Emily Dickinson a Livorno (dai pensieri di Coccio, ossia le sue poesie e libere interpretazioni)

Emily Dickinson
Per un istante d’estasi

Per un istante d’estasi
Noi paghiamo in angoscia
Una misura esatta e trepidante,
Proporzionata all’estasi.

Per un’ora diletta
Compensi amari d’anni,
Centesimi strappati con dolore,
Scrigni di lacrime.

 
A Coccio ni garba di scrive’ così:

Un momento di goduria (tipo ’he vedi segna’ i du’ punti der canestro della vittoria)
lo ripaghi ’n patimento da un sape’ dove sbatte la testa
’na misura b’ona e un po’hino anziosa
ma bene accetta pe’ quella goduria lì.

Pe’ ’n’ora di dovertimento
cavoli amari t’aspettano nell’anni a veni’
centesimi (che a oggi un vargano più nulla ma si arraccattano anco di terra) rubati ’on tribolazione
cassette di si’urezza traboccanti di lagrime.

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12 e 13 giugno Referendum – da Briaifu’ (Le avventure di Favollo e Gangillo)

G – Favollo, ha’ detto alla tu moglie e a’ tu figlioli d’anda’ a vota’ ir 12?
F – Ancora no! S’aspettava ir risurtato der nucreare.
G – Eh sì! Già!… O, l’hai visto Pisapia?
F – Pisa che? Boia de’! Un era Pisa-merda? Ha cambiato ‘r nome?
G – Ma no! Sempre e comunque… Pisa-merda… Ora poi…
F – O cosa v’oi di’? Quando dici ’osì mi fai paura… Va bene! Ho capito. Pisa è sempre Pisa-merda-merda-merda, ma… Pisa-pia perché?
G – Pisapia è quello ’he ha vinto le elezioni di sinda’o a Milano.
F – AH! Mi pareva! Po’eraccio! Un vorrei ésse lui! C’avrà da dissele anco ‘on Formigoni. Boh!… Ma, va bene così! Allora, per i livornesi sempre e comunque Pisa-merda, e a’ milanesi Pisapia. Chissà che un riesca anco a cambianni l’aria e a levanni la nebbia e migliora’ i navigli.
G – Eh sì!… A proposito di Pisa. Ha’ visto ’sti pisani? C’hanno fregato ir barre allo stadio, le Melorie, l’ippodromo e ora anco i parcheggi… E la ’osa ’he un mi va giù, è che bisogna da’ i vaini a lorolì…
F – Boia de’! E vero!…
G – Ah! Lo sai, l’urtima è quella ‘he vogliono anco la ‘Oppe! Un lo sapevi?
F – No!… Davvero? Ci levano anco vella?
G – Eh sì! Ma no la ‘oppina della Rosa eh!… Vogliono l’ipercoppe. Vella grande… Perché è andata in rosso e un c’hanno i vanini e allora la pigliano i pisani coi fiorentini. (Sempre pesci di fiume…)
F – In rosso? O, un va bene? O, la ‘Oppe un è rossa?
G – Ma cosa c’entra!… In rosso, vor di’ che ci rimette. Hanno detto ‘he devano licenzia’ 80 po’eracci. Allora i pisani fanno un inciucio co’ fiorentini, traditori di Livorno, e la vorrebbero piglia’ loro.
F – Tutto! Ci levano tutto. Anco la ‘oppe. Boia de’!… Maddé!… Boia!… E’ proprio vero ir detto ‘he dice: I discorsi li porta via ‘r vento (libeccio) e le bicirette i pisani… Artro ‘he bicirette… Vesti so’ quaini…
G – Già! Boia de’!… Ci manca ’he un ber giorno vengano ‘n darsena, in Piazza Micheli e si portino via anco i 4 mori…
F – E pe’ mettili ’ndove?
G – So ’naccidenti! Da quarche parte, magari ar posto della fontana davanti alla stazione.
F – De’!… O cosa dici? Cosa se ne fanno se’ondo te i pisani de’ vattro mori?
G – Nulla! Pe’ rubacceli… . Solo pe’ facci dispetto. Magari li buttano nell’Arno.
F – De’! Bellini! Te l’immagini Ferdinando I che sbu’a dall’Arno… Magari quarcuno ni butta anco ir sarvagente…, e quarcun artro pensa ‘he sia il gio’o delle ciambelle e ci si mettano a gio’a’ come i bimbi piccini.
G – De’! Se li mettano in piazza de’ Mira’oli, cor una fontana ‘he prende mezzo prato, sai vanti giapponesi ci buttano i vaini? Boia de’!… Poi, i pisani li vanno a raccatta’ e si riempiano le tasche…
F – Boia de’! Un c’avevo pensato! Bisognerebbe ’nventà ’na fontana anco noi, ’ome quella di Trevi, cor monumento ner mezzo e magari coloralla ’ome le fontane di Barcellona. Te lo ‘mmagini? Poi, magari la sera entra nella fontana Mamma Franca (perché ni piace fa’ come Anitona) co’ su be’ ‘apelli biondi e caminandoci dentro ‘ncomincia a chiama’: Marcello… Marcello… Cam iar… (come here).
G – Marcello? E chi è?
F – So ‘na semplice! Ner firme Anitona ‘hiama Marcello, poi se Mamma Franca vor chiama’ Carlo… ‘hiami lui!…
G – E Carlo chi è?
F – Uffa! Gangillo, ‘ome siei noioso… ‘Nsomma ‘hiama chi ni pare. Va bene?
G – Va be’!…
F – Sai ‘na ‘osa? E capace tutti i groceristi ’he un c’hanno i vaini pe’ anda’ a Firenze o Pisa e rimangano vì, ci butterebbero i vaini…
G – Sì! Va bene, vai!… Sogna, vai… Sogna!… ’Nsomma, v’oi ’he ti spieghi der referendum o no?
F – O vai… Ma vaai!… È tre ore ’he me lo devi di’…
G – Allora, ir 12 e 13 giugno 2011 sono i giorni decisivi su cui tutti, ma proprio tutti, siamo ‘hiamati a di’ la nostra sui quattro quesiti referendari abrogativi (uno sul nucleare, due sull’acqua pubblica e uno sur legittimo ‘mpedimento) che, se si va a vota’ tutti, possano raggiungere ir quorum.
F – Ir cosa?
G – Ir quorum. Cioè, che per legge, affinché i referendum abrogativi abbiano effetto, occorre che la percentuale dei votanti raggiunga il 50% più uno di velli ‘he possano vota’. Cosa che un succede dall’11 giugno 1995.
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2 giugno Festa della Repubblica – da Briaifu’ (Le avventure di Favollo e Gangillo)

Gangillo telefona a Favollo per organizzare una gita al mare con i figli piccoli.

