La casa dei topi

La sua casa di Terno d’Isola dicono che sia una favola. Io che ci ho vissuto molti anni con i miei cari posso dirvi che è tutto vero. Da lontano è una graziosa villa, simile a tante casette moderne, così fredde e scomode che le diresti addirittura prive di buchi. Ma se ti avvicini, già a diversi metri di distanza cominci a avvertire un sapore antico, quello delle case contadine di un tempo o dei vecchi bar nelle piazze dei paesi, e quando ci entri ti senti a poco a poco trasportato in un mondo familiare. L’ingresso dà su un lungo corridoio; da una parte si accede alla cucina passando dalla sala da pranzo, e allora prima di arrivare al deposito delle provviste hai tutto l’agio di considerare i resti lasciati sul tavolo da pranzo e puoi giocare a immaginare cosa potrebbe esserci in cucina; dalla parta opposta una grande scala di pietra gira una volta su se stessa prima di raggiungere il piano superiore, e i piccoli si divertono un mondo a giocare a nascondino e a rincorrersi fra le sue pieghe. Di sopra, poi, le stanze sono quasi principesche: poggiati per terra ci sono grandi ripiani con bianchissime lenzuola di seta che sembrano fatte apposta per dipingerle di macchioline nere, appesi al soffito comodissimi letti con spalliere che proteggono il sonno dei piccini, e contro le pareti mobili massicci, di legno vero, con tante nervature colorate dove, con un po’ di fortuna, puoi trovare una simpatica tarma. Ma più bello di tutto è il solaio; ci arrivi arrampicandoti sui montanti di una vecchia scala di legno, passi per un cunicolo ricavato nel muro e ti ritrovi in un ampio spazio ombroso pieno di polvere, in cui intravedi subito ogni specie di delizia: qua mucchi enormi di carta colorata, là una vecchia credenza bucherellata come un groviera, in mezzo stracci e vecchie bambole di pezza che puoi usare per fingere una vera festa di gala con canti e balli degni di un re; e ancora giocattoli di legno per la ricreazione dei piccini, e millemila oggetti di molte forme e colori per istruirli nell’architettura. Tante altre cose potrei dirti ancora di questa magnifica casa: le sagge locuste che si annidano fra l’edera arrampicata fino ai lucernai, i sapientissimi ragni che con le loro artificiose tele ti procurano innumerabili mosche, il giardino con i rivoli d’acqua perenne che d’estate risplendono di fiori e farfalle. Ma qualsiasi descrizione sarebbe insufficiente per rendere una sensazione che solo il viverci può darti, l’impressione di trovarti davvero in una casa a misura di topo!

Oggi non le fanno più così. Il cemento che si usa ha una qualità scadente, è troppo duro e si sbriciola subito, le pareti sono pitturate con vernici repellenti che si attaccano al pelo e ti provocano un prurito maledetto, i cunicoli sono sempre troppo piccoli e intasati… Con tutto ciò, dopo che un onesto topo ha faticato una vita per ricavare da questo sconciume un’abitazione minimamente rattile, si vede arrivare degli uomini malvagi con armi pestifere che distruggono ogni cosa bella e delicata, è costretto a fuggire e deve rifare tutto daccapo.
Al giorno d’oggi nemmeno la casa di Terno d’Isola è al riparo da un simile degrado. Da quando la ragazzina se n’è andata dicono che sia cambiato tutto. Io non so, faccio fatica a crederlo ma sento dire che adesso non si può organizzare neanche una piccola festa che subito arrivano uomini rozzi e perversi e spaventano tutti! Si divertono così questi villani…

Con lei invece era diverso. La ragazzina della casa di Terno d’Isola la conoscevo da quando era bambina. Noi ci tenevamo a distanza, non le davamo troppa confidenza, ma anche lei d’altronde faceva gli affari suoi… Nel complesso la convivenza era più che accettabile e la vita trascorreva ciascun giorno nel modo solito, noi topi al lavoro per procurarci il pane quotidiano e gli uomini occupati nei loro frivoli giochi. Finché un giorno cambiò tutto. Non si sa perché, d’improvviso gli uomini avevano incominciato a portare il grano nel solaio: arrivavano il primo pomeriggio, posavano il grano e se ne andavano. Per noi era una manna, non eravamo più obbligati a lavorare e ogni sera organizzavamo dei convivi invitando parenti e amici e i musicisti più di grido del quartiere. Avevo solo un po’ paura perché i piccoli spesso facevano troppo rumore, e come fai a dirgli di star fermi? Ma con il passare del tempo anche i grandi finivano per dimenticare il pericolo e tutti ci mettevamo a saltare come veri incoscienti. Finché una sera…

