Festa del pianeta Terra 22 aprile

Oggi, Venerdì Santo, attraverso le parole della monaca agostiniana Madre Maria Rita Piccione, che ha curato la redazione della Via Crucis 2011 al Colosseo, voglio unire la sofferenza e morte del Cristo alla vita della Terra.
Faccio riferimento alla 14a stazione della Via Crucis 2011, perché in quelle parole appare anche madre terra, oltre alla deposizione di Gesù.

Quattordicesima stazione
Gesù è deposto nel sepolcro
Dal Vangelo secondo Giovanni, 19,40-42

Presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi,come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

Un giardino, simbolo della vita con i suoi colori, accoglie il mistero dell’uomo creato e redento. In un giardino Dio collocò la sua creatura e da lì la cacciò dopo la caduta. In un giardino ebbe inizio la Passione di Gesù e in un giardino un sepolcro nuovo accoglie il nuovo Adamo che torna alla terra, grembo materno che custodisce il seme fecondo che muore.
È il tempo della fede che attende silente, e della speranza che sul ramo secco già scorge lo spuntare di una piccola gemma, promessa di salvezza e di gioia.
Ora la voce di «Dio parla nel gran silenzio del cuore».

È il tempo della fede che attende silente, e della speranza che sul ramo secco già scorge lo spuntare di una piccola gemma, promessa di salvezza e di gioia.

Ora la voce di “Dio parla nel gran silenzio del cuore”.

Dove camminiamo tutti?
Dove si trova il petrolio, l’oro, l’argento, le pietre preziose che fanno impazzire alcune persone?
Per chi è la Terra?
Di chi è la Terra?
Cos’è la Terra?
Per gli Apache era la Madre alla quale hanno dedicato una preghiera. Volete leggerla con me?
Dai, leggiamola insieme!

Apache
Preghiera al risveglio

Svegliati! Svegliati!
La terra ti sorride.
Svegliati, e sta’ pronto al giorno che comincia.
La madre della vita ti sta chiamando,
ti saluta, dunque svegliati,
non indugiare più.
Potente Sole, dacci la luce
perché ci guidi, perché ci aiuti.
Guarda come sorge,
guarda come la terra ne risplende,
e come gode lo spirito nel petto,
ascoltando la musica del Sole.
Svegliati! Svegliati!
La terra ti sorride.
Svegliati, e sta’ pronto al giorno che comincia.
La madre della vita ti sta chiamando,
ti saluta, e allora… forza,
Svegliati!

La terra non appartiene agli uomini!
In Bolivia la Natura avrà i diritti civili: arriva la Legge della Madre Terra
Da giornalettismo.com

L’idea, riferisce Wired, è nata in Bolivia e l’iniziativa si chiama Legge della Madre Terra e sarà discussa mercoledì alle Nazioni Unite sulla base della Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra, che è stata redatta dagli lo scorso anno. Entrambi i documenti sanciscono il diritto all’esistenza dell’ecosistema. Tale iniziativa è stata ampiamente criticata e bollata come una perdita di tempo. Ma molti ci credono.

GIURISPRUDENZA DELLA TERRA – “Deve accadere, prima o poi, che noi si garantisca all’ambiente una tutela dal punto di vista legale.” Ha dichiarato Patricia Siemen, direttore esecutivo del Centro di Giurisprudenza della Terra. “Deve essere un interesse primario per gli uomini, che fanno parte del mondo naturale.” Il primo principio della legge boliviana è che la Madre Terra è “un’unica, indivisibile comunità di esseri viventi collegati tra loro e che dalla terra vengono sostenuti e contenuti e ai quali la terra dà la possibilità di riprodursi”.

TRADIZIONI ANDINE – Che la legge venga dalla Bolivia non sorprende. Come ha osservato il Guardian,la legge è profondamente influenzata dalle tradizioni spirituali andine, che sono molto legate all’idea di un abbraccio quasi mistico nei confronti della natura. Inoltre, a seguito dei cambiamenti climatici, la Bolivia sta vivendo un periodo di siccità. Molte città boliviane, compresa la capitale, rischiano di diventare deserti prima della fine del secolo. Quando il confine tra proteggere la natura e proteggere la vita delle persone si assottiglia il discorso cambia.

CAUSA- Negli Stati Uniti già nel 1972 si parlava di dare diritti alla natura. Il primo a trattare l’argomento era stato Christopher Stone dell’University of Southern California. Il professore aveva scritto: “dire che l’ambiente naturale dovrebbe avere dei diritti non significa dire alcunché di sciocco e non significa affatto affermare che nessuno deve avere il diritto di tagliare un albero.” Stone proponeva che le persone si facessero custodi della natura. Un’idea che in questi tempi andrebbe rivalutata. I fautori dell’idea di conferire diritti legali alla Madre Terra sanno che ci sarà molto scetticismo e anche un’opposizione a tale iniziativa. È inevitabile, di fronte a qualcosa di nuovo. Certo, di fronte ai fatti che accadono, una considerazione va fatta: meno male che la Madre Terra finora non ha avuto diritti, altrimenti chissà che causa avrebbe già intentato al genere umano.

Oggi 22 Aprile 2011 si festeggia la Giornata mondiale della Terra, l’Earth Day, fu celebrata a livello internazionale per la prima volta il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali del Pianeta.
Le Nazioni Unite celebrano ogni anno questa festa il 22 aprile. La festività è riconosciuta da ben 190 nazioni e viene celebrata da quasi mezzo miliardo di persone.
Nato come movimento universitario, nel tempo, l’Earth Day è divenuto un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti lo utilizzano quale occasione per valutare le problematiche del pianeta: l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e l’esaurimento delle risorse non rinnovabili.
Si sono elaborate soluzioni che permettono di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo. Queste soluzioni includono il riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali per la vita, come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate.
L’Earth Day, il giorno della Terra, da più di quarant’anni si basa saldamente su questo principio: tutti, a prescindere dalla razza, dal sesso, da quanto guadagnino o dal luogo in cui vivono, hanno il diritto ad un ambiente sano e sostenibile.

 

Obiettivo terra e Concerto per la Terra
Da: www.giornatamondialedellaterra.it

Il 22 aprile del 1970, 20 milioni di cittadini americani, rispondendo ad un appello del senatore democratico Gaylord Nelson, si mobilitarono in una storica manifestazione a difesa del nostro pianeta. Oggi, per ribadire questo principio quanto mai d’attualità, ci si mobiliterà ancora, in 190 paesi del mondo.

