dal governo italiano) e poi interviene in un programma di Nessma TV, una televisione satellitare tunisina acquisita l’anno prima da Mediaset e partecipata anche da Gheddafi.
In quell’occasione il nostro “incredibile Presidente” dichiara:

BERLUSCONI — Per coloro che vogliono provare nuove possibilità di vita e di lavoro, occorre aumentare le possibilità di entrare legalmente in Italia e negli altri paesi europei. Questo è ciò che voglio sia fatto non solo in Italia, ma in tutta Europa. E poi bisogna dire che gli italiani sono stati un popolo che ha lasciato l’Italia e che è emigrato in altri paesi, soprattutto in quelli americani. Ciò ci impone il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con una totale apertura di cuore e di dare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, la possibilità di una casa, la possibilità di una scuola per i figli e la possibilità di un benessere, che significa anche la salute e l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità. E questa è la politica del mio governo.
CONDUTTRICE — Lei è incredibile, Presidente, non posso trattenermi dall’applaudire. Davvero mirabile che ci siano persone che oggi riescono a rivolgersi così alla gente del popolo e ai maghrebini. Da dove le viene questa energia?
BERLUSCONI — Semplicemente dal fatto che sono un uomo del popolo.
(Spezzone del video da 3’24” a 5’02”)

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I tunisini che guardavano la tivù del berlusconi potrebbero essersi fatti una gran bella idea dell’Italia e del suo “incredibile Presidente”. E ora, a pensarci bene, le numerose ville del nostro “incredibile Presidente”, nonché i suoi immensi averi, potrebbero essere più degnamente usati per ospitare i migranti, piuttosto che per organizzare i bunga-bunga.

Tratto dall’articolo di Daniele Sensi Il video show di Berlusconi sulla (sua) televisione tunisina: “La mia tv vi porterà libertà e democrazia”

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Uno sbaglio a Fukushima

Avete mai sentito di uomini che non sbagliano mai? A parte il dogma dell’infallibilità papale, inventato nel 1870 da Pio IX per prevalere sui vescovi dissidenti — un ridicolo sbaglio del clero cattolico — non s’è mai saputo di qualcuno che non sbagliasse mai. Al contrario, è noto che gran parte della fortuna dell’umanità proviene dagli sbagli. Per esempio, molte delle più importanti scoperte scientifiche sono state fatte per sbaglio; ma anche nella vita quotidiana gli sbagli, spesso, ci consentono di trovare strade nuove che altrimenti non avremmo preso in considerazione.

Dunque gli uomini non solo possono, ma debbono sbagliare per dare il meglio di sé.
Certo, ci sono dei casi in cui non si può proprio sbagliare. Immaginate un chirurgo che opera a cuore aperto o un ingegnere che progetta un’imponente diga: costoro, se sbagliano, lungi dal rischiare il meglio di sé, fanno sicuramente il peggio degli altri. E quindi, almeno quando lavorano, il chirurgo e l’ingegnere sono come il papa che non sbagl… Macché! sbagliano lo stesso!

Non c’è niente da fare. Potete educare una persona nel modo migliore, istruirla in modo eccellente, potete anche punirla per ogni nonnulla e minacciarla quanto vi pare, ma non troverete mai nessun sistema per salvaguardarla dallo sbaglio.

Forse bisognerebbe, anziché cercare fin dall’inizio di evitare ogni sbaglio, provare a fare dei piccoli sbagli, per immunizzarsi. Come s’usa dire: sbagliando si impara. Se facciamo una serie di sbagli controllati, in situazioni sorvegliate dove sia tolto il pericolo reale, potremmo imparare a non ripetere gli stessi sbagli in situazioni peggiori, più pericolose. Il chirurgo potrebbe allora allenarsi a uccidere per sbaglio i bambolotti, e l’ingegnere potrebbe divertirsi a far crollare dighe finte; in questo modo potrebbero capire quando e perché succede uno sbaglio…

… Ahimè, questo è un metodo che viene praticato, ma alla fine non funziona. O almeno, non funziona abbastanza, non al punto da garantire che non ci siano più sbagli. Pare che gli sbagli fatti per finta non valgano: bisogna imparare dagli sbagli veri, quelli che provocano dei danni reali. Solo in questi casi sbagliando si impara…

… Bleah! Si impara a sbagliare di nuovo! È un dato di esperienza comune: gli sbagli si ripetono. Almeno certi sbagli, quelli peggiori, si ripetono quasi sempre. Non è la legge di Murphy, non è una caricatura, è proprio una realtà.