* * *

Arianna era ormai una graziosa ragazza, era alta più di un metro e mezzo, aveva lunghi capelli biondi e gli occhi verde chiaro. Quella sera d’estate era salita presto nella sua stanzetta, ma non aveva sonno: stava distesa sul letto pensando alle nuove scoperte che aveva fatto il pomeriggio nel bosco vicino a casa. Aveva letto che battendo due sassi uno contro l’altro gli scoiattoli escono dalle tane e si avvicinano richiamati dal rumore, e aveva voluto provare assieme al suo amichetto. Era proprio vero! All’inizio gli scoiattoli si agitano, si guardano intorno, corrono su e giù per i tronchi degli alberi, e dopo un po’ capita che uno scoiattolo temerario si avvicini un attimo per vedere cosa succede. Arianna era rimasta impressionata da quest’esperienza: gli scoiattoli li aveva visti solo nei libri illustrati, e ora era tutta presa dall’idea che magari avrebbe potuto adottarne uno e tenerlo in casa come un piccolo gatto. “Dovrò procurarmi una pianta”, diceva tra sé, “mettermela in mezzo alla stanza. Che pianta ci vorrà? Nel cortile c’è un fico, potrei provare con quello… i fichi a me non piacciono, ma può darsi che agli scoiattoli sì…”. Meditava su queste cose nel silenzio e nell’ombra della notte quando sentì un rumore di passi provenire dal soffitto.

Spaventatissima balzò dal letto, precipitò dai sogni, in un attimo ebbe chiara la situazione: la sua camera era in fondo al corridoio del primo piano, mentre il resto della famiglia era raccolta al piano terra, nel salotto della tivù, e per raggiungerla doveva passare proprio davanti alla scala che conduceva al solaio, dove forse un uomo malvagio era in agguato. “Per fortuna è estate”, pensò Arianna infilandosi in un baleno i calzoncini corti, la maglietta e i sandali, “e non devo perder tempo per vestirmi. Speriamo che il malvagio non si sia ancora accorto di me!”. Si precipitò fuori dalla stanza e corse da basso per dare l’allarme; ma giunta nel salotto, trovandosi nella luce e tra la gente del mondo civile, si sentì subito rassicurata: la paura era già sparita. Prese l’aria di una persona importante e si avvicinò alla mamma per raccontarle la strana faccenda, ma la mamma si mise a ridere: “Non può esserci nessun uomo nel solaio”, disse. “Ma io ho sentito i passi! Erano lenti e felpati, come quelli degli uomini malvagi”. “Erano i topi amore mio, la notte a volte fanno quel rumore…”. L’intera famiglia aveva seguito la discussione, oltre alla mamma e al papà c’erano anche i nonni e la zia, e tutti ridevano. “Se ridono significa che è la verità” pensò Arianna. “Come sono stata stupida a prendermi tanta paura per niente! Ma cos’è questa novità dei topi? Non sapevo che nella mia casa ci abitassero i topi! Cosa ci fanno qui e poi… chi sono i topi?”.

* * *

La festa del grande giorno si è prolungata fino alla notte, gli ospiti si sono fermati a dormire da noi e la mattina dopo siamo tutti raccolti a colazione attorno al grano. C’è una piacevole calma, come spesso succede dopo le grandi feste, io mi sto quasi appisolando con il grano in bocca: “È come quando passo la notte con la mia topa”, penso, “dopo mi sento sempre un po’ strano, non saprei se felice, grato, deluso o vergognoso. Eppure ieri non l’ho neppure toccata… che buffo!”. Ero tutto cullato in queste dolci impressioni quando d’improvviso sento un rumore atopico, come un ruzzolare e un saltare, subito mi ridesto e noto che tutti stanno fissando la botola del solaio… Che succede? Qualcosa trema, si muove… la botola si apre e in un attimo ne sbuca la testa della ragazzina.