G — Favollo!… ’sa fai domani?
F — Cosa te ne frega di ’osa faccio domani?
G — Vai a fa’ ’na girata, vai ar mare o cosa?
F — Ma cosa te ne frega…
G — Domani è festa. Un ci si va a lavora’… Domani è la festa della Repubblica, ma che testa c’hai?
F — Cosa? La festa dell’aria pubblica?
G — Ma cosa dici?
F — La festa dell’aria pubblica… Perché ti stupiresti? Tra poco, come l’acqua ti venderanno anco l’aria. Un lo sapevi?
G — Ma cosa dici? Ma ti levi di vì…
F — Perché, ti stupiresti se domani il governo Berlusconi ti facesse paga’ l’aria in metri cubici per quanto è grande l’appartamento ’n cui vivi?
G — Ma vai…
F — Be’, potrebbe fatti paga’ ’n base ar metraggio della ’asa l’uso dei ’ondizionatori d’aria in estate e d’aria carda in inverno.
G — Ma cosa t’inventi?
F — Sarebbe utile prevede’ le mosse future di vesto governo: visto che ci vole fa’ paga’ l’acqua, perché non potrebbe farci paga’ anco l’aria? E… a’ fiorentini anco l’acqua di mare ’he ’ngoiano uando vengano a fa’ ’r bagno vì…
G — Ma ti ’heti! Ho letto il discorso d’insediamento che fece Enrico De Nicola nel 1946, quando fu eletto capo provvisorio dello stato. Boia deh! Che ber discorso! Da lucci’oni all’occhi. Farebbe bene a rileggesselo tutto anche il cavaliere nero che un’è zorro, il cavaliere senza macchia e senza paura, ma è un cavaliere che ’na vorta c’aveva un cavallo sotto ir culo ma ora un ce l’ha più. Se vortato un attimo e hoplà, cavallo sparito e ar su posto c’è un ciu’o… Ora voglio proprio vede’ come lo ’omanda. Sai, ir ciu’o se un ha voglia di ’amina’ un camina… Domani è ir 2 giugno…
F — E allora?
G — Allora… allora… Repubbli’a… repubbli’a… Ti dice niente vesta parola vì?
F — Sì! Mi ri’orda Ciampi…
G — Sì! Vai!… Il 2 giugno del 1946 gli italiani andarano a vota’ per ir referendum che ha portato alla nascita della Repubblica Italiana e per l’elezione dell’Assemblea costituente.
Ah! Un ti dimenti’a’ d’anda’ a vota’ ir 12 giugno, m’ arraccomando… C’hai da vota’ 4 vorte sì. Un ti p’oi sbaglia’. Poi te ne p’oi anda’ anco a Calafuria…
F — Sì! Poi, te che siei tanto ’ntelligente mi spieghi ir referendum?
G — Sì! Poi te lo spiego… ’Nsomma domani è ir compleanno della Repubbli’a Italiana. 65 ’andeline…
F — E chi le spenge, Bertolaso?…
G — Oimmena! Un si pole fa’ un discorso serio ’on te! Un ti di’o più nulla della repubbli’a…, però ti leggo ir messaggio der capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola che fece nella seduta dell’Assemblea costituente il lunedì 15 luglio 1946.
F ­— E perché?
G — Perché siei ’gnorante, ecco perché, e perché mi sono ’ommosso uando l’ho letto. Se penso a tutti velli ’he sono lì a chiacchiera’…
Allora, ’omincia ’osì:

PRESIDENTE. Do lettura del messaggio che il Capo provvisorio dello Stato della Repubblica italiana Enrico De Nicola rivolge alla Nazione (Si leva in piedi – Si alzano pure i ministri, i deputati e il pubblico delle tribune – Grida ripetute di: Viva la Repubblica! – Vivissimi, prolungati, reiterati applausi):

“Giuro davanti al popolo italiano, per mezzo della Assemblea Costituente, che ne è la diretta e legittima rappresentanza, di compiere la mia breve ma intensa missione di Capo provvisorio dello Stato inspirandomi ad un solo ideale: di servire con fedeltà e lealtà il mio Paese.
Per l’Italia si inizia un nuovo periodo storico di decisiva importanza. All’opera immane di ricostruzione politica e sociale dovranno concorrere, con spirito di disciplina e di abnegazione, tutte le energie vive della Nazione, non esclusi coloro i quali si siano purificati da fatali errori e da antiche colpe.
Dobbiamo avere la coscienza dell’unica forza di cui disponiamo: della nostra infrangibile unione. Con essa potremo superare le gigantesche difficoltà che s’ergono dinanzi a noi; senza di essa precipiteremo nell’abisso per non risollevarci mai più.
I partiti — che sono la necessaria condizione di vita dei governi parlamentari — dovranno procedere, nelle lotte per il fine comune del pubblico bene, secondo il monito di un grande stratega: marciare divisi per combattere uniti.
La grandezza morale di un popolo si misura dal coraggio con cui esso subisce le avversità della sorte, sopporta le sventure, affronta i pericoli, trasforma gli ostacoli in alimento di propositi e di azione, va incontro al suo incerto avvenire. La nostra volontà gareggerà con la nostra fede. E l’Italia — rigenerata dai dolori e fortificata dai sacrifici — riprenderà il suo cammino di ordinato progresso nel mondo, perché il suo genio è immortale.
Ogni umiliazione inflitta al suo onore, alla sua indipendenza, alla sua unità provocherebbe non il crollo di una Nazione, ma il tramonto di una civiltà: se ne ricordino Coloro che sono oggi gli arbitri dei suoi destini.
Se è vero che il popolo italiano partecipò a una guerra, che — come gli Alleati più volte riconobbero, nel periodo più acuto e più amaro delle ostilità — gli fu imposta contro i suoi sentimenti, le sue aspirazioni e i suoi interessi, non è men vero che esso diede un contributo efficace alla vittoria definitiva, sia con generose iniziative, sia con tutti i mezzi che gli furono richiesti, meritando il solenne riconoscimento — da Chi aveva il diritto e l’autorità per tributarlo — dei preziosi servigi resi continuamente e con fermezza alla causa comune, nelle forze armate in aria, sui mari, in terra e dietro le linee nemiche.
La vera pace — disse un saggio — è quella delle anime. Non si costruisce un nuovo ordinamento internazionale, saldo e sicuro, sulle ingiustizie che non si dimenticano e sui rancori che ne sono l’inevitabile retaggio.
La Costituzione della Repubblica italiana — che mi auguro sia approvata dall’Assemblea, col più largo suffragio, entro il termine ordinario preveduto dalla legge — sarà certamente degna delle nostre gloriose tradizioni giuridiche, assicurerà alle generazioni future un regime di sana e forte democrazia, nel quale i diritti dei cittadini e i poteri dello Stato siano egualmente garantiti, trarrà dal passato salutari insegnamenti, consacrerà per i rapporti economico-sociali i principi fondamentali, che la legislazione ordinaria — attribuendo al lavoro il posto che gli spetta nella produzione e nella distribuzione della ricchezza nazionale — dovrà in seguito svolgere e disciplinare.
Accingiamoci, adunque, alla nostra opera senza temerarie esaltazioni e senza sterili scoramenti, col grido che erompe dai nostri cuori, pervasi dalla tristezza dell’ora ma ardenti sempre di speranza e di amore per la Patria: Che Iddio acceleri e protegga la resurrezione d’Italia!”.

L’Assemblea saluta la fine del messaggio con vivissimi, prolungati, ripetuti applausi.
Roma, 15 luglio 1946

G — Bello eh? E pensa’ che Berlusconi c’ha ’n v’oto di memoria e un se ne ri’orda più di ’osa vor dì alle genti con questo discorso Enrico De Nicola…
F — Forse l’ha antepati’o perché era di Napoli?
G — Mah! Certo i napoletani sono ganzi davvero! O, lo sai perché De Nicola un volle anda’ a vive’ ar Quirinale, sia vando era provvisorio dal 1946 che dopo, quando il 1 gennaio 1948 assunse ’r titolo di presidente della Repubblica?
F — Boh! Si vede che un ni garbava!…
G — Macché! A parte la su’ modestia… Ah! Lo sai che arrivò a Roma per ir su’ ’nsediamento sur una Fiat 1100…

F — E allora? Come ci doveva arriva’, co’ la Rorroisse?
G — Ma che Rorroisse, era senza scorta… Proprio come ora vero? Che bei tempi devan’ esse’ stati velli lì…
Ah! Ma fammi fini’ di di’… Dicevo, a parte la su’ modestia, da napoletano verace era dimorto supe’stizioso. Andò a sta’ a Palazzo Giustiniani, mi’a pe’ rispetto alla monarchia che aveva abitato fino a allora ir Quirinale, ma perché voleva evita’ la jella che doveva porta’ quello che era stato la sede de’ Savoia e prima ancora di papa Pio IX fino ar 1870. Forza de’ napoletani…
F — Mi’a scemo però…
G — Ma te sì!…
F — O, m’avevi detto ’he mi spiegavi der referendum…
G — Sì! Un me lo sono scordato, ma ora sono troppo commosso e mi mancano le parole. Ti telefono domani e te lo spiego. Ciao! Fai festa domani, perché la Repubblica un è da tutti avella…

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Jabuticaba, la vigna brasiliana – da Briaifu’ (Le avventure di Favollo e Gangillo)

Gangillo ha portato dei frutti di Jabuti’aba, l’arbero dar tronco succoso, detto la vigna der Brasile.



