Dante dove lo metterebbe un Berlusconi?

Oh, io non lo so! Forse nessuno può immaginare dove Dante metterebbe un Berlusconi, ma io certo non saprei, perché la Divina commedia per me è stata un’esperienza particolare. A scuola mi ero esplicitamente rifiutato di leggerne i canti, pensavo fosse meglio dedicarmi a testi più attuali: Laing, Ivan Illich, Russell, Freud, Marx. Mi servivano per criticare la scuola, mentre la lettura di Dante mi annoiava.
Insomma, Dante non lo conosco abbastanza bene per provare a scriverne delle aggiunte. Ma ne ho abbastanza una vaga idea da sapere che usava la “legge del contrappasso”, un principio per cui i rei sono puniti con il contrario o con una parodia della loro colpa.
So anche che Dante, nell’Inferno, non era stato tenero con i suoi nemici e forse si era concesso qualche vendetta.

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Anche Don Giorgio non è tenero con il Berlusconi (il “coso”, come lo chiama per distinguerlo da un essere). Anche se non ha scritto una commedia per cacciare il Berlusconi all’Inferno, alla fine dell’intervista nella puntata di Exit dell’altro ieri ha usato parole di fuoco — che a me, lì per lì, son sembrate soltanto parole da prete:

“Con questo uomo qui non è più possibile niente in Italia. Politicamente è impossibile eliminarlo, c’ha troppi soldi. E allora come facciamo? Non lo so. Forse, io sono prete, prego il Padreterno che gli mandi un bell’ictus e rimanga lì secco”.

L’affermazione ha sconvolto molti commentatori, e non solo quelli di destra. Ma occorre dire che su Exit hanno mandato in onda un’intervista di cinque minuti ricavata da una conversazione che era durata oltre un’ora. In pratica, hanno tagliato e deformato le parole di don Giorgio, piegandole all’esigenza di spettacolarizzazione televisiva. Per questo don Giorgio, dopo la trasmissione, ha voluto puntualizzare, completando in questo modo la frase che aveva creato scandalo tra tanti benpensanti:

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“Cosa ho detto io di Berlusconi? Certo, ho detto quella frase. Mi auguro, dal momento che, per evitare che divenga un martire, non posso sparargli, farlo fuori fisicamente (anche se Berlusconi bisogna toglierlo di mezzo, eliminarlo, non dico fisicamente) che almeno il Padreterno gli mandi un ictus.
Però non finisce qua, io ho aggiunto un’altra cosa. Non è che deve morire subito. Eh no, è troppo bello. La deve pagare: rimanere disteso su un letto per 400 anni. Lì, fermo, in stato vegetativo”.

Quella di don Giorgio non è una fatwa (come sostiene Pierfranco Pellizzetti in un articolo sul Fatto Quotidiano), anzitutto perché alle sue parole non seguono azioni, e d’altronde lui, che non detiene alcun potere, si augura che sia Dio e non altri a mandare l’ictus a Berlusconi. E poi perché io mi immagino don Giorgio, incazzato come un Dante Alighieri, usare a modo suo iperboli simili a quelle del Poeta. In effetti, quattro secoli di stato vegetativo permanente mi sembrerebbe un inferno adatto al nostro caro “premier”.

Ma, si dirà, don Giorgio ha tirato in ballo la morte e questo non si fa, mai e per nessuno. Non si pensa e non si dice, né sul serio né per sogno. O almeno, non si deve dire e pensare di nessuno dei nostri amati politici, mentre per esempio gli afghani e i libici possiamo andare ad ammazzarli senza remore.
Sì, ma sentite un po’ qui cosa dice l’altro prete intervistato da Exit, don Giovanni Bellò, che sta su posizioni diametralmente opposte a quelle di don Giorgio.
Don Bellò difende, assieme alla carità cristiana, la “privacy” del Berlusconi, lo perdona per tutte le volte che ha fatto “lo stupidetto”, dice che le donne dovrebbero tenere la bocca chiusa, e a proposito di donne aggiunge: “Io ce l’ho a morte con una donna, Rosi Bindi”.
Le parole del don Bellò non hanno fatto scandalo.

Oh certo, quello di don Bellò è solo un modo di dire. Naturalmente don Bellò ama Rosi Bindi e non gli è mai passato per la testa un “Che le venga un ictus”. Nemmeno per sogno!
Don Bellò è un puro. Dice che “siamo tutti peccatori e puttanieri”, ma nei suoi pensieri non c’è traccia di malvagità. Solo talvolta un lapsus innocuo: Ce l’ho a morte con la donna. Discorso clericalmente corretto.

Insomma, la morte esiste. Pare che esista anche nella realtà, ma certissimamente esiste in mille forme nei discorsi e nei pensieri. E in un discorso da prete come quello di don Giorgio non mi sorprende (mi sorprende piuttosto la bestemmia o la barzelletta oscena nel discorso di un “premier”).
Le imprecazioni di don Giorgio mi provocano un effetto liberatorio, mi ricordano l’atmosfera di quando frequentavo le scuole superiori e i discorsi “politicamente scorretti” erano il verbo quotidiano degli studenti.
Nel vuoto di politica in cui viviamo, don Giorgio si fa interprete di un’incazzatura che occorre raccogliere. Perché non è vero che siamo tutti peccatori e puttanieri, e non è dato che dobbiamo ingoiare tutti i rospi e rispettare sempre i potenti, anche i più porci…

 
PS.
Il problema è che temo che al Berlusconi non verrà un ictus. Ciò che spaventa della frase di don Giorgio non è la sua pia preghiera, ma il suo non lo so. Il Berlusconi è un pluri-indagato pluri-prescritto da pluri-leggi ad personam che calpesta la legge e che va ripetendo, tra una barzelletta pornografica e l’altra, che la democrazia è una cosa sbagliata da correggere. Sta distillando il peggio della società. Di fronte a ciò don Giorgio dice: “E allora come facciamo? Non lo so”. Questo è il problema vero, che fa paura.

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