Quest’anno la manifestazione prevede:

OBIETTIVO TERRA
La fondazione Univerde e la Società Geografica Italiana Onlus hanno lanciato la nuova edizione del concorso fotografico nazionale “Obiettivo Terra”. Tema: i Parchi Nazionali e Regionali d’Italia. Il concorso ha lo scopo di valorizzare il patrimonio naturale, storico, ambientale e culturale delle aree protette italiane. Sono ammesse al concorso fotografie a colori e di dimensioni minime 1600×1200 pixel, dovranno raffigurare un soggetto chiaramente riferibile a un parco nazionale o regionale.
Il vincitore, decretato da una giuria di esperti in materia geografico-ambientale, scientifica, sociologica, mediatica e fotografica in base a criteri di aderenza all’obiettivo, originalità, qualità tecnica e qualità artistica, riceverà un premio di 2500 euro e la sua fotografia sarà esposta con una maxi-affissione a Milano e a Roma.
Termine ultimo per l’invio del materiale: 21 marzo 2011.
INFO:
Fondazione UniVerde (www.fondazioneuniverde.it – info@fondazioneuniverde.it)

IL CONCERTO PER LA TERRA
Carmen Consoli e Patty Smith in concerto a Roma per celebrare l’Earth Day Italia, 20 aprile 2011; il concerto si terrà presso il Galappatoio di Villa Borghese e sarà completamente gratuito e rappresenterà un’occasione per diffondere conoscenza e sensibilizzazione verso l’iniziativa mondiale con la forza dirompente della musica che coinvolgerà migliaia di partecipanti.
Molti saranno gli ospiti di fama internazionale presenti per raccontare e spiegare qual è il tipo di aiuto necessario per il benessere della terra. In particolar modo Ennio Morricone ha scelto di diventare padrino dell’Earth Day in Italia. Insieme al lui saranno presenti molti cantanti italiani e internazionali che canteranno tutta la notte per la nostra Terra e ci presenteranno le loro testimonianze “verdi”.
INFO:
Earth Day Network (http://act.earthday.org)

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Venerdì Santo e Pasqua di Resurrezione attraverso la Sacra Sindone

Quale commento migliore di queste immagini al significato della Pasqua  che non siano quelle dell’anima?

Per la mia ricerca interiore e per quella di ognuno lascio dei link al miglior uso e il primo link di 12 del Film di Mel Gibson : La Passione di Cristo (The Passion of the Christ)  http://www.youtube.com/watch?v=kuxvlBK5Fgg

BUONA PASQUA!

Il volto

Due particolarità:
1) l’ecchimosi sulla guancia destra che giunge a lesionare la cartilagine nasale, effetto del colpo violento ricevuto da Gesù;
2) l’impronta di un rivoletto a forma di 3 rovesciato che corrisponde anatomicamente con la vena frontale lesa da una spina.
L’incoronazione di spine è stata comunemente raffigurata con una “corona”; gli studiosi ritengono si trattasse di un “casco” a completa copertura del capo.

Le mani

La ferita delle mani non è nel palmo, ma nel polso (pugnetto) fra le piccole ossa carpiche, per sostenere il peso del corpo crocifisso.
Non si vedono le impronte dei pollici perché al passaggio dei chiodi avviene la lesione del nervo mediano e i pollici si flettono automaticamente verso il palmo.

Il costato

Secondo alcuni esperti di medicina legale il “sangue e acqua” non era un po’ di siero, ma una abbondante effusione di liquido (come appare dal lenzuolo) formatosi in seguito a pericardite contusiva provocata dalla flagellazione oppure a travaso di sangue nel cavo pleurico.

La schiena

La flagellazione romana era terribile, molto più dolorosa di quella ebraica che non poteva superare i 40 colpi.
Tutto il corpo dell’Uomo della Sindone è segnato dalla doppia impronta del “flagrum” romano composto da 2 strisce di cuoio con piccoli manubri di metallo o con ossicini.

Il peso della croce

Gli esperti di medicina legale hanno rilevato, sulle due spalle, una contusione da schiacciamento con solchi e ferite dovute al premere di un corpo pesante e duro.

I piedi

L’arto inferiore sinistro è un poco sollevato e leggermente flesso al ginocchio perché ha conservato la posizione che aveva sulla croce.

I chiodi

Non sarebbero quindi 4 i chiodi usati per la crocifissione, ma 3: due per le mani ed uno per i piedi sovrapposti.

 

Sindone: le prove della resurrezione

“Tutta la terra desidera il Tuo volto”. In questa frase della liturgia sta il segreto della Sindone che continua ad attrarre milioni di persone. È l’attrazione per Colui che la Bibbia definiva “il più bello tra i figli dell’uomo”. E che qui è “fotografato” come un uomo macellato con ferocia. La Sindone non è solo “una” notizia oggi, perché inizia la sua Ostensione. È “la” notizia sempre. Perché documenta – direi scientificamente – la sola notizia che – dalla notte dei tempi alla fine del mondo – sia veramente importante: la morte del Figlio di Dio e la sua Resurrezione cioè la sconfitta della morte stessa. Sì, avete letto bene. Perché la Sindone non illustra soltanto la feroce macellazione che Gesù subì, quel 7 aprile dell’anno 30, con tutti i minimi dettagli perfettamente coincidenti con il resoconto dei Vangeli, ma documenta anche la Sua Resurrezione: il fatto storico più importante di tutti i tempi, avvenuta la mattina del 9 aprile dell’anno 30 in quel sepolcro appena fuori le mura di Gerusalemme. Che Gesù sia veramente vivo lo si può sperimentare – da duemila anni – nell’esperienza cristiana. Attraverso mille segni e una vita nuova. Ma la Sindone porta traccia proprio dell’evento della Sua Resurrezione. Ce lo dicono la medicina legale e le scoperte scientifiche fatte con lo studio dettagliato del lenzuolo per mezzo di sofisticate apparecchiature. Cosicché questo misterioso lino diventa una speciale “lettera” inviata soprattutto agli uomini della nostra generazione, perché è per la prima volta oggi, grazie alla moderna tecnologia, che è possibile scoprire le prove di tutto questo. Cosa hanno potuto appurare infatti gli specialisti? In sintesi tre cose.

Primo. Che questo lenzuolo – la cui fattura rimanda al Medio oriente del I secolo e in particolare a tessitori ebrei (perché non c’è commistione del lino con tessuti di origine animale, secondo i dettami del Deuteronomio) – ha sicuramente avvolto il corpo di un trentenne ucciso (morto tramite il supplizio della crocifissione con un supplemento di tormenti che è documentato solo per Gesù di Nazaret). Che ha avvolto un cadavere ce lo dicono con certezza il “rigor mortis” del corpo, le tracce di sangue del costato (sangue di morto) e la ferita stessa del costato che ha aperto il cuore

Secondo. Sappiamo con eguale certezza che questo corpo morto non è stato avvolto nel lenzuolo per più di 36-40 ore perché, al microscopio, non risulta vi sia, sulla sindone, alcuna traccia di putrefazione (la quale comincia appunto dopo quel termine): in effetti Gesù – secondo i Vangeli – è rimasto nel sepolcro dalle 18 circa del venerdì, all’aurora della domenica. Circa 35 ore.

Terza acquisizione certa, la più impressionante. Quel corpo — dopo quelle 36 ore — si è sottratto alla fasciatura della sindone, ma questo è avvenuto senza alcun movimento fisico del corpo stesso, che non è stato mosso da alcuno né si è mosso: è come se fosse letteralmente passato attraverso il lenzuolo.