Gangillo — Favollo, la v’oi assaggia’ vesta pallina nera?
Favollo — O cus’èèè?
G — O assaggia! È b’ona! Dai, assaggia… me l’hanno portata ieri, fresca fresca dar Brasile. Se ’un la mangi ora, domani ’un è più b’ona. Me l’ha portata ‘r mi’ ’ollega ’he c’è andato ’n ferie e gliel’hanno fatta assaggia’. N’è piaciuta tanto ’he ha pensato bene di portanne un po’ a casa. La devi sbuccia’ e ciuccialla, e poi sputi i noccioli (’osì nascano l’arberi anco vì) oppure apri bocca e… Vai! Aspetta! Apri bocca… Te la strizzo io la pallina nera…
F — O! Ma siei scemo? ’He pallina v’oi strizza’ te? Strizzati le tue di palline anco se un so’ nere… e poi sputa ‘ noccioli ’he ’un c’hai in bocca, basta ’he ’un isputi sfondoni… che ’un ne voglio senti’.
G — Ma te sai assai delle ’ose b’one… Te siei abituato a mangia’ ne’ bussoli…
F — O! Parla pe’ te! Io mangio dimorto bene. Cee a colazione, pranzo e cena…
G — E a merenda?
F — Anco a merenda! Le metto sur una fetta di pane ’olla nutella. Va bene?
G — Contento te!… Comunque di robba prelibbata ’un te ne ’ntendi… Va bene! Me le mangio tutte io veste palle nere…
F — Ecco, bravo. Mangiatele tutte te! Ma guarda se mi devo ’onfonde con questo vì!
G — Ma lo sai ’osa sono?
F — Se un me lo dici, ’ome faccio a sapello?
G — Sono frutti esotici, e-so-ti-ci Favollo non afrodisiaci, ’un ti sbaglià, che nascano sur tronco dell’arbero ’nvece ’he penzola’ da’ rami ’ome tutti vell’artri. Stanno attaccati ar tronco ’ome se fossero ’ncollati lì. L’arbero si ’hiama Jabuti’aba.
F — Jabu… che? Ma va!,,, te hai voglia di ruzza’ …
G — No bimbo!… ‘Un ischerzo… Si ‘hiama Jabuti’aba… E’ ‘na pianta, ’onosciuta anco ’ome “Grape Tree” (arbero brasiliano dell’uva). ‘Nsull’origine der nome c’è da leti’assi perché ci sono versioni diverse,  ma quella più bellina è quella che Jabuti’aba derivi dalla lingua Tupi, dalla parola Jabuti (tartaruga) + Caba (luogo), cioè il luogo dove si trovano le tartarughe.
F — Tupi? O che lingua è…?
G — De’, è ‘na lingua! ‘Ome tutte vell’artre. Saranno ‘n tre o quattro a parlalla, ma esiste, come esiste l’Italiano. ?Nsomma, vesta parti’olarissima pianta è originaria dell’Ameri’a meridionale, più precisamente der Brasile, der Paraguay e dell’Argentina.
La su’ più grande ’aratteristica è quella di fa’ frutti direttamente dar tronco. Gli acini sembrano essere stati messi lì da uno ‘he ha voglia di ruzza’, che l’ha attaccati co’ gancini verdi ’ome a Natale le palle ‘nsull’abete ‘n salotto, ma questi frutti nascano davvero dar tronco dell’arbero Jabuti’aba.
I su’ frutti possono essere ’onsumati da tutti gli animali, anco velli ‘he ‘un si possano arrampica’ e così che poi, dopo, possano sputà ‘ semi lontano dall’arbero, facendone nasce artri arberi. C’hanno la buccia spessa e violacea ’he ri’opre ’na dorce, bianca, o rosata porpa gelatinosa. Sono ’ommestibili crudi anco per l’ ’omini senza arcun peri’olo dopo esse’ stati sbucciati o spremuti direttamente ’n bocca.
Sono normalmente venduti nei mercati del Brasile, i “jaboticabas” sono in gran parte ’onsumati freschi ’ome l’uva.
La fermentazione avviene dopo 3-4 giorni dalla vendemmia e proprio per questa ’osa vì sono spesso utilizzati per preparare ’onfetture, torte, vino e liquore. A causa di ’uesto veloce processo di deterioramento de’ frutti appena ’orti, la presenza ne’ mercati f’ori dalle zone di ’oltivazione è dimorto rara.
Le foglie giovani sono ’olor salmone e mano mano ’he crescano diventano di un ber verde brillante. È ’n arbero dalla crescita dimorto lenta ’he preferisce ir terreno umido e leggermente acido per cresce’ meglio, tuttavia s’ adatta dimorto bene anco su’ terreni arcalini tipo ’uelli sabbiosi, (De’… a Tirrenia ci potrebbero sta anco bene, ma poi li ciucciano i pisani e a noi ‘hissà quanto ce li farebbero paga’. No, vai…, meglio a Cecina) a patto ’he siano ’urati e annaffiati.
Naturalmente i su’ fiori, ’ome i su’ frutti, crescano direttamente dar su’ tronco e sono bellini, piccini e bianchi.
La raccorta viene fatta solo ’na vorta o due all’anno, ma nelle regioni tropi’ali può essere disponibile tutto l’anno, se ar momento della fioritura viene fatta un’irrigazione ’ontinua della pianta.
È ’na ’osa dimorto strana a vedessi per chi ‘un vive o ha mai vissuto ner Sudameri’a. È ’n arbero utile anco alla salute dell’omo perché i su’ frutti vengano ’mpiegati pe’ cura’ diverse patologie, perciò se vi dovesse ’apità nella vita di vedé una di veste piante, ’un vi preoccupate, ’un è ’na pianta ’orpita da chissà quale malattia, o portata da ET, ma è solo la natura ’he si manifesta in un artro modo.
C’è ’na ’anzone dimorto bella ’antata da Bebel Gilberto ’he parla di vest’arbero vì.
F — Ma è ’n ’omo o ’na donna? E’ Bebel o è Girberto?
G — Sai assai te!… È ’na bella donna ameri’ana-brasiliana cor una bella vocina…Ascortala, poi me lo dici.
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Io non ho amato mai (canto ebraico)

Dopo i post dedicati all’assassinio di Vittorio Arrigoni, mi sono interessato di nuovo alla vicenda di Israele e del conflitto arabo-israeliano.
Israeliani e palestinesi non li conoscevo molto bene, ma comunque li avevo mandati al diavolo dopo la Seconda Intifada e la conseguente interruzione del percorso di pace: sembrava che la pace fosse raggiungibile, ma dal 1996 le cose si sono di nuovo complicate: l’amministrazione corrotta di Arafat ha causato l’impoverimento dei palestinesi, il governo israeliano ha proseguito l’insediamento di nuove colonie, e le tensioni sono via via cresciute finché nel 2000, con la ripresa dell’Intifada, palestinesi e israeliani si sono rimessi a litigare peggio di prima, ricominciando una guerra che sembra davvero interminabile.
Ora però ho pensato di approfondire almeno un pochino elementi storici e culturali di queste terre che per una sciagura o una beffa della storia son state dette sante. Tra le altre cose, ho cercato qualche esempio di musica palestinese e di musica ebraica o israeliana.
Una canzone ebraica, Od lo ahavti dai, ballata al modo tradizionale, mi è parsa carina. Anche il testo mi è simpatico: fa parte di quelle che chiamo “canzoni dell’inamore”, in cui i temi del desiderio e dell’amore sono posti senza presentarli in un cliché di sogni avverati.

