Il circolo dell’odio e la storia del capretto

Ieri due stragi scioccanti a Oslo, nella tranquilla Norvegia. Prima si è parlato di fondamentalisti islamici, poi si è visto che a sparare è stato un fondamentalista cristiano, “antimusulmano” (e immagino anche antisemita: in Norvegia l’antisemitismo sta facendo progressi). Ma non importa. Di chiunque sia il merito, a cosa potrebbe servire una strage in più? Chi potrebbe trarne il minimo beneficio? C’è forse, da qualche parte, una vittima che potrebbe mitigare appena la propria miseria grazie a una strage orribile? C’è forse un carnefice che potrebbe aumentare di una virgola la propria potenza seminando il terrore?

Al di là dei suoi motivi o non motivi particolari, la strage di Oslo è l’ennesimo esempio di un odio e di una violenza sciagurati che ci accompagnano dalla notte dei tempi.
Mi viene in mente la storia del capretto, un racconto ebraico reso famoso da Angelo Branduardi. Il racconto si rivolgeva al popolo di Israele, ma avrebbe potuto scriverlo chiunque e vale per tutti.

Non tutti sanno che la canzone di Branduardi Alla fiera dell’est è un adattamento del canto ebraico pasquale Had gadià (Un capretto). Nella canzone di Branduardi il padre è il Signore, il topolino (il capretto o l’agnello) è il popolo di Israele, la fiera dell’est è il luogo da cui proviene la voce di Dio, il gatto, il cane, il bastone ecc. sono i vari regni che cercarono di eliminare il popolo di Israele.
Nella tradizione ebraica, durante le prime due sere di Pesach, che è la Pasqua ebraica, dopo la cena vengono cantate alcune storie, rivolte specialmente ai bambini per offrire loro i primi insegnamenti. Queste storie sono raccolte nell’Haggadà di Pesach e hanno un significato allegorico.
Il racconto del capretto è un’allegoria il cui significato principale è che la giustizia di Dio si esercita sempre, anche quando non ce ne rendiamo conto. Dio punisce chi fa del male. In un’interpretazione storico-politica del racconto, il popolo di Israele è come un capretto, che il Padre ha acquistato con due monete, cioè con le tavole della legge, la Torah. In tutti i tempi, su questo capretto le nazioni del mondo si sono avventate come lupi: il gatto, il cane, il bastone ecc. sono i potenti imperi (Egitto, Persia, Grecia, Maccabei, Roma, Islam…) che hanno esercitato il loro odio verso il popolo di Israele.
In un’interpretazione morale, più in generale, il racconto illustra la tragedia e i pericoli di una spirale di odio. È in questo senso che ora mi interessa: come storia della malvagità umana.
Nell’Haggadà la storia si conclude in modo rassicurante: dopo l’intervento dell’Angelo del male, che può rappresentare le catastrofi mondiali, ovvero l’acme dell’odio, il Signore crea finalmente l’armonia tra le genti, e la storia finisce nella circolarità delle cose, cioè ricongiungendosi con il momento iniziale in cui c’erano solo l’agnello e la Legge (cfr. la pagina dedicata al Pesach su www.torah.it).

All’inizio del film Free zone, il regista israeliano Amos Gitai ha usato una versione differente della Had Gadya, cantata dalla nota artista israeliana Chava Alberstein. Essa offre un’altra lettura della famosa storiella, non rassicurante e più reale. Dopo l’Angelo della morte non vengono il Signore e il regno della pace, ma giunge invece una domanda nuova: quanto durerà questo ciclo di orrore, che si ripete tra l’agnello e il lupo? Il padre lo aveva comprato per due monete, e poi è venuto il gatto, e il cane, e il bastone, e poi e poi… e poi si ricomincia da capo e… e quando finirà questa follia?

[iframe class=”aligncenter” width=”550″ height=”442″ src=”http://www.youtube.com/embed/UsEaM4czZH4?rel=0″]

Termina così:

Perché canti, agnellino?
Non è ancora primavera, e neanche Pasqua.
Sei cambiato?
Io sono cambiato quest’anno.
Ogni sera, come tutte le sere,
ho fatto solo quattro domande.
Ma stasera ne ho un’altra.
Quanto durerà questo ciclo di orrore?

Stasera ho un’altra domanda.
Quanto durerà questo ciclo di orrore?
Di persecutore e perseguitato,
di carnefice e vittima.
Quando finirà questa follia?

È cambiato qualcosa?
Io quest’anno sono cambiato.
Ero un tenero agnello,
e sono diventato una tigre
e un lupo selvaggio.
Ero una colomba, una gazzella,
oggi non so più chi sono.

Mio padre lo aveva comprato per due monete.
L’agnello! L’agnello!
Nostro padre lo aveva comprato per due monete.
E si ricomincia da capo.

Questa canzone era uscita nell’album “London” di Chava Alberstein, nel 1989, durante la prima Intifada (qui il brano originale). Essa aveva ovviamente un significato critico nei confronti della politica del governo israeliano, e infatti fu temporaneamente censurata nelle radio ufficiali del paese. Ma non importa: così come noi ascoltiamo Alla fiera dell’est senza sapere che è un canto dedicato a Israele, allo stesso modo possiamo ascoltare la canzone di Alberstein senza riferirla agli arabi o agli israeliani: vale per ciascuno…

Questa voce è stata pubblicata in pensieri e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.