Come fa la Sindone a provare questo? Semplice. Lo dice l’osservazione al microscopio dei coaguli di sangue. Scrive Barbara Frale in un suo libro recente: “enormi fiotti di sangue erano penetrati nelle fibre del lino in vari punti, formando tanti grossi coaguli, e una volta secchi tutti questi coaguli erano diventati grossi grumi di un materiale duro, ma anche molto fragile, che incollava la carne al tessuto proprio come farebbero dei sigilli di ceralacca. Nessuno di questi coaguli risulta spezzato e la loro forma è integra proprio come se la carne incollata al lino fosse rimasta esattamente al suo posto”. Lo studio dei coaguli al microscopio rivela che quel corpo si è sottratto al lenzuolo senza alcun movimento, come passandogli attraverso. Ma questa non è una qualità fisica dei corpi naturali: corrisponde alle caratteristiche fisiche di un solo caso storico, ancora una volta quello documentato nei Vangeli. In essi infatti si riferisce che il corpo di Gesù che appare dopo la Resurrezione è il Suo stesso corpo, che ha ancora le ferite delle mani e dei piedi, è un corpo di carne tanto che Gesù, per convincere i suoi che non è un fantasma, mangia con loro del pesce, solo che il Suo corpo ha acquisito qualità fisiche nuove, non più definite dal tempo e dallo spazio. Può apparire e scomparire quando e dove vuole, può passare attraverso i muri: è il corpo glorificato, come saranno anche i nostri corpi divinizzati dopo la Resurrezione. Si tratta quindi di un caso molto diverso dalla resurrezione di Lazzaro che Gesù semplicemente riportò in vita. La Resurrezione di Gesù – com’è riferita dai Vangeli e documentata dalla Sindone – è la glorificazione della carne non più sottoposta ai limiti fisici delle tre dimensioni, l’inizio di “cieli nuovi e terra nuova”. La “prova” sperimentale di questa presenza misteriosa di Gesù è propriamente l’esperienza cristiana: Gesù continua a manifestare la Sua presenza fra i  suoi continuando a compiere i prodigi che compiva duemila anni fa e facendone pure di più grandi. Ma la Sindone documenta in modo scientificamente accertabile l’unico caso di morto che – anziché andare in putrefazione – torna in vita sottraendosi alla fasciatura senza movimento, grazie all’acquisizione di qualità fisiche nuove e misteriose, che gli permettono di smaterializzarsi improvvisamente e oltrepassare le barriere fisiche (come quella del lenzuolo stesso). È esattamente ciò che si riferisce nel Vangelo di Giovanni: quando Pietro e Giovanni entrano nel sepolcro dove erano corsi per le notizie arrivate dalle donne, si rendono conto che è accaduto qualcosa di enorme proprio perché trovano il lenzuolo esattamente com’era, legato attorno al corpo, ma come afflosciato su di sé perché il corpo dentro non c’era più. Più tardi, aprendo quel lenzuolo, scopriranno un’altra cosa misteriosa: quell’immagine. Ancora oggi, dopo duemila anni, la scienza e la tecnica non sanno dirci come abbia potuto formarsi. E non sanno riprodurla. Infatti non c’è traccia di colore o pigmento, è la bruciatura superficiale del lino, ma sembra derivare dallo sprigionarsi istantaneo di una formidabile e sconosciuta fonte di luce proveniente dal corpo stesso, in ortogonale rispetto al lenzuolo (fatto anch’esso inspiegabile). La “non direzionalità” dell’immagine esclude che si siano applicate sostanze con pennelli o altro che implichi un gesto direzionale. E ci svela che l’irradiazione è stata trasmessa da tutto il corpo (tuttavia il volto ha valori più alti di luminanza, come se avesse sprigionato più energia o più luce). Quello che è successo non è un fenomeno naturale e non è riproducibile. Non deriva dal contatto perché altrimenti non sarebbe tridimensionale e non si sarebbe formata l’immagine anche in zone del corpo che sicuramente non erano in contatto col telo (come la zona fra la guancia e il naso). Oggi poi i computer hanno permesso di rintracciare altri dettagli racchiusi nella sindone che tutti portano a lui: Gesù di Nazaret. Dai 77 pollini, alcuni dei quali tipici dell’area di Gerusalemme (quello dello Zygophillum dumosum, si trova esclusivamente nei dintorni di Gerusalemme e al Sinai), alle tracce (sul ginocchio, il calcagno e il naso) di un terriccio tipico anch’esso di Gerusalemme. Ai segni di aloe e mirra usate dagli ebrei per le sepolture. Infine le tracce di scritte in greco, latino ed ebraico impresse per sovrapposizione sul lenzuolo. Barbara Frale ha dedicato un libro al loro studio, “La sindone di Gesù Nazareno”. Da quelle lettere emerge il nome di Gesù, la parola Nazareno, l’espressione latina “innecem” relativa ai condannati a morte e pure il mese in cui il corpo poteva essere restituito alla famiglia. La Frale, dopo accuratissimi esami, mostra che doveva trattarsi dei documenti burocratici dell’esecuzione e della sepoltura di Gesù di Nazaret. Un fatto storico. Un avvenimento accaduto che ha cambiato tutto.

“Sfida all’intelligenza”: così Giovanni Paolo II chiamò la Sindone. Qual è la sfida?

“L’uomo non sa darsi da solo risposte di senso di fronte al dolore e alla morte. Cristo risorto ci si presenta ancora con le sue piaghe: “Sono proprio io, guardate le mani e piedi e il costato, toccatemi”. La Pasqua dunque non cancella i segni della sofferenza per Gesù uomo. Ciò che ci disse Giovanni Paolo II era un appello a riconoscere che abbiamo bisogno di Cristo per capire il significato della vita, e il nostro destino. Abbiamo bisogno di fede e di ragione. Come si legge nella Fides et ratio, fede e ragione sono le due ali che conducono l’uomo alla verità”.

Giovanni Paolo II e la Sacra Sindone

La Santa Sindone è al centro di grande studi da parte del mondo scientifico. Si tratta, forse, dell’oggetto più studiato al mondo, da diversi punti di osservazione: storico, chimico, informatico e perfino botanico e numismatico. Giovanni Paolo II, in un’Omelia del 1998 nella Cattedrale di Torino, ha esortato ad affrontare lo studio della Sindone senza posizioni precostituite, invitando ad agire con libertà interiore e premuroso rispetto, sia della metodologia scientifica, sia della sensibilità dei credenti.


Presentazioni in Power point:
Cerco il tuo volto
La Sacra Sindone
Sacra Sindone
Sacra Sindone
Sacra Sindone: spiegazioni
Passio Christi Passio hominis

Video:
Sacra Sindone: un video – servizio di Rai Uno
Il mistero della sindone prove a confronto

Scaricare:
La Sindone, indagine su un mistero
Don Bruno Ferrero, Alba Peiretti – La Sindone raccontata ai bambini
Il Vangelo della Sindone
Passio Christi, Passio Hominis – Via Crucis con l’uomo della Sindone

Il sito Ufficiale della Santa Sindone

 
Materiale tratto da: Angela Magnoni, Sacra Sindone

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Gli ebrei e il denaro

Per alcuni anni ho frequentato una piccola libreria gestita da un ebreo. A dire il vero non sembrava un ebreo, dato che non era un fanatico religioso, non credeva nemmeno in Dio e non aveva un aspetto speciale. Quindi per me sarebbe stato un librario qualsiasi e non avrei fatto caso alla sua appartenenza al popolo ebraico, non fosse stato per una stranissima particolarità che, per ironia e per istinto, ho associato agli ebrei.