Naomi Shemer
Io non ho amato mai

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Festa della mamma a Livorno – da Briaifu’ (Le avventure di Favollo e Gangillo)

Per la festa della mamma ho fatto un cacciucchino con racconto, curiosità, proverbi e qualche poesia da gustare… Avrei voluto aggiungere qualche ingrediente in più, ma la ricetta sarebbe cambiata. La cucinerò la prossima volta, ma intanto assaggiate questa e mi raccomando, mangiate tutto!

Lello, ir figliolo di Gangillo va dalla mamma e le dice: Mamma!… Auguri ehhh!
Mamma – O di ‘ooosa?
L- Dé! O un’è la festa della mamma?
M – Ah sììì?… Un lo sapevo! Da quando è morta mi madre la festa è stata ‘ancellata dar calendario di vesta ‘asa vi.
L – O, mamma!… Auguri ehh!…
M – Ho capito! Grazie!…
L – O, mamma!… Auguri ehh!…
M – Ahhhh! Ho capito!… ‘Sa v’oi, ha’ bisogno di vaini, o mi devi raccontà quarcosa ‘he un deve sapé tu pa’?
L – Nooo! Perché dici ‘osì? Boia dé! Un ti si pole fa’ manco l’a’guri! Boia, ‘ome siei marfidata!…
M – Dé, … sennò ‘un ti ‘onosco, ber mi tegamino…
L – O,… a dì la verità un lo sapevo, poi ho ‘ncontrato Marco e m’ha detto ‘he andava a fa’ l’a’guri a su mà e ni portava…
M – O bellino! Bravo! Che ber bimbino, ni portava un mazzo di fiori; magari di rose rosse… Belle le rose rosse, mi garban tanto!… Quer profumino deli’ato, ‘he le tocchi ‘he sembran di velluto… Bravo Marco eh!? Lo dicevo io che era un bimbino ‘he avrebbe dato soddisfazioni…
L – No mamma! Un hai ‘apito! Un m’hai fatto finì di di’… Lui ni portava i panni da lavà e s’è auto’nvitato ‘on tutta la su’ famiglia ‘ompreso i s’oceri.
N’ha telefanato e n’ha detto: Mammaa! A’guri! ! Senti, visto ‘he siei sola vengo a mangià da te!…
La su’ mamma era ‘ontenta, un lo vede mai!
Ma la ‘ontentezza ni devésse passata subito, ‘uando luilì ni ‘ontinua ir discorso e ni dice:
– Io porto…
e la su mamma:- Porti ir dorce e lo spumante?
E lui: Io? NO! Porto tutta la famiglia e quarche cosa da lavà… Ah! Vengano anco i mi’ s’oceri, mi raccomando, fanni robba bona da mangià, perché sennò chi li sopporta poi…
M – Povera donna!… L’ho ‘ncontrata ieri e si lamentava ‘he sur figliolo un lo vede mai e manco i nepoti… Che dispiacere! E te, bellino m’hai fatto l’a’guri ‘osì, tanto per fammeli ‘ome tutte l’artre mamme… Grazie ciccio!…
L – Be’, una ‘osa la devo aggiunge all’a’guri…
M – O cosa? Che mi v’oi abbraccia’? Vieni vì, vieni… ber mi topino!…
L – Mamma… stamani ho preso la tu macchina pe’ andà a accompagna’ Paolino a scòla, perché la mia l’ha presa Nadia pe’ anda’ a Roma ar concerto der primo maggio e doveva rimanè lì quarche giorno dalla su’ ami’a. Allora, visto che a Dicche ni scappava da piscia’ ho approfittato e ho portato anco lui e ar semafaro prima di arriva’ alla scòla sono andato a picchià contro un suv che ha sfatto la macchina e ha mandato all’ospidale Paolino cor un ginocchio rotto e Dicche è più morto ‘he vivo. Po’eraccio… Dè!… Allora, ti volevo fa’ l’a’guri pe’ quello’’he ti dirà ir carrozziere, ir proprietario della macchina, ir veterinario e Paolino… Dicche no, un ce la fa manco a guaì… Armeno per un po’ starà zitto! A’guri mamma!
M – Boia dé! Che botta!… Fammi ‘ngoià ir rospo, aspetta… un te ne andà. Ma te, ti siei fatto male? Un c’hai nulla di rotto?
L – No! Stai tranquilla mamma, son tutto ’ntero. Vello e c’ho di rotto sono le palle… Un me ne va bene una!
M – Dai! Stai tranquillo! Paolino si rimetterà presto, è un bimbo forte, Dicche… vedrai domani abbaia… e la macchina… dé… pazienza! A babbo ci penso io. Ni di’o ‘he Paolino ner corre a scola è cascato su’ ghiaioni, che Dicche un abbaia perché ha ‘ngoiato una pallina di Brigìbardò, che la macchina la guidavo io pe’ andà a fa’ la spesa e s’è fermata all’improvviso e ir suv m’è venuto addosso. Tanto, o che si sia fermata prima o dopo, la macchina s’è fermata no? Babbo s’arrabbierà di si’uro, svarvorerà un po’hino, ma poi vedendo ‘he alla fine state tutti bene, si rassegnerà… Via!…Stai bono…
L – E lo so, lo so! Ma io stasera ‘on cosa ci vado in discoteca? Piedini e gamboni?
M – Ir tegame di tu mà che sono io! Senti a cosa pensa vesto vì! Io mi faccio ‘n quattro pe’ lui e lui manco mi pensa… Bella festa! Sì!… La festa della mamma… Maaah!! Tutti l’anni è così, artro ’he festa… la festa la farei sì, ma a tu pa’…
L – O cosa ci ‘ombina babbo?
M – Babbo! Babbo ci ‘ombina sempre! Se un era pe’ lui ‘he si voleva divertì quella sera tardi dopo ave’ festeggiato a tarallucci e vino la festa della mamma a casa di su mà… Le zighe, i gamberoni, i dorcini e i fiori… Poi, era ‘na bella serata fresca di primavera…, la primavera risveglia i sensi, alle piante ni spuntano i germogli verdi e crescano a vista, all’omini ni cresce quarcos’artro un po’ meno a vista… Ma, a pensacci bene, un è nemmeno corpa sua. Lo sai di chi è la ‘orpa? De’ greci… Sì, di velli dell’anti’hità, no quelli di Brescia però eh! Quelli della Grecia Anti’a ‘he c’avevano una parola per tutto, una festa per tutto, e gli dei per ogni ‘osa. Erano goderecci vesti greci, guasi ‘ome l’etruschi… ‘nfatti tu pa’ è un etrusco vivo e vegeto. Eccome, se è vivo!…
Sì! Via!… Po’erino. Tu pa’ un ci ‘ombina nulla ‘uesta vorta. Però di divertissi sì, mondo bù’one!… L’etrusco vivo si voleva divertì per la festa della mamma. Ma di’o io…
Vai! Vai a ballà vai! Prendi lo scute di babbo, e m’arraccomando, un ci pensà a me…
L – Che mamma c’ho io! Bella la mi’ mammina, se un c’avessi te!… M – Gino! … Aspetta! Prima d’andà via la v’oi sentì la storia di ‘om’è nata vesta festa vì? Perché ciu’o ‘ome siei un la sai mi’a….