Ci fu un fuggi fuggi generale, i piccoli si misero a strillare come gatti, i grandi correvano di qua e di là dimenticandosi persino delle topine che stavano corteggiando e quest’ultime scapparono con una scompostezza inimmaginabile per qualsiasi topa che si rispetti; un vecchio topo male in zampe, dimenticato da tutti, non trovò di meglio che ficcarsi sotto un cumulo di grano. Quando tutti fummo al riparo vidi che la ragazzina era completamente uscita dalla botola e scrutava il solaio. Mi aspettavo da un momento all’altro le barbare urla di cui si legge nei libri di storia e che pare siano il segnale che annuncia l’ennesimo pogrom contro i topi, e invece niente: la ragazzina non fiatava, si era messa seduta accanto alla botola e stava come assorta ad ammirare il grano. Stette ferma per un breve interminabile tempo, poi com’era venuta se ne andò, come se non avesse visto e sentito nulla.

Questo fatto ci lasciò tutti molto scossi. Il solaio era sempre stato un luogo semideserto dove gli umani venivano solo di rado, a ore stabilite, ma l’arrivo inaspettato della ragazzina aveva rovinato tutto, noi non avevamo più la serenità che ci occorreva per organizzare feste, danze e convivi, da quel momento bisognò che qualcuno restasse sempre di guardia alla botola, ci toccava ammonire i piccoli a non saltare e lasciare a casa i vecchi, dovevamo stare sempre sul chi vive, e insomma con questi giganteschi problemi di sicurezza non sarebbe stata più la stessa cosa. Infatti l’antipatica ragazzina nei giorni successivi tornò spesso nei momenti più impensati; faceva sempre nello stesso modo: prima sbucava con la testa, poi attraversava la botola e si sedeva lì vicino, scrutando intorno con attenzione. Cosa cercava?

E c’era anche di peggio… ché purtroppo neanche noi topi siamo animali perfetti! Nonostante ogni raccomandazione capitava che uno dei piccoli si avventurasse all’aperto in presenza della ragazzina per prendere un giocattolo o un pezzo di stoffa. Certamente lei lo vedeva, e io tremavo, mi sembrava già di udire le sue urla… Per fortuna la ragazzina non urlava, squittiva strani versi in una lingua oscura, ma io mi chiedevo preoccupato cosa ci fosse sotto…

* * *

“Topolino topolino, dove corri così in fretta di mattino?”. Arianna aveva trovato un gioco nuovo, in quei giorni la sua allegria sprizzava così abbondante che aveva finito per contagiare prima tutta la casa e poi anche tutta la via. Però non parlava con nessuno della sua fantastica scoperta, si limitava a qualche frase un po’ sibillina. Capitava che incontrando per strada un vecchio contadino che camminava ricurvo sotto una grossa cesta di fagioli, le si piantasse davanti con aria imperativa: “Ma lo sapevi tu che la realtà supera l’immaginazione?”. Poi correva via senza aspettare la risposta, arrivava davanti alla casa dal cancello rosso, vedeva il bastardino del suo amichetto e lo rimproverava con asprezza: “Ma tu lo sapevi! Perché non mi hai mai detto niente?”, gli sbuffava villanamente sul muso e se ne volava via saltellando prima che il bastardino potesse leccarla sul viso.

Vedendola per la prima volta così felice, il suo amico si rattristò, perché Arianna era certamente innamorata di un altro, mentre con lui era diventata addirittura villana. “Come fai tu a vivere senza amici?”, gli domandava con aria di sfida. “Sei ancora un bambino, certo! un bambino che non sa il tesoro che ha vicino!”. Ma appena lui, cercando di capire, accennava a un sorriso e allungava un braccio per cingerle i fianchi, lei ridendo scappava via. E lui che era sempre stato innamorato di Arianna, lui che fin da piccino aveva sognato di sposarla e un giorno farle da papà, ora non riusciva più a parlarle nemmeno a scuola. Per punirla aveva persino smesso di mangiare, nella ricreazione si privava della sua merenda per darla a lei, ma Arianna se la mangiava allegramente senza nemmeno ringraziarlo… Era proprio come se vivesse interamente nei sogni di un altro…

Topolino topolino
dove corri così in fretta
a quest’ora del mattino?
Topolino topolino
se ti fermi un attimino
io ti faccio un ritrattino!