Mettiamo un esempio pratico. Diciamo che Hiroshima fu uno sbaglio. Uno sbaglio voluto, uno sbaglio storico, una cattiva azione da non ripetere mai, come la Shoah. Quelle cose per cui si dice: “Mai più” e tutti sono d’accordo.
Bene, dopo Hiroshima abbiamo visto Three Mile Island, dove nel 1979 avvenne il primo grosso incidente in una centrale nucleare. Non era la stessa cosa di Hiroshima, ma era comunque uno sbaglio di tipo nucleare. Okay, non si può paragonare: Hiroshima fu una cattiva azione fatta di proposito, Three Mile Island uno sbaglio involontario. Ma nel 1979 quello era il primo grosso sbaglio involontario nel nucleare. E chi non sbaglia mai? L’importante è avere imparato e non sbagliare più.
Ma ecco che nel 1986 capita Černobyl, un altro sbaglio, ancora peggiore. Due sbagli sono più preoccupanti di uno, ma vabbè, di Černobyl s’è detto tanto: centrale di vecchio tipo, senza un robusto involucro protettivo, gestita da funzionari sovietici per i quali le precauzioni erano un optional borghese. Un incidente come quello di Černobyl non sarebbe potuto avvenire in una centrale di seconda generazione costruita nei paesi di democrazia liberale. Così si è detto, così si è ripetuto fino all’11 di questo mese. Mai più succederà, si disse, lasciando capire che la colpa era dei comunisti.
Il quarto grave sbaglio, quello di Fukushima, non sappiamo ancora se sarà o no peggiore di Černobyl; per ora è soltanto candidato a essere il più grave incidente nucleare di tutti i tempi, ma non ha ancora vinto.

Okay, finora fanno quattro sbagli, tre se non contiamo Hiroshima e Nagasaki. Può bastare? Abbiamo imparato? Perché non è solo una questione di contabilità delle vittime. Vittime di qualcosa ci saranno sempre, ma gli incidenti nucleari hanno la caratteristica che si sa quando incominciano ma non si sa dove finiscono: quando succedono, non si sa più cosa fare per fermarli e per quante migliaia di anni produrranno conseguenze.

In effetti, in questo momento un po’ tutti dicono che bisogna riflettere, fermarsi un momento. Anche i nuclearisti convinti, tipo Chicco Testa, hanno cambiato idea, come chi improvvisamente si rende conto di avere sbagliato e cambia strategia.
Ma lasciate passare qualche anno senza gravi incidenti e vedrete che tutto si ripeterà. Non uguale, ma si ripeterà lo stesso. Domani verranno a dirci che finalmente il nucleare è sicuro, che dopo Fukushima c’era stata l’“onda emotiva”, ma ormai è passata, che le tecniche si sono evolute, che l’esperienza ha insegnato, che il popolo chiede energia. E l’umanità riprenderà la sua marcia trionfale verso gli stessi sbagli del passato, finché non si ripeteranno le stesse catastrofi.

Eppure le catastrofi non sono necessarie. È lo sbaglio a essere inevitabile, non la catastrofe. Per evitare le catastrofi, dunque, ci vuole una decisione: evitare giochi collettivi troppo pericolosi. Il nucleare oggi è così: è bellissimo, affascinante e gravido di ulteriori magnifici sviluppi, ma troppo pericoloso per essere lasciato in mani diverse da quelle di un dio. E, tra i costruttori di centrali nucleari, non c’è ombra di dio…

(Nota. Ovviamente, qui come nell’articolo Un imprevisto a Fukushima, non parlo dell’Italia. Ve la raccomando, nell’Italia di oggi, una centrale nucleare costruita dalla ’ndrangheta…)

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Sii virile, caccia i migranti e vota ’Ndrangheta

Se il mondo è così pieno di problemi, è perché gli uomini non li vogliono risolvere, i problemi. È colpa loro. Per moralismo o per menefreghismo, non fanno quel semplice gesto umanitario che basterebbe a sistemare tutto: cacciare i migranti, senza se e senza ma.