La sua particolarità non era che faceva quasi sempre uno sconto sui libri che acquistavi; questa non è certo una caratteristica particolare: diversi librai che ho conosciuto, anche tra i gentili, facevano sconti. No, la particolarità di costui era che, la prima volta che gli acquistavi dei libri, ti lasciava decidere quanto pagarli. Roba che, a saperlo fin dall’inizio, nemmeno ci saresti entrato nella sua libreria! Perché ti mette un po’ in imbarazzo. Tu scegli tre libri, quaranta euro, ti presenti alla cassa per pagare il dovuto, magari speri in uno sconticino, chiedi quant’è e lui ti dice: “Quello che vuoi!”
Ma come quello che voglio? Io voglio pagare il giusto, no? E quant’è il giusto? Se mi scalo il trenta percento, sapendo che non gli lascio niente di guadagno, rischio di fare la figura dello spilorcio; e però, se lui ha detto così, potrei anche pagare quasi niente, sarebbe nel mio diritto; ma mi sembrerebbe di approfittare. Alla fine, credo di essermi tolto il venti percento dal prezzo di copertina, e me ne sono andato con l’impressione di avere fatto una figura da pollo: potevo pagare la metà, lui sarebbe stato contento e io avrei risparmiato!

Dopo il primo acquisto, il libraio non offriva più questa fantastica opportunità — che io, preso alla sprovvista, mi ero scioccamente bruciato. Tuttavia dava sempre la possibilità, per i clienti fissi, di consultare i libri e anche di prenderli a prestito, come alternativa all’acquisto. E poi, volendo proprio comperarli, si potevano pagare a rate, senza scadenze fisse.

Di recente ho raccontato questa storia a un altro libraio, probabilmente un gentile. All’inizio non ci ha creduto, alla fine ha sentenziato che costui non era un vero libraio. Chissà com’è un vero libraio. Comunque il mio vendeva libri. In più era simpatico. Be’, aveva il difetto di gestire una libreria troppo piccola, ma si poteva sempre ordinargli i libri. Dopo qualche anno, è vero, ha cessato l’attività; ma non era perché guadagnava poco, era che si era stufato: non gli piaceva fare sempre la stessa cosa per tanto tempo.

Siccome quello fu l’unico caso in cui ebbi questioni di denaro con una persona che sapevo essere ebrea, ho concluso che gli ebrei hanno questa curiosa particolarità di essere poco attaccati al denaro. Cioè, razionalmente io non credo che sia davvero così; ma, poiché questa è l’esperienza che ho fatto, mi viene istintivo associare gli ebrei alla generosità.

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Manifesto dei giovani di Gaza

Nel dicembre 2010 un gruppo anonimo di studenti della striscia di Gaza, i GYBO (i Gaza Youth Breaks Out, che nei mesi seguenti diventeranno la colonna portante del Movimento 15 marzo) avevano pubblicato su Facebook un manifesto politico che rompeva decisamente con la retorica e i pregiudizi a cui siamo abituati. I giovani di Gaza lanciavano un appello per la ribellione contro l’occupazione israeliana ma anche contro il potere repressivo e autoritario di Hamas, l’organizzazione palestinese che attualmente controlla la striscia di Gaza.
Leggendo il manifesto si ha l’impressione che questi giovani siano uguali a quelli che potremmo incontrare a Roma, Tokyo o New York: lontanissimi dallo stereotipo degli islamici diffuso in Occidente, sono giovani ribelli, giovani che vogliono vivere senza le sbarre dell’occupazione sionista e senza le gabbie delle “stronzate religiose”. Giovani, come i giovani ovunque nel mondo, come le persone che ovunque al mondo rivendicano la propria libertà.

All’inizio di gennaio Vittorio Arrigoni scriveva nel suo blog:

“Qualcuno mi ha chiesto, dall’Italia, se conosco le identità degli autori del Manifesto. Certo che li conosco. Sono la stragrande maggioranza degli under 25 che a Gaza incontri nei caffè, al di fuori dell’università, per strada con le mani nelle saccocce vuote di soldi, di impieghi, di prospettive per l’avvenire ma gonfie di lutto e rabbia sottaciuta. Che adesso hanno manifestato.
Si chiamano Ahmed, Mahmoud, Mustafa, Yara, ma potrebbero essere i nostri Giovanni, Paolo, Antonio, Elisabetta che in queste settimane hanno combattuto pacificamente nelle piazze italiane con le armi della consapevolezza quella lotta persa dai padri per resa.
Come tutte le rivoluzioni cibernetiche, potrebbe essere neve che si scioglie al primo sole. A Gaza si è però convinti che questo è un primo solco per far dare voce a chi finora ha subito in silenzio”.

Vittorio parla di questo manifesto come se fosse una cosa ovvia. E forse esso ci aiuta a comprendere lo spirito con il quale egli si trovava a Gaza, il senso della sua scelta di essere un gazawi (cittadino di Gaza); a motivarlo non era lo spirito umanitario e nemmeno l’odio verso Israele (come dicono i sionisti e la destra italiana), ma la voglia di proseguire “quella lotta persa dai padri”, dai nostri padri cioè. O anche dai nonni. In Italia i partigiani non avevano forse combattuto simultaneamente contro l’occupazione tedesca e per la libertà e la giustizia sociali? I nazisti furono sconfitti, ma i fascisti sono ancora al governo (o ci stanno altri diversi e forse peggiori dei vecchi fascisti).
Come per i nostri nonni partigiani la lotta non era semplicemente quella antinazista, così per i gazawi la lotta non è semplicemente antisionista.

Forse, non si tratta semplicisticamente di contrapporre israeliani e palestinesi, o addirittura ebrei e arabi (per non dire antisemiti e anti-islam). Negli ultimi dieci anni il governo israeliano sembra avere fatto del suo meglio per rafforzare i gruppi autoritari e terroristici nella striscia di Gaza (d’altro canto, certo, i dirigenti palestinesi non hanno smesso di proporsi la completa distruzione di Israele); e, per combattere quelli, ha massacrato i palestinesi, vittime di un’aggressione sionista esterna e di una politica repressiva interna che si sostengono a vicenda. Vittime di un modello autoritario in cui anche la divisione artificiale tra “ebrei” e “arabi” risulta funzionale al mantenimento di un sistema segregativo, di cui ora sono vittime specialmente i palestinesi, ma di cui finiamo tutti per fare le spese.

Parimenti, il fatto che quello di Hamas sia un potere antidemocratico e che usi metodi brutali e terroristici, sia verso gli israeliani sia verso il suo popolo, non discolpa affatto Israele (un po’ allo stesso modo per cui il fatto che ci siano dei ladri anche nella giunta di Vendola non assolve i ladri del Pdl, o viceversa).
I sionisti, infatti, da anni ripetono sempre lo stesso disco: “Siete contro Israele, e non vedete che quelli di Hamas sono dei terroristi; chiedete democrazia da Israele, ma sono i palestinesi a essere antidemocratici; e quando reclamate democrazia da Israele, ragionando a senso unico, siete antisemiti”.
Sembra sempre di stare all’asilo: “Ma è stato lui a incominciare! Ma anche lui è cattivo!” (In Italia, da Craxi in poi, siamo arrivati alla sintesi dell’asilo, con i politici delinquenti che, stravaganti, si richiamano al Vangelo, facendolo a pezzi: “Siamo tutti peccatori, anche voi, quindi non rompetemi le palle e lasciatemi rubare in pace”).