Oh, Arianna non era mai stata una poeta molto profonda, a scuola scrivere le riusciva faticoso e le poesie le ripeteva sempre tutte sbagliate, ma ora le parole le uscivano da sole così semplici e vere che pensava che nessun topo avrebbe potuto resistervi. Si posava accanto alla botola con una matita e un foglio per ritrarre la vita del solaio. Questa grande scoperta ora le riempiva il cuore: aveva sempre visto il solaio come un luogo oscuro e polveroso, un noioso dominio dei grandi, ma anche un posto dove i grandi dovevano tenere chissà quale segreto, forse un giocattolo mai visto o forse qualcos’altro di incomprensibile per una bimba come lei. Ma adesso le sembrava di capire, d’improvviso vedeva l’antico segreto e le pareva di riconoscerlo come qualcosa che le era sempre stato accanto ma non aveva riconosciuto, proprio come questi sconosciuti topi. “Dunque è questo”, si ripeteva sottovoce, “è questo quel luogo misterioso che pensavo da bambina…”. Ma non sapeva spiegarsi, non riusciva a dirsi in altro modo che…

Topolino topolino
da dove viene
il freddo del mattino?

* * *

“Sai babbo, da ieri ogni tanto ho visto una bambola nuova. Ma non è come le altre: è grande grande! e poi squittisce! e si muove da sola!”. I bambini sono degli ingenui, appena vedono un pezzetto di formaggio si buttano subito, non capiscono che dietro ogni formaggio c’è un uomo cattivo che fa le trappole. Per questo bisogna insegnargli i pericoli e le punizioni, e quando mancano bisogna inventarli a bella posta. Ma oggi il mio piccolo ha detto una frase che mi ha dato da pensare: “Ma la bambola non aveva mica il formaggio!”, così ha detto il mio topolino, per giustificarsi nel tentativo di evitare le sculacciate. E in effetti… mah, io ho interpellato i topi più vecchi e saggi del quartiere e a quanto pare nessuno ha mai visto una trappola senza formaggio! Le armi degli uomini le conoscono tutti, sono il veleno e il formaggio: quando vediamo un veleno sappiamo che lì ci è passato un uomo, e se vediamo un uomo col formaggio siamo avvertiti che dev’esserci un veleno; tante volte abbiamo visto anche trappole senza uomini, ma una ragazzina senza trappola… ecco, a questo non ci avevo mai pensato!

A un tratto ci venne un dubbio. Durante una riunione di quartiere… c’erano le topine più belle, c’erano i topi canterini e ballerini, c’erano i sapienti, gli storici e i poeti, c’erano anche i prepotenti, insomma c’eravamo tutti… un geografo se ne uscì con questo buffo ragionamento: “Sentite ragazzi, e se finora ci fossimo tutti sbagliati?”. Perbacco! Mai un dubbio così gigante come un gatto si era intrufolato nelle nostre tane! Ma il geografo sembrava convincente, ci mostrava le mappe del quartiere e diceva che tutte le case sembravano fatte apposta per le tane. “Ma non sarà che…”, disse, “non è forse che tutto ciò sia stato creato per noi?”. I topi lo guardavano in silenzio… “Guardate la casa della ragazzina: gli uomini ci offrono anche il grano! Ma darci da mangiare e da dormire, non è quello che han sempre fatto?”. E allora le trappole, i veleni, i pogrom e i villani? “Erano illusioni”, disse il geografo, “illusioni dello spazio che svaniscono nel tempo”. E in mezzo a un pubblico sempre più stordito concluse: “Ma io non so, non posso, la mia scienza è vana di fronte all’enigma. Che parlino i poeti!”.

* * *

Ragazzina ragazzina
che ci fai seduta
tutta la mattina?

Erano tempi ispirati quelli, ci facevano rivivere le glorie dimenticate di un lontano passato, quando si narra vi fossero topi grandi e sapienti e poeti: Topocrate, Topo Alighieri, Topariostolo… I loro scritti si erano persi, ma ora ci sembrava di raggiungere di nuovo le cime più alte. Sì, per fortuna avevamo ancora i poeti! Ci raccontavano le favole per i più piccini.

Ragazzina ragazzina
perché con noi non giochi
tutta la mattina?