…Devi sapé che la festa della mamma è ‘na ri’orrenza civile diffusa in tutto ir mondo. In Italia si festeggiava regolarmente l’8 maggio, fin quando non si decise di fissarla alla se’onda domenica di maggio, ‘ome l’ameri’ani.
E’ ‘na festa dimorto anti’a, legata ar curto delle divinità della fertilità de’ popoli anti’hi politeisti, ‘he veniva celebrata proprio ner periodo dell’anno in cui ir passaggio della natura dar freddo e buio ‘nvernale ar pieno de’ profumi e dei ‘olori estivi (e della prosperità nelle anti’he civirità contadine). Con l’andà der tempo questa festività dar tono religioso s’è evoluta in festa e avvòrte anco ‘n sagra paesana. Vella co’ balli, tarariro… tararà… tarariro… tararà…
Negli Stati Uniti ner maggio 1870, Julia Ward Howe, attivista pacifista (N: i pacifisti ci son sempre stati) e abolizionista (della schiavitù), propose l’istituzione del Giorno della madre (Mother’s Day), come momento di rifressione ‘ontro la guerra. Fu ufficializzata nel 1914 dar presidente Woodrow Wilson con la delibera del Congresso con la decisione di festeggiarla la se’onda domeni’a di maggio, come espressione pubblica d’amore e gratitudine per le madri e speranza pe’ la pace. La festa s’è poi diffusa in molti Paesi der mondo, ma con date diverse.
La prima vorta ‘he fu celebrata in Italia è nel 1957.
La celebrò la se’onda domenica di Maggio don Otello Migliosi ad Assisi nel piccolo borgo di Tordibetto di cui era parroco.
Si dice che le origini dei festeggiamenti dedi’ati alla mamma vadano cercate nell’ anti’hità con Rhea, sposa di Crono e madre degli dei greci.
A causa d’una profezia, Crono aveva paura d’èsse spodestato dar su’ figliolo e pe’ impedì alla profezia di avverassi,’‘ngoiava tutti i su’ figlioli che Rhea ni partoriva ‘n casa, perché l’ospidali un c’erano.
Questi non morivano, perchè gli dei son ‘‘mmortali, ma rimanevano ‘mprigionati nelle fauci di Crono.
Disperata e incinta (‘n’artra vorta) Rhea decise di nascondessi in una ‘averna der monte Ida nell’isola di Creta, dove, alla zitta, dette alla luce Zeus.
Quando tornò alla su ‘asa da Crono, gli portò un cencio cor un nodo ‘he conteneva un sasso.
Crono, un guardava mi’a nulla, e preso ‘om’era dall’idea di venì spodestato, lo ‘ngoiò pensando ‘he fosse ir su figliolo! (N: Boia dè! O come avrà fatto a tené ‘n gola tutti vei figlioli e un sasso grosso ‘ome un figliolo?)
Per questo motivo vì, i Greci dedi’avano a Rhea un giorno di festeggiamenti ogni anno.
Il curto di Rhea si diffuse anco in Asia minore e tra i Romani, che ni ‘ambiarono ir nome e la ‘hiamarono Cibele.(N: Perché un si sa!)
Cibele era quindi ritenuta la mamma di Giove, Giunone, Nettuno, Cerere e Plutone.
Era la rappresentazione della Madre Terra, (di cui se ne parla anche capodanno pisano) protettrice della vegetazione e dell’agricoltura e veniva raffigurata ‘ome ‘na matrona seduta ‘n trono fra du’ leoni.
Ner mese di maggio i Romani dedicavano un’intera settimana, detta “Floralia”, ai festeggiamenti dedi’ati a Cibele, alla primavera (N: vedi capodanno pisano) e a’ fiori.
Come tutte le feste pagane, esse poi si fusero con le celebrazioni cristiane e Maria, madre di Gesù, divenne presto un’ importante oggetto di curto.
La sostituzione del curto di Cibele con ir curto della Madonna sembra sia avvenuto fin dalla nascita della chiesa cristiana e non a caso oggi ir mese dedi’ato a Maria è proprio ir mese di maggio.
In alcuni do’umenti risalenti al 1600 c’è traccia di una vera e propria festa della mamma, la domeni’a della mamma (Mothering Sunday) nella ‘uarta domeni’a di Quaresima. (data che cambia ogni anno e cade sempre in marzo).
Le origini della domeni’a della mamma sono prettamente pagane e collegate ar fatto che a quell’epo’a tanti ingresi appartenenti alle classi più povere lavoravano lontano di ‘casa ‘ome servitori pe’ le famiglie ricche e nobili. Vivevano ‘on loro e solo la domeni’a della mamma c’avevano ‘r permesso di tornà a casa pe’ passà un po’ di tempo con le loro mamme che pe’ l’occasione preparavano un dorce speciale ‘hiamato “Mothering Cake”.
Cor diffondersi der cristianesimo, la festa pagana venne acquisita dalla ‘hiesa, divenendo il giorno in cui si celebrava la Madre della ‘hiesa (forza spirituale della vita e protezione dal male, ma anche la propria madre naturale).
Nel 1914 gli Stati Uniti istituirono la “Giornata nazionale della mamma” su proposta di Anna M. Jarvis (1864-1948). Anna era morto legata alla su’ mamma, un’insegnante della Andrews Methodist Church di Grafton, ner West Virginia. Quando la madre morì, lasciandola sola con la sorella cieca Elsinore, Anna ‘ominciò a scrivere lettere a persone ’nfluenti, ‘ome ministri, ‘omini d’affari e membri der Congresso perché venisse celebrata una festa nazionale dedi’ata alle mamme, in modo ’he tutti i figlioli potessero dimostrà l’ attenzione e l’ affetto alla propria mamma mentre ’uesta era ancora viva.
Grazie alla su tenacia e volontà fu festeggiata la prima Festa della mamma a Grafton e l’anno dopo a Filadelfia: era ir 10 maggio 1908.
Anna Jarvis scelse ’ome simbolo di ‘uesta festa ir garofano, (fiore preferito dalla madre) rosso pe’ le mamme in vita, bianco pe’ le mamme scomparse.
La campagna di Anna Jarvis e dei suoi sostenitori continuò finchè nel 1911 la Festa della mamma fu celebrata in quasi ogni stato degli States.
Nel 1914 ir presidente americano Woodrow Wilson decretò il “Mother’s Day” (leggere Festa della mamma) festa nazionale, che doveva tenessi ogni anno nella se’onda domeni’a di maggio.
Ortre agli Stati Uniti vesta data è stata adottata da Danimarca, Finlandia, Turchia, Australia, Italia e Belgio.
In Norvegia viene celebrata la se’onda domeni’a di febbraio, in Argentina la se’onda d’ ottobre; in Francia l’urtima domeni’a di maggio.
In Messico si festeggia sempre nello stesso giorno, il 10 Maggio, ed è ‘na festa importantissima, tra le tre più ‘mportanti degli “Stati Uniti Messicani” (la festa dell’Indipendenza 14-15 settembre, ri’orrenza di quando iniziò l’insorgere verso “los conquistadores espanioles”, la festa della Virgen de Guadalupe 12 dicembre, con un pellegrinaggio incredibile….(N: da vedé) e… appunto la festa della mamma il 10 maggio).
In Messico la mamma è una figura fondamentale, tant’è vero che per dì che siei ’na persona ’n gamba ossia ’on le palle di’ano: – ’he “tienes madre” , se le palle un ce l’hai di’ano: – “no tienes madre” o que “poca madre” (e vai si’uro ‘he se la dici a uno, vello s’offende di brutto).
In Svezia la festa della mamma è l’urtima Domeni’a di maggio ed è una vacanza in famiglia. La Croce Rossa svedese vende piccoli fiori di plastica nei giorni precedenti la festa della mamma. I sòrdi raccattati dalla vendita de’ fiori viene poi utilizzato pe’ aiutà le mamme bisognose e i loro figlioli.
I simboli di vesta festa sono, ir cuore rosso e la rosa, che più d’ ogni artro fiore rappresenta l’amore e la bellezza pe’ testimonià l’affetto e la ri’onoscenza dei figlioli verso la su’ mamma.
Dimorte parole sono e sono state usate pe’ ri’ordà, gratificà e emozionà ‘na mamma…

M – O!… Ma un ti siei mi’a addormentato vero?
L – No mamma!… Un mi sono addormentato, ma ci mancava po’ino po’ino, se chiaccheravi n’artro po’ino un andavo manco a ballà… Le tu’ ‘iacchere sono ‘ome ‘n sonnifero…
Comunque ‘sti greci hanno proprio infruito tanto sulla ‘urtura mondiale…
M – Tanti sono i poeti, scrittori e personaggi famosi che hanno ri’ordato le proprie mamme nei loro poemi, scritti o interviste.