Invece no, il fatto di criticare l’autoritarismo di Hamas o la corruzione di Al-Fatah o di altri gruppi palestinesi, non implica affatto giustificare la politica israeliana, che resta una concausa dello sfacelo attuale — e ovviamente, dal punto di vista di un palestinese, resta il nemico principale.
Sempre Vittorio Arrigoni in un suo post ricordava a questo proposito la risposta degli studenti di Gaza a coloro che, per il fatto di criticare Hamas, li accusavano di essere con Al-Fatah, oppure, per il fatto di criticare i dirigenti palestinesi in generale, di essere dalla parte degli occupanti israeliani:

“Noi siamo giovani che vogliono lavorare per il popolo, noi denunciamo la miseria in cui viviamo, che ci spinge a denunciare la divisione delle fazioni, a rifiutare la loro lotta, perché non ci stanno aiutando. Ma più di Fatah e Hamas, che sono palestinesi come noi, soprattutto noi denunciamo l’occupante e il suo burattino, la comunità internazionale che non riesce, giorno dopo giorno, a compiere il suo dovere di imporre sanzioni a Israele”.

Chiarito ciò, ecco il Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento che è stato pubblicato su Peace Reporter il 3 gennaio 2011.

Manifesto GYBO dei giovani di Gaza per il cambiamento
Tratto da Peace Reporter – Manifesto dei giovani di Gaza
Traduzione a cura di Chiara Baldini

Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo Onu. Vaffanculo Unrwa. Vaffanculo Usa! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale!

Vogliamo urlare per rompere il muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; vogliamo urlare con tutta la forza delle nostre anime per sfogare l’immensa frustrazione che ci consuma per la situazione del cazzo in cui viviamo; siamo come pidocchi stretti tra due unghie, viviamo un incubo dentro un incubo, dove non c’è spazio né per la speranza né per la libertà. Ci siamo rotti i coglioni di rimanere imbrigliati in questa guerra politica; ci siamo rotti i coglioni delle notti nere come il carbone con gli aerei che sorvolano le nostre case; siamo stomacati dall’uccisione di contadini innocenti nella buffer zone, colpevoli solo di stare lavorando le loro terre; ci siamo rotti i coglioni degli uomini barbuti che se ne vanno in giro con le loro armi abusando del loro potere, picchiando o incarcerando i giovani colpevoli solo di manifestare per ciò in cui credono; ci siamo rotti i coglioni del muro della vergogna che ci separa dal resto del nostro Paese tenendoci ingabbiati in un pezzo di terra grande quanto un francobollo; e ci siamo rotti i coglioni di chi ci dipinge come terroristi, fanatici fatti in casa con le bombe in tasca e il maligno negli occhi; abbiamo le palle piene dell’indifferenza da parte della comunità internazionale, i cosiddetti esperti in esprimere sconcerto e stilare risoluzioni, ma codardi nel mettere in pratica qualsiasi cosa su cui si trovino d’accordo; ci siamo rotti i coglioni di vivere una vita di merda, imprigionati dagli israeliani, picchiati da Hamas e completamente ignorati dal resto del mondo.

C’è una rivoluzione che cresce dentro di noi, un’immensa insoddisfazione e frustrazione che ci distruggerà a meno che non troviamo un modo per canalizzare questa energia in qualcosa che possa sfidare lo status quo e ridarci la speranza. La goccia che ha fatto traboccare il vaso facendo tremare i nostri cuori per la frustrazione e la disperazione è stata quando il 30 Novembre gli uomini di Hamas sono intervenuti allo Sharek Youth Forum, un’organizzazione di giovani molto seguita con fucili, menzogne e violenza, buttando tutti i volontari fuori incarcerandoni alcuni, e proibendo allo Sharek di continuare a lavorare.

Alcuni giorni dopo, alcuni dimostranti davanti alla sede dello Sharek sono stati picchiati, altri incarcerati. Stiamo davvero vivendo un incubo dentro un incubo. È difficile trovare le parole per descrivere le pressioni a cui siamo sottoposti. Siamo sopravvissuti a malapena all’Operazione Piombo Fuso, in cui Israele ci ha bombardati di brutto con molta efficacia, distruggendo migliaia di case e ancora più persone e sogni.

Non si sono sbarazzati di Hamas, come speravano, ma ci hanno spaventati a morte per sempre, facendoci tutti ammalare di sindromi post-traumatiche visto che non avevamo nessuno posto dove rifugiarci. Siamo giovani dai cuori pesanti. Ci portiamo dentro una pesantezza così immensa che rende difficile anche solo godersi un tramonto. Come possiamo godere di un tramonto quando le nuvole dipingono l’orizzonte di nero e orribili ricordi del passato riaffiorano alla mente ogni volta che chiudiamo gli occhi? Sorridiamo per nascondere il dolore. Ridiamo per dimenticare la guerra. Teniamo alta la speranza per evitare di suicidarci qui e adesso. Durante la guerra abbiamo avuto la netta sensazione che Israele voglia cancellarci dalla faccia della Terra.

Negli ultimi anni Hamas ha fatto di tutto per controllare i nostri pensieri, comportamenti e aspirazioni. Siamo una generazione di giovani abituati ad affrontare i missili, a portare a termine la missione impossibile di vivere una vita normale e sana, a malapena tollerata da una enorme organizzazione che ha diffuso nella nostra società un cancro maligno, causando la distruzione e la morte di ogni cellula vivente, di ogni pensiero e sogno che si trovasse sulla sua strada, oltre che la paralisi della gente a causa del suo regime di terrore. Per non parlare della prigione in cui viviamo, una prigione giustificata e sostenuta da un paese cosiddetto democratico.

La storia si ripete nel modo più crudele e non frega niente a nessuno. Abbiamo paura. Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Abbiamo paura di vivere, perché dobbiamo soppesare con cautela ogni piccolo passo che facciamo, viviamo tra proibizioni di ogni tipo, non possiamo muoverci come vogliamo, né dire ciò che vogliamo, né fare ciò che vogliamo, a volte non possiamo neanche pensare ciò che vogliamo perché l’occupazione ci ha occupato il cervello e il cuore in modo così orribile che fa male e ci fa venire voglia di piangere lacrime infinite di frustrazione e rabbia!

Non vogliamo odiare, non vogliamo sentire questi sentimenti, non vogliamo più essere vittime. BASTA! Basta dolore, basta lacrime, basta sofferenza, basta controllo, proibizioni, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro orribile, presente che ti spezza il cuore, politica perversa, politici fanatici, stronzate religiose, basta incarcerazioni! DICIAMO BASTA!
Questo non è il futuro che vogliamo!
Vogliamo tre cose. Vogliamo essere liberi. Vogliamo poter vivere una vita normale. Vogliamo la pace. È chiedere troppo? Siamo un movimento per la pace fatto dai giovani di Gaza e da chiunque altro li voglia sostenere e non si darà pace finché la verità su Gaza non venga fuori e tutti ne siano a conoscenza, in modo tale che il silenzio-assenso e l’indifferenza urlata non siano più accettabili.

Questo è il manifesto dei giovani di Gaza per il cambiamento!
Inizieremo con la distruzione dell’occupazione che ci circonda, ci libereremo da questo carcere mentale per riguadagnarci la nostra dignità e il rispetto di noi stessi. Andremo avanti a testa alta anche quando ci opporranno resistenza. Lavoreremo giorno e notte per cambiare le miserabili condizioni di vita in cui viviamo.
Costruiremo sogni dove incontreremo muri.

Speriamo solo che tu — sì, proprio tu che adesso stai leggendo questo manifesto! — ci supporterai. Per sapere come, per favore lasciate un messaggio o contattaci direttamente a: freegazayouth@hotmail.com

Vogliamo essere liberi, vogliamo vivere, vogliamo la pace.
LIBERTÀ PER I GIOVANI DI GAZA!