I migranti provocano sporcizia, malattie, paura, violenza e disoccupazione; e portano povertà, ignoranza, corruzione e terrorismo. Bisognerebbe cacciarli tutti. Ma la Lega, con il Maroni a capo degli Interni, ha le mani legate. Per questo ha tentato la vecchia tattica del “tanto peggio, tanto meglio”, facendo stazionare i migranti a Lampedusa il più a lungo possibile. È un modo per parlare alle intelligenze degli italiani, dicendo loro: “Vedete come sono rognosi questi migranti, come tendono a intasare i porcili?”

L’opinione pubblica, impressionata dall’immagine dell’apocalisse migratoria, si sta finalmente convincendo della necessità di risolvere i problemi. Ma ecco che salta fuori un imbecille, un certo Tedeschi, un albergatore di Verona disposto a ospitare duecento migranti in un proprio residence (vedi qui). E sarà pure per business che vuole ospitarli, ma insomma questo Tedeschi scrive alle autorità, alla Prefettura, alla Provincia, ma niente: fanno finta di non vederlo. Ufficialmente a Verona non ci sono posti, al massimo trenta letti alla Caritas. Tutto occupato per il Vinitaly.
Gli italiani non vogliono i migranti: questo deve sapere l’opinione pubblica.

Che poi la gente la pensi diversamente, che molti italiani, probabilmente la maggioranza, non abbiano niente contro i migranti e, piuttosto che l’invasione dei nordafricani, temano l’invasione dei nostri politici ’ndranghetisti, questo è un fatto che l’opinione pubblica non deve sapere.
Ciascuno di noi, quando pensa con la propria testa, può trovare simpatici i nordafricani e chissà quanti, come l’albergatore di Verona, sarebbero contenti di ospitarli — vuoi per solidarietà o per curiosità, vuoi per interesse. Ma non bisogna dirlo, per non rovinare la buona educazione di questa opinione pubblica.

Ricordalo quando andrai a votare. Non farti traviare dalle sirene delle tue opinioni individuali, delle tue ragioni particolari e dei tuoi sentimenti personali. Nell’urna sii virile, vota la ragione pubblica: vota ’Ndrangheta.

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L’umanità vista da lontano

Non c’è motivo di ritenere che prima del neolitico gli uomini, ancora relativamente incivili, fossero più stupidi o infelici di adesso. È possibile al contrario sostenere che la civiltà progredisca a spese della felicità, perché ha introdotto la guerra, la schiavitù e molte altre forme di segregazione e sopraffazione. Felicità però è un termine troppo vago, e il progresso è un’idea morale che non ha niente di obiettivo. In ogni caso, non abbiamo modo di stabilire se prima del neolitico gli uomini fossero più saggi o più felici.

Per valutare la storia con un criterio che sembra più obiettivo, potremmo metterci dalla prospettiva di un naturalista che si limitasse a misurare la quantità e la varietà di vita sulla terra. Da questa prospettiva il bilancio sarebbe negativo: non sappiamo se l’homo sapiens sapiens sia stata l’unica specie umana attecchita sulla terra oppure quella più violenta che ha sterminato tutte le altre, ma comunque c’è l’impressione che gli uomini, aumentando di numero e di capacità, tendano a soggiogare e a distruggere le altre forme di vita, fino al punto, forse, da rendere problematica persino la propria sopravvivenza. Da questa prospettiva, gli unici uomini ancora “vitali” starebbero in quelle sparute tribù di cacciatori-raccoglitori che ancora popolano alcune regioni della terra, ma purtroppo sono in via di scomparsa.

Ma il bilancio negativo del naturalista sarebbe comunque un giudizio umano, non obiettivo. D’altronde la terra è una cosa troppo piccola e marginale nell’universo perché un punto di vista davvero obiettivo se ne preoccupasse. Potrebbero esserci altri miliardi di terre paragonabili alla nostra, altri miliardi di casi in cui gli amminoacidi hanno formato proteine dando luogo alla vita come la conosciamo noi. Non escluderei nemmeno altri miliardi di casi in cui composti diversi dagli amminoacidi abbiano dato luogo a forme di vita radicalmente diverse, che noi non sapremmo riconoscere come “vita”. Non c’è motivo di temere che in tutti questi miliardi di casi sia nato l’uomo. E anche se altrove fosse nato l’uomo, non c’è ragione di credere che ci sia stato un neolitico e un successivo sviluppo delle forze produttive fino alla rivoluzione industriale, con tutte le conseguenze di distruzione della vita che abbiamo conosciuto noi.

