Vent’anni (ma non fu un peccato)

Ricordo una sera, o forse era notte. Credo che prima fosse uscita, non so più a fare che. L’avevo attesa un paio d’ore a casa sua, disteso sul divano, chissà perché. Nudo, questo lo so per certo, e ora quasi aggiungerei: come un pirla. Ma era così: d’estate passavamo molti giorni a casa sua in questo modo, con pochi impegni nel mondo di fuori e quasi affogati in un’orgia a due. Cosa facevamo? Eppure non era noioso. Sì lo so: facevamo all’amore, e poi giocavamo all’amore, e poi di nuovo. E in più c’erano le fotografie, qualcuna la sviluppavamo noi, per altre ci pensava il fotografo, non si scandalizzava mai.

Ma parlavamo anche, parlavamo molto. Sopra tutto di politica, di sesso e di lavoro. Facevamo gli operai, ma la vera operaia era lei, alla catena di montaggio, cuciva reggiseni. Lovable. Non tutti sapevano pronunciare questa parola, i più sbagliavano l’accento. Non importa. Poi c’erano quelli del circolo… sì, il circolo operaista — Centro di Iniziativa Operaia si chiamava, CIO, bel nome. I nomi delle persone non li ricordo più, che peccato! Avevano due nuclei, mi sembra, uno alla Dalmine e uno alla Breda, a Milano, ma la sede era in un garage, sperduto nell’Isola. Davanti ai nostri occhi ingenui sembravano dei grandi intellettuali, e prodi cavalieri, con lancia in resta contro i venduti sindacati.

Erano i tempi in cui avevo un cognato, era più grande di me, e grosso, mi sembrava un tipo evoluto. Una volta mi disse che dovevo fare qualcosa per la vita, una carriera: mi vedo ancora uscire dalla stanza gridando il desiderio di fare l’operaio in un’industria grande, più grande della Breda. Lo dissi come fosse una bestemmia. Da piccolo avevo ideali sublimi. La rivoluzione. La contestazione era totale, persino con i gatti. Il mio gatto preferito ragionava come un cane. So perfettamente come avvicinare un gatto io! Questa dissidenza mi è rimasta, cerco di parlare con i cani la lingua dei cani, qualche volta abbaio, offro la focaccia ai cigni schizzinosi che mi seguono nei bar, e fuori, nei giardini, cerco i migliori quadrifogli per i conigli. Sì, la dissidenza mi è rimasta tutta, ma gli ideali no, quelli sono spariti. Non li ho scacciati, li ho guardati, sono svaniti. Non mi gabberete con gli ideali, signori padroni. No, padroni adesso non lo direi più, ma un tempo ci credevo: c’erano i padroni — e gli ideali.

Ma c’era il mio amore, con lei guardavamo il mondo, tutto il mondo dalla Cambogia fino al “capo” del circolo operaio. Tipo buffo questo, simpatico, all’inizio metteva un po’ di soggezione ma col tempo avevo incominciato a capirne anche l’ignoranza. Era rimasto uno stalinista in fondo, poveretto. E forse con le donne non gli mancava qualche problema: ci sembrava un politico acuto, ma un amatore tonto. La mia ragazza un giorno era andata da lui, la affascinava la sua mente acuta, l’età matura, la spingeva la curiosità. Mi disse che non ci fu niente da fare, solo qualche bacio. Lui non si fidava, “potresti essere mia figlia” diceva. Fu un uomo, ebbe paura. Non ce lo saremmo aspettati da uno “così avanti”. Che ignorante dicevamo, lì sdraiati uno sull’altro sul divano, con una chitarra in mano e canzonette di protesta. Ma erano come canzoni d’amore. Erano vere canzoni d’amore.

Noi invece eravamo un po’ ragazzi, grandi progetti non direi, non li avevamo, stavamo così, senza domani, in un piccolo limbo, il nostro quotidiano amore. Un rito, come il sesso ripetuto sempre all’infinito, la sera nelle case, sui prati i pomeriggi. Adesso lo guardo da lontano, mi sembra un po’ banale. Piccole cose, piccoli amori, piccoli ideali per donne e uomini un po’ finti, forse. Ma era così, ci incontravamo tutti i giorni, chissà perché, e nessuno era triste — e questo già non era un male, signora Lovebòle.

Non mi ricordo come ci siamo lasciati, non so più quando, non son sicuro se. Stavamo in una nuova compagnia, c’erano molti uomini e donne. Forse io ho trovato un’altra donna, lei ha trovato un altro uomo. Credo sia andata così. Siamo rimasti amici per un po’, ma poi… stavamo cambiando troppo, ci eravamo cambiati troppo, lei in un verso io nell’altro. Curioso, io stavo diventando com’era lei un tempo, e lei com’ero io prima, quasi che, con quella differenza di idee che all’inizio avevamo e per cui in principio discutevamo tanto — mi ricordo, mangiando riso e dolci sulla spiaggia — fossimo finiti alla fine per convincerci a vicenda. Penso che ci siamo allontanati senza accorgerci, piano piano. Forse io avrei voluto una ragazza più matura, forse lei avrebbe voluto un grand’uomo. Ma io non l’ho aiutata a cercarsi un uomo vero.

Ho saputo molto tempo dopo, o forse ho immaginato, che ne trovò uno falso. Gli anni erano passati, lei si era fatta un’istruzione, non era più operaia, ora faceva l’insegnante, e aveva messo casa, come tutti. Non intonava più le canzonette di protesta, non cercava avventure con i prodi cavalieri, non passava il tempo dell’estate rotolandosi sull’erba alta, come facevamo noi per le colline. È finita così, ricordo le sue ultime parole sul nuovo lavoro alla scuola materna: “Facciamo la pappa, andiamo a fare la pipì”. È finito tutto così. Che peccato.

Settembre 2004

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