Il Movimento 15 marzo


I temi di GYBO sono stati raccolti dal “Movimento 15 marzo”, dalla data di una grande manifestazione per la riconciliazione nazionale. Il Movimento chiede l’unificazione tra la Cisgiordania e la striscia di Gaza, quindi la riconciliazione tra Fatah, che controlla la Cisgiordania, e Hamas che controlla Gaza, e in generale il superamento della lotta omicida tra le fazioni in cui sono divisi i dirigenti palestinesi. Il Movimento auspica il superamento dei vecchi partiti e l’affermazione di principi di libertà, uguaglianza e giustizia.

Per la cronaca, stando al racconto che ne ha fatto Vittorio Arrigoni, a Gaza la manifestazione festosa del 15 marzo si è conclusa con un attacco brutale delle forze di sicurezza di Hamas:

Hamas decideva di terminare la festa a modo suo: centinaia di poliziotti e agenti in borghese hanno accerchiato l’area, e armati di bastoni hanno assaltato brutalmente i manifestanti pacifici, dando alle fiamme le tende e l’ospedale da campo.
Circa 300 i ragazzi feriti, per la maggior parte donne, una decina con fratture. Per tutta la notte di ieri fuori dall’ospedale Al Shifa, nel centro di Gaza city, poliziotti arrestavano i contusi mano a mano che venivano rilasciati dal pronto soccorso.
Molti gli attacchi ai giornalisti, ai quali sono stati confiscati telecamere e macchine fotografiche. Ad Akram Atallah, giornalista palestinese è stata spezzata una mano. Samah Ahmed, giovane collega di Akram, è stata colpita da un fendente di coltello alle spalle. Asma Al Ghoul, nota blogger della Striscia è stata ripetutamente percossa dagli agenti in borghese mentre cercava di soccorrere l’amica ferita.
Le forze di sicurezza di Hamas hanno convogliato l’attacco nel centro della piazza Katiba, dove si concentrava il presidio delle donne, figlie e madri di una Gaza che hanno conosciuto la gioia della speranza di un cambiamento, per poi risvegliarsi alla cruda realtà dopo un breve sogno.

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La differenza tra Israele e un gruppo di terroristi ubriachi

Vittorio Arrigoni si era trasferito a Gaza dal 2008 ma già in precedenza, come membro dell’International Solidarity Movement, si era interessato alla causa palestinese e aveva viaggiato nei territori occupati.
Nel 2005 il governo israeliano l’aveva inserito nella lista nera a causa delle sue posizioni critiche nei confronti del “regime sionista”. Di conseguenza, quando verso la Pasqua di quell’anno si presentò all’ingresso di Israele, venne prelevato e picchiato dai militari israeliani.
Vittorio era critico anche nei confronti dell’autoritarismo del “governo” di Hamas e dei metodi terroristici usati dai dirigenti palestinesi. E infatti è stato ucciso da un gruppo di terroristi palestinesi… o forse dalla stessa Hamas.
La differenza tra la “cellula impazzita” di terroristi palestinesi e il governo israeliano, è che i primi hanno ucciso Vittorio Arrigoni, mentre il secondo l’ha solo rapito, imprigionato e picchiato varie volte dal 2005 in poi. Il grado di civiltà dello stato di Israele in paragone ai fondamentalisti palestinesi di Hamas si rileva da ciò, che finora gli israeliani l’avevano lasciato in vita.
Naturalmente non si tratta di un privilegio particolare di Israele: di solito uno stato chiama “patrioti” i propri soldati che si comportano da terroristi, e i governi parlano di “difesa” quando organizzano una strategia del terrore. Nel caso di Israele — con la destra radicale al potere dal 2001 — le pratiche brutali e terroristiche vengono chiamate “pace e sicurezza”.

Micaela Crippa, Picchiato da cinque soldati israeliani
Giornale di Merate, aprile 2005 (ripubblicato dall’autore nel suo blog il 5 maggio 2005)

È stato trattenuto in frontiera da soldati israeliani per otto ore, caricato su un autobus e picchiato selvaggiamente da cinque militari.
Se non fossero intervenuti i soldati giordani, probabilmente Vittorio Arrigoni 30 anni, sarebbe stato travolto da un autobus.
Questo è il bilancio della terribile avventura che il giovane ha subito alla vigilia di Pasqua. Attualmente il trentenne si trova ancora presso l’hotel Concorde ad Hamman, dove lo abbiamo contattato telefonicamente. Il suo arrivo in Italia è previsto per i prossimi giorni. Arrigoni, residente in paese in via Giovanni XXIII, da anni è impegnato come scudo umano per proteggere le popolazioni palestinesi, e come ogni anno, l’altra settimana, si è recato prima in Giordania, per poi passare la frontiera israeliana. Da qui ha avuto inizio l’incubo.

“Sono arrivato in frontiera alle 9 — ci ha raccontato il trentenne — avevo un passaporto nuovo, perchè il vecchio era scaduto e dovevo recarmi in Palestina da alcuni amici che mi stavano aspettando. Uno di loro è gravemente malato e dovevo portare dei soldi per le sue cure mediche. Quando l’addetta ai controlli ha verificato il mio nome al terminale, ha avuto un sobbalzo. Ho capito che non sarebbe stato facile, ma non avevo idea di quello che sarebbe successo”.

Da qui è iniziato un lungo interrogatoio.

“I militari israeliani hanno incominciato a torchiarmi chiedendomi ripetutamente se ero un delinquente. Hanno effettuato un controllo assurdo al mio bagaglio, spaccando anche alcuni regali che vi erano contenuti. Mi hanno manomesso il cellulare che ora non funziona più. Dopo una mattinata trascorsa in questo modo mi hanno consentito di chiamare l’ambascita italiana. Il personale italiano mi ha invitato alla calma assicurandomi che mai mi avrebbero fatto del male, visto che Isarele è un paese amico”.

Evidentemente le cose sono andate diversamente.

“Ho subito minacce di arresto — ha aggiunto il trentenne — ma nessuno è stato in grado di spiegarmi il perchè io sono sulla così detta “black-list”, cioè la lista nera. Mi hanno ripetuto che non potevo passare per motivi di sicurezza. Poi sono arrivati tre militari, credo fossero di un corpo speciale, perchè erano alti circa un metro e novanta e pesavano intorno ai cento chili. Uno di loro mi ha detto che avrebbero dovuto muovere violenza contro di me. Ho pensato che l’unica cosa che potessi fare era ispirarmi a Ghandhi. E così ho fatto. Non ho opposto alcuna resistenza. Sono stato sollevato di peso e portato in un autobus”.

Erano circa le 17. Quando le porte si sono chiuse, ci ha spiegato ancora il trentenne, è iniziato il peggio.

“Altri due militari attendevano a bordo del pullman di cui una era una donna — ha aggiunto ancora il bulciaghese — Hanno iniziato a picchiarmi selvaggiamente sul volto e a prendermi a calci. Io portavo un ciuffo di cappeli raccolti in una treccina, che mi hanno strappato dal capo. Il tutto è durato per circa quattro minuti, il tempo di raggiungere il confine con la Giordania. Ma ho pensato che mi avrebbero ucciso. E stata un’eternità. Poi mi hanno buttato al di là della frontiera in territorio giordano, gettandomi addosso la treccina che mi avevano strappato. Se i militari giordani non mi avessero raccolto, mi avrebbero travolto con l’autobus”.

Il giovane è stato poi medicato in frontiera e condotto in albergo dove ha avvisato l’ambasciata di quanto era successo.