Ma se quest’idea vi rendesse infine allegri, dovrei di nuovo avvertirvi che il vostro sarebbe un giudizio ancora molto umano, troppo umano…

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Fiori per un amore

La mia ragazza ama un altro uomo. Sapete perché? Lei è molto intelligente, quindi è ammirata. È anche molto generosa. Ma, principalmente, io non posso essere tutto per lei.
Di me lei apprezza le mie poesie, i miei sguardi, il modo buffo in cui cammino. Anche “sessualmente” le cose vanno bene, tranne un dettaglio: con me non “viene” mai! E poi c’è un’altra cosa, di cui non saprei valutare l’importanza: i fiori. Non le regalo mai dei fiori… non so… non mi viene, forse non amo i fiori, e non mi va di farlo apposta a regalarglieli, non mi sembrerebbe “vero”. Le regalo molte altre cose che a lei piacciono, ma i fiori no.

Ma da un certo tempo la mia ragazza ha conosciuto un fioraio molto simpatico. Lui, eh, non ha certo problemi a donarle i fiori più strani, e lei è felice ogni volta che riceve i suoi fiori bellissimi. Questo tipo, il fioraio, non è molto bello, non ha nemmeno una camminata buffa, e non è un poeta — figuriamoci, a malapena riesce a scrivere! Però, oltre ai fiori e a un animo sincero, costui ha un’altra qualità che, devo dire, non è molto comune: tutte le volte che fanno l’amore, lei viene! Forse tutto ciò è abbastanza per amarsi? Chissà…

Io so solo che quando lei arriva da me la domenica dopo avere trascorso con lui il sabato notte, mi porta, assieme ai fiori, molta felicità. E allora la nostra domenica è meravigliosa e noi ci amiamo… Be’, ci amiamo o non ci amiamo come sempre, ma è tutto un po’ più bello.

Qualche volta, di rado, ci incontriamo tutti e tre, così… per bere qualche birra. Non che io ci tenga molto alla birra, la preferisco leggera, ma finisce che ne bevo molta. Quando sono pieno di birra mi intontisco un po’ — a me la birra fa lo stesso effetto che molti ottengono con mezzo spinello. E qui succede una cosa strana: immobile su una seggiola di legno nel giardino, accarezzo i fiori, mi lascio cullare dal loro profumo e dalle nostre parole.

2004

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Il navigatore ingannato

Una storia cinese narra di un vecchio mandarino, Liao Chen-Sha, che per l’intera vita, anziché stare immobile come tutti i mandarini, aveva percorso per lungo e per largo tutte le acque della terra.
Benché fosse spesso occupato nella navigazione, Liao Chen-Sha amava tuttavia la propria terra e, al centro di essa, il suo imperatore, Kuo Mo-Jo. Di lui pensava tutto il bene possibile, comportandosi nei suoi confronti come un fratello di latte. Quando l’imperatore era vittima di una controversia di corte, Liao si frapponeva dalla sua parte e lo difendeva con le unghie dai malvagi oppositori; e quando, come accadeva di solito, l’imperatore finiva per avere la peggio, Liao si tratteneva per ore a consolarlo, piangendo mari di lacrime per la sua ingiusta sorte.
Ma, per sfortuna di Liao, l’imperatore era un uomo molto pigro: si contentava di regnare sulla propria terra, che gli sembrava tanto sconfinata da non richiedere altre ambizioni. Specialmente Kuo Mo-Jo detestava il mare e soprattutto non sopportava le imbarcazioni e i navigatori. Non si accorgeva che il suo “impero celeste” era un inganno, così povero di quell’infinità di stelle che fiammeggiano, lussuriose e abbondanti, sopra gli oceani, lontano da ogni terra conosciuta.
Liao Chen-sha era triste ogni volta che pensava a questo difetto del suo adorato imperatore. Anche per questo ne piangeva mari di lacrime. Si consolava tuttavia con la convinzione che l’imperatore avrebbe potuto essere un grande navigatore, anzi sarebbe stato sicuramente l’orgoglio dei mari, se solo avesse provato a navigare.
Il mandarino viveva in una bellissima casa in riva al mare, dove spesso organizzava grandi feste a cui talvolta invitava anche l’imperatore. L’imperatore non si recava volentieri a casa di Liao Chen-Sha, per via del mare. Ma ogni tanto acconsentiva, non senza molte insistenze da parte del mandarino, e assieme alla scorta passava, non senza piacere, un giorno o due nella casa in riva al mare.
Un giorno di primavera, come altre volte, Liao Chen-Sha invitò Kuo Mo-Jo nella propria casa in riva al mare. Ma, con provvidenziale inganno, quella volta Liao aveva fatto costruire una nave nascosta sotto la casa, in modo che, non appena Kuo Mo-Jo fosse entrato, la nave avrebbe salpato verso gli infiniti oceani. E così accadde.