(Nota dello scrittore o del cuoco se preferite: Potere di madre…)

Eccone alcuni esempi.

La poesia Ultima preghiera di Giorgio Caproni fa parte della raccolta Il seme del piangere, che accoglie poesie scritte nel periodo 1950-58. Si trova nella sezione intitolata Versi livornesi che porta la dedica “A mia madre, Anna Picchi” (Annina nel testo).

Giorgio Caproni
Ultima preghiera

Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.
Arriverai a Livorno
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.
Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.
Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.
Anima mia, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
e io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.
Ricòrdati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro la via,
da Cors’Amedeo al Cisterone.
Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.
Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accòstati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.
Anche se io, così vecchio,
non potrò darti una mano,
tu mórmorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.
Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi, va’ pure in congedo

Arcuni versetti, sempre della medesima raccorta, l’ho messi ‘nsieme e ho costruito vesta poesia vì:

Come scendeva fina
e giovane le scale Annina
mordendosi la catenina
d’oro, usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria
Livorno, quando lei passava,
d’aria e di barche odorava
Livorno popolare
correva con lei a lavorare
senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele
e alle labbra d’arselle
deliziose querele
dove si sta in vestaglia, chissà che fra la ragazzaglia
aizzata (fra le leggiadre giovani in libera uscita
con cipria e odor di vitaviva) non riconosca sotto un fanale mia madre

 
Anche Giovanni Paolo II, rimasto orfano di madre a soli 6 anni, ha dedicato scritti alla mamma, di cui la più conosciuta poesia è Sulla tua tomba bianca che non scriverò qui, ma scelgo queste parole da condividere con il lettore.

Grazie a te donna
Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’essere umano nella gioia
e nel travaglio di un’esperienza unica,
che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce,
ti fa guida dei suoi primi passi,
sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.

(tratto da Lettera alle donne di Giovanni Paolo II, giugno 1995)

Karol Wojtyła
La madre
Parte I,4: Maturo raccoglimento

Nelle madri vi sono istanti in cui il mistero dell’uomo
scocca nelle pupille il primo lampo profondo
come il tocco del cuore dietro la tenue onda dello sguardo –
io ricordo quei lampi, passati senza eco,
dandomi appena il tempo di un semplice pensiero.
Figlio mio difficile e grande, Figlio mio semplice,
tu certo in me ti avvezzi ai pensieri degli uomini
e all’ombra di questi pensieri attendi l’istante profondo del cuore
che ha un inizio diverso in ogni uomo –
ed è in me di pienezza materna –
la pienezza che ignora sazietà.

Racchiuso in quest’istante tu non subisci mutamenti
e a tanta semplicità rechi ogni cosa ch’è in me
che, se le madri negli occhi dei figli riconoscono il lampo del cuore,
io resto tutta assorta nel tuo Segreto.

 
Totò ha scritto una canzone su di lei così:

Antonio De Curtis
Dincello, mamma mia

Oggi mamma m’ha ditto:
guardeme ‘nfaccia e dimme ‘a verità,
te veco triste e afflitto
figlio mio bello dimme c’aggia fà?
Parla sinceramente
io te sò mamma e nun me puo ngannà,
rispunne onestamente
si vuo fà pace nce vaco io a parla’.
Dincello mamma mia
c’ ‘a voglio sempe bene,
c’ ‘a porto dint’ ‘o core,
c’ ‘a tengo dint’ ‘e vene,
è tutta ‘a vita mia
nun m’ ‘a pozzo scurdà,
sta femmena è d’ ‘a mia
essa ha da riturna’.
Mammema nci ha parlato
ll’a ditto piccerè tu che vuò fà?
Pecchè ll’he abbandonato,
figlieme senz’ ‘e te nun pò campa’.
Povera mamma mia
comme na santa ll’he ghiuta a prià,
ritorna figlia mia
songo na mamma e nun m’ ‘o può annia’.
Dincello mamma mia
c’ ‘a voglio sempe bene,
c a porto dint’ ‘o core,
c’ ‘a tengo dint’ ‘e vene,
è tutta ‘a vita mia
nun m’ ‘a pozzo scurdà,
sta femmena è d’ ‘a mia
essa ha da rituma’.

 
Pasolini ha dedicato una poesia a sua madre:

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Pierpaolo Pasolini
Supplica a mia madre

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

 
Massimo Troisi ha dato il suo tributo in poesia alla madre:

Massimo Troisi
Anche il rimpianto

Io sciupai il tuo candido seno di giovane madre, di donna piacente
Rubai allo specchio la tua bellezza
E nelle tue mani sempre più vecchie, fotografie.
I discorsi di mio padre li ho imparati a memoria.
Fosse per lui crederei ancora ai libri di storia.
Con te devo riincontrarmi in un fiume nero
E tra fiori e marmi ritorna il rimpianto.
La guerra ti tolse dalle labbra il sorriso
Io cancellai anche quel po’ di rossetto.
Ti vedevo gigante, poi un rivolo di saliva all’ angolo della bocca.
E ti vidi bambina, ti vidi morire e tra fiori e marmi
Tra un pugno e un bacio, tra la strada e il mio portone Tra un ricordo e un giorno nero Torna e vive anche il rimpianto.

 
Tante sono le poesie o scritti poetici di artisti, persone di successo e di semplici, ma per quest’anno mi fermo qui. Mi dilungo ancora con altre piccole cose da leggere per curiosità.

Proverbi

I proverbi sono la saggezza dei popoli perché esprimono in modo sintetico sentimenti propri di una collettività. Proverbi e detti popolari sulla mamma ne troviamo riconducibili a tutti i popoli e a tutte le epoche storiche. Ne proponiamo una breve raccolta.

1. In qualunque epoca e in ogni continente
2. Il serpente potrà diventare molto lungo, ma non morderà mai sua madre. Proverbio Ashanti
3. L’amore di una madre non invecchia mai. Proverbio Ungherese
4. Dio non poteva essere dappertutto, allora ha creato la madre. Massima Yiddish
5. C’e luce sotto il sole, c’è calore accanto ad una madre. Proverbio russo
6. La casa sempre fredda quando manca la madre. Detto popolare
7. Il padre ama saggiamente, La madre ama teneramente! Detto popolare
8. All’amore per i figli non c’è amore che somigli. Detto popolare
9. Chi è veramente vicino? La madre e il bambino! Detto indiano.
10. La buona madre non dice: “vuoi tu?”, ma apre l’armadio e dice “prendi su!”. Detto inglese
11. Ciò che tocca il cuore di una madre non arriva al ginocchio del padre! Dettto polacco
12. Una buona madre vede più con un occhio solo che un padre con dieci. Proverbio antico
13. Tutte le qualità nel mondo non valgono la grandezza del cuore di una madre. Detto popolare
14. Una mamma comprende sempre quello che il suo bimbo non dice! Proverbio ebraico