“I militari giordani hanno fatto rapporto su quanto hanno visto. Io ho lividi sparsi per tutto il corpo che attestano quanto è successo, ma le ferite più profonde sono nella mia anima. Non sono più un uomo libero, perchè non posso andare dove voglio. Quello che mi sorprende è che Israele sia indicata come l’unica democrazia del Medio Oriente”.

Della vicenda di Vittorio Arrigoni si è occupata nei giorni scorsi anche Radio Popolare che ha chiamato il giovane e ha mandato in onda una testimonianza in diretta.

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Con te per la pace, Vittorio Arrigoni

Il vento della follia ha macchiato del tuo sangue le mani assassine
Per te la vita è amore che allontana il sé in direzione dell’altro
La mente, lo spirito e le mani vicine
in un partecipe dolore e reale aiuto

Hai molto amato l’umanità Vittorio
Il tuo cuore era pieno d’amore
Per ogni popolo sofferente e toccato dall’odio
e per tutti quelli che hai visto morire

dal tuo amore donato
la pace nascerà
ed il tuo sangue caduto
da un sorriso bambino crescerà

Hai scritto con la tua vita “restiamo umani”
nonostante tutto con te…
è difficile ma lo dobbiamo fare per te
Restiamo umani caro Vittorio Arrigoni

 
Nel suo profilo facebook, Vittorio si presenta così:
http://www.facebook.com/pages/Vittorio-Arrigoni/290463280451

Vittorio Arrigoni, Gaza. Restiamo umani. Dicembre 2008 – gennaio 2009
Manifestolibri
Una presentazione di Vittorio Arrigoni

Cari Hermanos,
il nostro adagio “RESTIAMO UMANI”, diventa un libro.

E all’interno del libro il racconto di tre settimane di massacro, scritto al meglio delle mie possibilità, in situazioni di assoluta precarietà, spesso trascrivendo l’inferno circostante su un taccuino sgualcito piegato sopra un’ambulanza in corsa a sirene spiegate, o battendo ebefrenico i tasti su di un computer di fortuna all’interno di palazzi scossi come pendoli impazziti da esplosioni tutt’attorno.
Vi avverto che solo sfogliare questo libro potrebbe risultare pericoloso, sono infatti pagine nocive, imbrattate di sangue, impregnate di fosforo bianco, taglienti di schegge d’esplosivo.
Se letto nella quiete delle vostre camere da letto rimbomberanno i muri delle nostre urla di terrore, e mi preoccupo per le pareti dei vostri cuori che conosco come non ancora insonorizzate dal dolore.

Mettete quel volume al sicuro, vicino alla portata dei bambini, di modo che possano sapere sin da subito di un mondo a loro poco distante, dove l’indifferenza e il razzismo fanno a pezzi loro coetanei come fossero bambole di pezza. In modo tale che possano vaccinarsi già in età precoce contro questa epidemia di violenza verso il diverso e ignavia dinnanzi all’ingiustizia.
Per un domani poter restare umani.

I proventi dell’autore, vale dire Vittorio Arrigoni, me medesimo, andranno INTERAMENTE alla causa dei bambini di Gaza sopravvissuti all’orrenda strage, affinché le loro ferite possano rimarginarsi presto (devolverò i miei utili e parte di quelli de Il Manifesto al Palestinian Center for Democracy and Conflict Resolution, sito web: http://www.pcdcr.org/eng/ , per finanziare una serie di progetti ludico-socio-assistenziali rivolti ai bimbi rimasti gravemente feriti o traumatizzati ).

Nonostante offerte allettanti come una tournée in giro per l’Italia con Noam Chomsky, ho deciso di rimanere all’inferno, qui a Gaza.
Non esclusivamente perché comunque mi è molto difficile evacuare da questa prigione a cielo aperto (un portavoce del governo israeliano ha affermato: “è arrivato via mare, dovrà uscire dalla Striscia via mare”), ma soprattutto perché qui ancora c’è da fare, e molto, in difesa dei diritti umani violati su queste lande spesso dimenticate.

Non avremo certo gli stessi spazi promozionali di un libro su Cogne di Bruno Vespa o una collezione di lodi al padrone di Emilio Fede, da qui nasce la mia scommessa, sperando si riveli vincente.

Promuovere il mio libro da qui, con il supporto di tutti coloro che mi hanno dimostrato amicizia, fratellanza, vicinanza, empatia.
Vi chiedo di comprare alcuni volumi e cercare di rivenderli se non porta a porta quasi, ad amici e conoscenti, colleghi di lavoro, compagni di università, compagni di volontariato, di vita, di sbronza.
E più in là ancora, proporlo a biblioteche, agguerrite librerie interessate ad un progetto di verità e solidarietà. Andarlo a presentare ai centri sociali e alle associazioni culturali vicino a dove state.

Si potrebbero organizzare dei readings nelle varie città, e questo potrebbe essere anche una interessante occasione per contarsi, conoscersi, legarsi.
Non siamo pochi, siamo tanti, e possiamo davvero contare, credetemi.

Confido in voi,
che confidate in me,
non per i morti
ma per i feriti a morte di questa orrenda strage.

Un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci, in realtà ci unisce.

Restiamo umani.

Vostro mai domo
Vik

 
Il blog di Vittorio:
Guerrilla Radio
(il titolo del blog è preso dall’omonima canzone dei Rage against the machine)

La cronaca quotidiana di Vittorio Arrigoni dell’operazione Operazione Piombo Fuso tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, quando gli israeliani, dicendo di combattere i terroristi palestinesi, hanno raso al suolo case, scuole e ospedali della striscia di Gaza:
Dall’archivio de “il manifesto”

Un video di Vittorio in risposta a Roberto Saviano, il quale declamava lo spirito di tolleranza di Israele:
Gaza risponde a Roberto Saviano

Alcuni articoli su Vittorio:
Per Vittorio, un compagno come pochi (redazione di infoaut.org)
Vittorio Arrigoni, restiamo umani (di Nicole Corritore)
Qui sono e faccio quello che ho sempre sognato (di Anna Selini)
Non appartengono al nostro popolo (di Silvia Todeschini)

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Vennero a prendere gli zingari

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

(Parafrasi di una poesia del pastore luterano Martin Niemhöller che molti, nel web, attribuiscono erroneamente a Bertolt Brecht)

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Violetta – Johann Wolfgang Goethe a Livorno – da Pensieri di Coccio (poesie e libere interpretazioni di “Coccio”)

Johann Wolfgang Goethe
Violetta

Una violetta stava sul prato,
piegata su sé stessa e sconosciuta,
era una violetta, ma aveva un’anima!
E venne una pastorella
con passo lieve e mente lieta,
si avvicinava al prato,
e cantava.

Ah!, pensò la violetta, se potessi
diventare il fiore più bello del creato
Ah, almeno per poco,
fin che la bella mi cogliesse
e mi stringesse forte al petto.
Ah, soltanto, soltanto
un breve quarto d’ora!

Ma ahimè,
la fanciulla venne
e non vide la violetta,
calpestò il povero fiorellino.
Lui appassì e morì,
ma si rallegrò:
io muoio, ma muoio
per lei, per lei,
ai suoi piedi!