La storia avrebbe perso le tracce di Kuo Mo-Jo, non fosse stato per l’immensa stima che di lui serbò per sempre il fedele mandarino, che provvide a tramandare ai posteri il ricordo del grande imperatore.
Ancora oggi sui libri di testo leggiamo la testimonianza di questa immensa figura storica dell’antica Cina: “Kuo Mo-Jo, imperatore forte e senza pecca, grande navigatore”.

giugno 2002

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Amore e rivoluzione: Sándor Petőfi

Sándor Petőfi, poeta romantico e rivoluzionario ungherese.
Per lui non sarebbe stato valido il pensiero “fate l’amore non fate la guerra”.
Le due cose le ha fatte convivere insieme e nessuna delle due ha prevalso sull’altra…

Sándor Petőfi (1823-1849)

La libertà, l’amore!
Solo di questi due ho bisogno,
All’amore io sacrifico la vita,
E alla libertà dono l’amore.
 

Szabadság, szerelem!
E kettő kell nekem.
Szerelmemért föláldozom az életet,
Szabadságért föláldozom szerelmemet.

È il più famoso poeta dell’epoca del Risorgimento ungherese e il più conosciuto e tradotto poeta ungherese in tutto il mondo. È considerato il “Tirteo della rivoluzione ungherese” del 1948-49, poeta dell’amore e della libertà.
Alessandro Petőfi nacque il 1 gennaio 1823, l’amore è uno dei temi dominanti della sua lirica, come della sua stessa vita.
Ne trascrivo una:

Io sarò albero…

Io sarò albero se ti farai
fiore d’un albero:
se rugiada sarai mi farò fiore.
Rugiada diverrò se tu sarai
raggio di sole:
così, mio amore, noi ci uniremo.
Se, mia fanciulla, tu sarai cielo
io diverrò, allora, una stella:
se, mia fanciulla, tu sarai inferno,
io, per amarti, mi dannerò.

La poesia di Petőfi riflette anche un forte senso rivoluzionario, e racconta le passioni dell’800: la patria, la libertà, l’elevazione del popolo.
Sándor Petőfi morì a 26 anni, il 31 luglio 1849, sul campo di battaglia di Segesvár, in Transilvania, combattendo contro i russi. Morì? No, “Sparì come un bel Dio della Grecia”, disse Carducci. Nessuno lo vide cadere e il suo corpo non fu mai ritrovato.
Probabilmente il suo desiderio, descritto nella poesia che segue, è stato esaudito.

Mi tormenta un pensiero

Mi tormenta un pensiero:
morire tra i guanciali, nel mio letto.
Lentamente appassire come il fiore
roso dal dente d’un nascosto verme:
lentamente svanir come candela
che si consuma in una stanza vuota!
Non mi dare, Signore, questa morte:
Io non muoia cosi.

Là io cada, sul campo di battaglia,
là sgorghi dal cuore il mio giovane sangue,
il mio ultimo grido gioioso
si perda nel fragore della mischia
tra gli echi delle trombe e il rombo dei cannoni
e sul mio cadavere la foga
dei cavalli frementi
pel conquistato trionfo
trascorra e mi lasci
là calpestato.
Le mie ossa disperse sian raccolte
quando verrà il gran giorno
dei funerali, allor che tra un corteo
di bandiere abbrunate ed una lenta
musica solenne, una comune tomba
accoglierà gli eroi
morti per te, o santa
libertà!

Notizie tratte da www.budapestguidata.hu
Da leggere anche: Sándor Petőfi tra letteratura e risorgimento europeo

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