Aforismi

I figli sono per la madre ancore della sua vita. (Sofocle)
Dalle altre femmine, uno può salvarsi, può scoraggiare il loro amore; ma dalla madre chi ti salva? (Elsa Morante)
Essere mamma non è un mestiere. Non è nemmeno un dovere. È solo un diritto tra tanti diritti. (Oriana Fallaci)
Il bambino chiama la mamma e domanda: «Da dove sono venuto? Dove mi hai raccolto?». La mamma ascolta, piange e sorride mentre stringe al petto il suo bambino. «Eri un desiderio dentro al cuore.» (Rabindranath Tagore)
Il cuore di una madre è un abisso in fondo al quale si trova sempre un perdono. (Honoré de Balzac)
L’istinto della maternità è forse il più forte fra tutti quelli che sono propri dell’umanità. (Maffeo Pantaleoni)
L’uomo che dice male delle donne dice male di sua madre. (Carlo Dossi)
L’uomo lavora nella sua generazione, la madre nella futura. (Fulton J. Sheen)
La maternità è un carcere in cui vien chiusa la donna perché sia al riparo dalle tentazioni. (Jakob Wassermann)
Legge del capitano Penny: Si può fregare tutti per un certo periodo, o qualcuno per sempre, ma non si può fregare la mamma. (Legge di Murphy)
Mi piacquero leggiadre bocche, ma non ho pianto mai, mai per altro pianto che il pianto di mia Madre. (Guido Gozzano)
Nessuno stato è così simile alla pazzia da un lato, e al divino dall’altro quanto l’essere incinta. La madre è raddoppiata, poi divisa a metà e mai più sarà intera. (Erica Jong)
Non sempre il tempo la beltà cancella | O la sfioran le lacrime e gli affanni; | Mia madre ha sessant’anni, | e più la guardo e più mi sembra bella. (Edmondo De Amicis)
Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. (Bibbia, Genesi)
Povere Madri che vivete nascoste e consumate nel segreto del vostro cuore ansie e dolori da nessuno compresi!… (Francesco Olgiati)
Può esistere una religione senza la maternità? (Fulton J. Sheen)
Quanto è doloroso pensare all’indifferenza colla quale nel passato si sono accolte molte delicatezze del cuore materno!… La madre è un bene troppo grande ed è necessaria talvolta la lontananza, per apprezzarne tutta la grandezza… (Francesco Olgiati)
Se un uomo potesse nell’età della ragione rammentare l’ardore di un sol bacio materno, non potrebbe avere il coraggio di commettere la più piccola ingiustizia verso chi lo ha baciato in quel modo. (Paolo Mantegazza)
Una madre è contenta di essere niente altro che una madre; ma dove troveresti un’altra persona che è soddisfatta con questo solo ruolo? (Elias Canetti)
La mamma è la parte più femminile dei genitori. (Roberto Benigni)

Dalla Cina

La madre può più degli dei.
Un figlio saggio è l’orgoglio del padre, un figlio stolto dolore della madre.

Dalla Corsica

La madre mette da parte, e la gatta mangia.
Lusinga la madre per avere la figlia.
Un padre ed una madre possono allevare dieci figli, ma dieci figli non possono allevare un padre ed una madre.

Altri

La mamma e non più.
La pianta che fa molti frutti, non li matura tutti.
La vecchia madre in casa è una siepe intorno ad essa.
Madre vuol dir martire.
Mamma, mamma, chi l’ha la chiama, e chi non l’ha la brama.
Ognun dà pane, ma non come mamma.
Pensa a tua madre: è la miglior distrazione contro i cattivi pensieri.
Qual la madre, tal la figlia.
Quando la madre non è in casa, la figlia si affaccia alla finestra.
Quando la madre piange, le lacrime son sincere.
Quando un fanciullo è ammalato, la miglior medicina è la mano della madre.
Se la madre non è casta, non lo saranno le figliole.
Sempre, sempre, mamma mia, ricca o povera che sia.
Tre cose poco valgono: un mulino che non va, un forno che non scalda, e una madre che non sta in casa.
Vede più una buona madre con un occhio, che il padre con dieci.

Calabresi
Meglio che tua madre ti pianga che il sole di marzo ti tinga.

Napoletani
Ogni scarrafone è bello a mamma soia.
Ogni scarafaggio per sua madre è bello.

Piemontesi
Doe once ‘d mama a fan varì papà
Due once di mamma fanno vari papà.
Ij fieuj a matriso, le fije a patriso.
I figli “matrizzano”, le figlie “patrizzano”. (due neologismi per dire: assomigliano, rispettivamente, alla madre ed al padre)
Ij fieuj a son come ij dij dla man: a nasso da l’istess pare e da l’istessa mare ma a-i naj’è nen un midem.
I figli sono come le dita della mano: nascono dallo stesso padre e dalla stessa madre, ma non ve n’è uno uguale all’altro.
La mare a dà; la marastra a diss: «It na veule?»
La madre dà; la matrigna dice: «Ne vuoi?».
Mare morta, pare borgno.
Madre morta, padre cieco.
Tuti a dàn ëd pan, ma nen come la mare.
Tutti danno del pane ma non come la madre.

Madre brutta fa li fiji bbelli

Da http://it.wikiquote.org/wiki/Madre

Il cuoco vi saluta e vi invita a tornare…

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Karol e la speranza


domani beato
presto santo
vicino a tutti noi in vita sei stato
continui ad esserlo dopo che qui ci hai lasciato…

Ti voglio bene, Karol Wojtyła papa Giovanni Paolo II

 
Karol Wojtyła
La speranza che va oltre la fine

[mp3=http://www.fabule.it/dutuffi/wp-content/wp-jk/media/Wojtyla-LaSperanzaCheVaOltreLaFine.mp3 volume=50]    (link al file audio)

1.
Nel tempo giusto la speranza si innalza da tutti i luoghi
soggetti alla morte —
la speranza ne è il contrappeso,
in essa il mondo, che muore, di nuovo rivela la vita.
Nelle strade i passanti dai corti giubbotti e dai capelli spioventi sul collo
tagliano con la lama del passo
lo spazio del grande mistero
che in ognuno di loro si estende tra morte e speranza:
uno spazio che scorre verso l’alto come la pietra di luce solare
rovesciata all’ingresso del sepolcro.

2.
In questo spazio, la più perfetta misura del mondo
TU SEI
e dunque ho un senso, e scivolare nella tomba,
passare nella morte —
disfarmi nella polvere d’irripetibili atomi
è per me parte della Tua Pasqua.

3.
Sono un viandante sullo stretto marciapiede della terra,
in mezzo corrono macchine, partono razzi interplanetari…
dappertutto un moto centrifugo,
    (l’uomo… sola scheggia di mondo che abbia un moto diverso…)
questo moto non giunge al nucleo immortale,
non libera dalla morte —
    (l’uomo… sola scheggia di mondo che abbia un moto diverso…)
sono un viandante sullo stretto marciapiede della terra,
e non distolgo il pensiero dal Tuo Volto
che il mondo non mi svela.

4.
Ma la morte è un’esperienza finale,
e ha sapore d’annientamento —
con la speranza le strappo il mio “io”, glielo devo strappare,
superare così l’annientamento…
allora, d’intorno, si levano grida, si leveranno di nuovo:
“Sei pazzo, Paolo, sei pazzo!” (1)
— ed ecco contro me stesso
e contro una moltitudine combatto per la mia speranza –
in me non la sostiene
nessuno strato di memoria,
nello specchio in cui tutto passa non trova un riflesso
ma soltanto nel Tuo Passaggio pasquale,
a cui si lega l’iscrizione più profonda del mio essere.

5.
E così m’iscrive in Te la mia speranza,
fuori di Te non posso esistere —
quando innalzo il mio “io” sopra la morte
svellendolo da un suolo di sterminio,
questo avviene
perché esso sta in Te
come nel Corpo
che dispiega la sua potenza sopra ogni corpo umano
e rinnova il mio “io”, cogliendolo da un suolo di morte
in figura diversa eppure tanto fedele,
dove il corpo della mia anima e l’anima del mio corpo ritornano a congiungersi
fondando sulla Parola, per sempre, la vita fondata prima sulla terra,
dimenticando ogni affanno, come al levarsi, nel cuore, d’un Vento improvviso
al quale nessun uomo vivente può resistere
— né le cime dei boschi, né in basso le radici che si fendono.
Il Vento mosso dalla Tua mano, ecco, diviene Silenzio.