 
Violetta livornese

‘Na violetta ignota era ’n un prato,
piegata ’n due colla testa ’n giù,
era ‘na bella violetta e ciaveva ’n’anima.
E venne ’na piccola pastora
caminando piano piano e la mente lieta,
s’avvicinò ar prato,
gorgheggiando

Ah, pensò la violetta, vorrei tanto
esse ’r fiore più ganzo der mondo.
Ah, armeno pe’ po’o,
fin a quando ’r mi amore mi ’ogliesse
e mi stringesse forte e svenevole ar core.
Ah, sortanto, sortanto
pe’ un breve varto d’ora!

Ma ahimé,
la piccola pastora arrivò vicino alla violetta vogliosa,
un la vide e la spiaccicò sotto i piedi.
Ma essa era felice anche se moriva e diceva:
io moio, ma moio vì a’ su piedi pe’ lei
e sono felice li stesimo
perché è stata lei a pestammi.

(Nota: Boia dé!… Che soddisfazione!)

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Fra le mie dita tenevo un gioiello – Emily Dickinson a Livorno – da Pensieri di Coccio (poesie e libere interpretazioni di “Coccio”)

Emily Dickinson
FRA LE MIE DITA TENEVO UN GIOIELLO

Fra le mie dita tenevo un gioiello
Quando mi addormentai.
La giornata era calda, era tedioso il vento
E dissi “Durerà”.

Sgridai al risveglio le dita inconsapevoli
La gemma era sparita.
Ora solo un ricordo di ametista
A me rimane

 
In livornese:

FRA I MI DITI C’AVEVO UN GIOIELLO

Fra i mi diti c’avevo un gioiello prima d’addormentammi
faceva un cardo boia quer giorno,
ir vento a bollore dava ‘na noia…
e dissi (a chi un si sa): “Eh durerà”.
(ber mi vento di libeccio ’he ti ri’opre di sarmastro)

‘Uando mi svegliai me la presi co’ i mi diti ‘nnocenti
perché la gemma un c’era più.
Ora solo un ri’ordo della pietra viola
mi rimane
(Boia dé! Boia!… ma chi me l’ha fregata?)

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Centrale a biomasse a Livorno

Il Tar ha respinto il ricorso avanzato dai cittadini livornesi e da Medicina Democratica sentenziando che i ricorrenti non avrebbero titolo per ricorrere contro la costruzione di una centrale a biomasse che l’Impresa Portuali vuole costruire nel porto di Livorno, senonché la centrale non è prevista nel Piano energetico regionale, perché è esplicitamente contraria al Pier per il combustibile a filiera extracontinentale, non è stata sottoposta alla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), non è stata sottoposta a consultazione popolare e pare che non venga dotata d’ impianto di abbattimento degli inquinanti tra i quali polveri sottili, quanto quelle di porto, traffico e riscaldamenti di Livorno messi assieme, ecc… Sebbene le biomasse siano attualmente la fonte di energia rinnovabile che più di ogni altra riesce a fornire consistenti quantità di energia con impianti relativamente piccoli, questo non vuol dire che esse siano sostenibili per definizione. Infatti, secondo l’ Arpat diverrebbe uno degli impianti più inquinanti della Toscana. Possibile che i giudici del Tar Toscana non conoscano il Trattato di Aarhus, recepito in Italia nel 2001 che afferma proprio il contrario, cioè che: “ogni persona ha la possibilità di presentare un ricorso davanti ad un organo giudiziario o ad altro organo indipendente ed imparziale stabilito per legge”?
“È opportuno disciplinare i tre pilastri della convenzione di Aarhus, vale a dire accesso alle informazioni, partecipazione del pubblico ai processi decisionali e accesso alla giustizia in materia ambientale. Il principio generale è che i diritti garantiti dai tre pilastri della convenzione di Aarhus sono senza discriminazioni sulla cittadinanza, sulla nazionalità o sulla residenza.”
Il Tar ha così evitato di entrare nel merito delle questioni sollevate e secondo me la decisione non è stata saggia e non ha fatto prevalere gli interessi della cittadinanza sugli interessi privati.
E’ quindi lecito domandarsi: se i cittadini che vivono intorno agli impianti e che ne subiranno le conseguenze non possono farlo chi è legittimato a ricorrere alla giustizia amministrativa in caso di iter autorizzativi errati?

Rimando alla lettura di quest’articolo pubblicato dal Comitato contro la Centrale a Nogara, sperando in una soluzione a tutela della cittadinanza:

Un voto unanime per l’addio alla centrale
L’Arena – Il giornale di Verona

Il Consiglio comunale revoca la delibera che aveva dato il via all’iter per l’impianto di Pezzone. Olivieri: «Se tornassi indietro avrei un approccio diverso»

Un voto unanime per l’addio alla centrale

Sala civica piena di gente Il sindaco: «Prendiamo atto del parere contrario espresso dalla Provincia»
Un pubblico così numeroso il consiglio comunale di Nogara non lo aveva visto nemmeno quattro anni fa, quando il sindaco Oliviero Olvieri e la sua maggioranza si insediarono tra gli applausi. Giovedì sera, invece, gli applausi sono stati tutti per i consiglieri di minoranza e per il Comitato contro la centrale a biomasse di Pezzone, nella serata durante la quale lo stesso sindaco ha dovuto dichiarare che la tanto contestata centrale da 10 mega watt «non si farà più», portando in discussione il ritiro della delibera del 10 settembre 2008 che aprì di fatto l’iter per la realizzazione dell’impianto da parte di Avepo e di Termomeccanica spa.
«Pur ritenendo che gli impianti a biomasse rappresentano il futuro per le energie alternative», ha ribadito Olivieri, «prendiamo atto che il consiglio provinciale si è espresso contro perché le dimensioni sarebbero non accettabili per il territorio. Il Comune recepisce questo voto e decide di ritirare la delibera che avevamo approvato a settembre. Preciso comunque che da Avepo non è pervenuta nessuna richiesta di ritiro della domanda sull’impianto». Una dichiarazione che ha dato il la alle reprimende dell’ opposizione.
«Dopo nove mesi il sindaco si è spaventato del clima creatosi in paese», ha detto Paolo Andreoli. «e dell’isolamento in cui si è ritrovato. La popolazione ora è schierata del tutto contro questa maggioranza di dilettanti». «Avepo non ha presentato alcuna domanda di finanziamento europeo», ha aggiunto Flavio Pasini di Nogara delle libertà, «eppure il sindaco il 10 settembre ci ha detto che si doveva approvare in fretta la centrale perché il giorno dopo scadevano i termini per avere i soldi. A vincere, questa sera, sono i cittadini di Nogara che hanno capito quanto sia importante lottare per la salute pubblica».
A dare sostegno al numeroso pubblico, assiepato anche lungo le scale che portano in sala consiliare, è arrivato anche l’assessore regionale Massimo Giorgetti, schieratosi nei mesi scorsi contro la prospettiva della centrale nogarese. Mentre è apparta lampante la soddisfazione dell’ex consigliere di maggioranza Federico Silvestrini, cacciato dal gruppo e sfiduciato dal Pd anche per le sue posizioni contro la centrale. «Avete commesso lo sbaglio di voler continuare a dire menzogne sull’impianto», ha sostenuto. «L’intero progetto non era credibile. Potete continuare a imbrogliare la popolazione ma non succederà per sempre».
Al termine della lunga discussione, durata quasi tre ore, il sindaco ha anche ammesso che se potesse tornare indietro avrebbe un «approccio diverso sulla questione». Subito dopo il ritiro della delibera con voto unanime, gran parte del pubblico è uscita dall’aula.

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