6.
Gli atomi dell’uomo antico fanno compatta la gleba
primordiale del mondo ch’io raggiungo con la mia morte,
li innesto in me definitivamente
per trasformarli nella Tua Pasqua — che è il Tuo PASSAGGIO.


(1) Cfr. At. 26,24: «Festo a gran voce disse: “Sei pazzo, Paolo; la troppa scienza ti ha dato al cervello”».

 
Trad. it. di A. Kurczab e M. Guidacci in Karol Wojtyła, Tutte le opere letterarie, Bompiani, Milano 2005, p. 101

 
 
[iframe class=”alignleft” style=”margin-bottom:20px” width=”290″ height=”250″ src=”http://www.youtube.com/embed/hV1N7Jat9gA”][iframe class=”alignleft” style=”margin-bottom:20px” width=”290″ height=”250″ src=”http://www.youtube.com/embed/70pMXFDxY0M”]

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L’insetto nucleare (un cattivo racconto)

Mi hanno portato da leggere un racconto dell’assurdo. Mi hanno detto che è la storia di un insetto. L’assurdo è un genere che va ancora un po’ di moda, ma sono diffidente, temo che vi si inseriscano con malintesa facilità scrittori di nessun talento. Tanto più se è la storia di un insetto, dato che viene spontaneo il paragone con Lo scarafaggio di Kafka.
Il racconto si trova sul web a questa pagina. E già dal titolo, secondo me, incomincia maluccio, dato che il protagonista ha come nome Berlusconi. D’accordo, un nome è sempre arbitrario, non significa niente e uno vale l’altro; ma tutti sappiamo che Berlusconi è anche il nome del nostro amato presidente del Consiglio, per cui l’autore avrebbe fatto meglio a scegliere un altro nome per il suo insetto. Del resto, mai e poi mai, nemmeno il peggiore dei presidenti del Consiglio potrebbe essere scemo e repellente come l’insetto di questo racconto che, sentite un po’, incomincia così (ho cercato di rendere un po’ meno indigeribile il racconto togliendo il nome dell’insetto: dove l’autore mette il nome del protagonista, scrivendo “Berlusconi”, noi facciamo finta di non avere sentito e diciamo che si parla semplicemente di “un insetto”):

“Noi siamo assolutamente convinti che l’energia nucleare è il futuro per tutto il mondo” ha detto un insetto durante la conferenza stampa al termine del vertice italo-francese con Nicolas Sarkozy a Villa Madama. “La moratoria è servita per avere il tempo che la situazione giapponese si chiarisca e nel giro di 1-2 anni l’opinione pubblica sia abbastanza consapevole da tornare al nucleare. L’energia nucleare è sempre la più sicura. Il disastro giapponese si è verificato perché la centrale di Fukushima era stata edificata su un terreno che non lo permetteva. L’accadimento giapponese ha spaventato ulteriormente i cittadini italiani. Se fossimo andati oggi al referendum, il nucleare non sarebbe stato possibile per molti anni. La moratoria, quindi, rappresenta una posizione di buonsenso del governo. Il nucleare è un destino ineluttabile. Intanto, questa decisione ci rende molto più proiettati sulle rinnovabili”.

L’autore esagera davvero troppo con le sue iperboli. Perché un insetto dovrebbe parlare proprio dove e mentre si tiene una conferenza stampa con capi di stato? E alla fine parlerebbe addirittura del governo! Anche ammesso che questo insetto, che si trovava casualmente a Villa Madama, avesse potuto capire i discorsi degli umani (questa fantasia possiamo ammetterla in un racconto assurdo), perché mai avrebbe dovuto lui stesso mettersi a parlare del governo? Cosa può avere a che fare un insetto con un governo? Chi ha scritto queste battute, secondo me è un pessimo scrittore.
Ma andiamo avanti:

Rispondendo poi a una domanda sul futuro dei contratti tra Enel e Edf sul nucleare dopo la moratoria italiana, l’insetto ha poi detto che “i molti contratti stipulati non vengono abrogati, stiamo continuando e decidendo di mandare avanti molti settori di questi contratti, come quelli relativi alla formazione”.

Di male in peggio. S’è mai sentito di un insetto che fa contratti con le grandi società e che si occupa addirittura di formazione? Deve trattarsi di uno scrittore in erba: solo uno senza nessuna esperienza può credere che la fantasia non abbia proprio nessun limite.
Il racconto prosegue:

“L’Italia con Enrico Fermi è stato il primo Paese al mondo a saper sfruttare l’energia nucleare ed era all’avanguardia nella realizzazione di centrali nucleari negli anni Settanta” ha detto ancora l’insetto. “Poi sappiamo cosa è accaduto: l’ecologismo di sinistra si è messo di traverso e l’Italia ha dovuto interrompere i lavori di centrali che erano quasi terminate. Da allora noi dobbiamo acquisire tutta l’energia che consumiamo all’estero e questo ci porta ad un costo che grava su tutta la nostra economia, oltre che sulle famiglie italiane”.

Ma queste sono ciance in libertà! Li conosco questi autori di infimo grado e già mi immagino il seguito. Nella pagina successiva accadrà sicuramente che l’insetto, per un colpo di vento, finirà spiaccicato sotto una tegola mentre era intento a deliziarsi una cacca di piccione. Il che, sinceramente, fa pure schifo. Ma comunque, supponendo per assurdo che il lettore debba commuoversi per il contrasto tra la superbia del protagonista e la sua triste fine (che comunque sarebbe lo storpiamento di una formula strappalacrime abusatissima), ma insomma, a chi mai potrebbe interessare la triste sciocca storia di un insetto? È davvero un racconto noioso e deludente, e chi l’ha scritto farebbe bene a cambiare mestiere.

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Come cacciucco

Il rivisto. No nel senso di essere visto e rivisto ma proprio nel senso di rivista al maschile perché blog…
I miei scritti su questo blog sono un vero cacciucco livornese, e come il famoso piatto fatto di tanti tipi di pesce, contiene nella sua pentola notizie, chiacchiere, polemiche, personaggi e tanto altro proveniente dalla stampa, dal web e da altrove, a ricordare di prepotenza il tipico cacciucco d.o.c., che contiene fauna di mare con e senza lische, quali molluschi, crostacei, cefaloidi (squaloidi), pesce azzurro Continua a leggere

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Piove sul mare

Cesare Pavese
Piove sul mare

Piove senza rumore sul prato del mare.
Per le lucide strade non passa nessuno.
Si direbbe un paese sommerso.
La sera stilla fredda su tutte le soglie
e le case spandon fumo azzurro nell’ombra.
Rossastre le finestre s’accendono.
S’accende una luce
tra le imposte accostate nella casa annerita.

Piove sul mare l’ho trovata in un testo pe’ le scole elementari, La nuova guida ATLAS 5, a pag. 115. Quindi un si sa se vesta poesia vì è vera o se sono solo de’ versi storpiati presi dalla poesia Tolleranza, cioè un si sa se son versi rifatti da Pavese o storpiati da velli dell’Atlasse, ’he son capaci di ’orregge anco Dante e ’r Manzoni.

Vestavì ’nvece dev’esse vera, è la se’onda strofa di Paesaggio:

Cesare Pavese
Paesaggio (vv. 8-15)

Non ci manca che il mare a risplendere forte
e inondare la spiaggia in un ritmo monotono.
Su dal mare non sporgono piante, non muovono foglie;
quando piove sul mare, ogni goccia è perduta,
come il vento su queste colline, che cerca le foglie
e non trova che pietre. Nell’alba è un istante:
si disegnano in terra le sagome nere
e le chiazze vermiglie. Poi torna il silenzio.

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