Dopo che il topo poeta ebbe terminato la sua opera, decidemmo di darla da imparare a memoria alla topa canterina per farla recitare davanti alla ragazzina. Fu una gran fatica ma alla fine ci riuscimmo… quasi…

Ragazzina ragazzina
che ti siedi la mattina
mangiando la tartina
danne un po’ alla topolina!

* * *

La famiglia si riunisce ogni sera per la cena, è un’usanza forte e consolidata, come il rendere grazie a dio prima di mangiare… radici che si perdono nel mito e nel rito di chissà quanto tempo antico, anche se d’oggigiorno non tutti le coltivano ancora. Il padre scrolla la testa: “È già un mese che Arianna manca… non si sa neanche se mangia… e chissà se si ricorda di pregare, prima di mangiare!”. Arianna era scomparsa d’improvviso una mattina di primo autunno. In paese era stata vista l’ultima volta vicino alla scuola da un contadino curvo sotto una cesta di fagioli, le si era piantata davanti dicendogli con tono imperativo: “Ma lo sai tu che la fantasia è più forte della realtà?”. Poi era sparita nel nulla. In paese tutti dicevano che si era innamorata, si mormorava che fosse fuggita via con un ricco giovinetto, il più alto e forte e bello del quartiere. Anche lui se n’era andato infatti. Era andato a cercala, era convinto che lei fosse la sua bella principessa, ma non poteva sapere, nessuno lo sapeva, che Arianna se n’era andata per i fatti suoi. Invece l’amichetto era rimasto, tutti i giorni inzuppava le merende con le lacrime, ma poi se le mangiava. E insomma, tranne Arianna che era sparita e il ricco giovinetto che inutilmente la cercava, il paese viveva come sempre, dopo tutto.

“Cosa importa ormai… Bisognava capirlo che era innamorata, forse dovevamo ascoltarla…”, dice la madre, “Perché non le hai parlato?”. Ma si fa presto a recriminare sul latte dopo che è uscito dalla scodella. E in fondo si era già capito tutto e si era fatto tutto il necessario, di cosa si sarebbe dovuto parlare? Perché si vedeva bene, come si faceva a non vedere? Arianna passava ormai quasi tutto il tempo da sola, nel solaio, e a scuola quasi non studiava, e a casa non mangiava, e in strada non faceva che ballare. Era evidente, non vi pare? La sua famiglia… poveri contadini… si era accordata con quella del giovinetto, gente lustra, un po’ altezzosa all’inizio, ma alla fine la comprensione aveva prevalso, per il bene dei ragazzi… Si era già preparato tutto quanto, anche il luogo delle nozze, e il nuovo focolare… nel solaio della vecchia casa contadina. L’avevano proposto loro, gli illustri genitori del ragazzo: “Bisogna essere moderni per capire i giovani del giorno d’oggi, assecondarli un po’…”. Avevano chiamato un’impresa specializzata per trasformare il solaio in una casa da favola, ci avevano portato proprio tutto: baldracchini principeschi e mobili scomponibili, moderni per il giorno e d’epoca per la notte, specchi quasi magici e, perché no?, un po’ di polvere di stelle; per il soffitto s’era fabbricato un cielo color azzurro eternità, il colore l’aveva studiato apposta il miglior pittore del paese; e i lumi erano gocce, di sole o di stelle, a scelta. L’impresa era arrivata una mattina in gran segreto, mentre Arianna e il giovinetto erano a scuola: bisognava fare un sorpresa. Ma gli operai entrando nel solaio l’avevano trovato pieno di topi, e non era mancato un momento di sconforto: “Ma dove vivono questi, in una tana di topi? Non so se faccio bene a dare il mio ragazzo a questa gente…” pensava il lustro padre. Ma poi, facendo appello al proprio sconfinato spirito di comprensione, aveva pregato gli operai di tornare l’indomani, sempre di mattina: “Dovrete prima di tutto disinfettare”, disse, “ripulire, derattizzare, trasformare questa tana in una reggia per il più degno principe e la sua più bella principessa!”. E per essere sicuro che gli operai lavorassero con zelo aggiunse, con il tono più fermo, basso e sciocco che gli riuscisse: “Ricordatevi, siete pagati per realizzare i sogni”.

* * *

Che non tutti i buchi escano con la ciambella è cosa tanto detta che verrebbe quasi da non crederci più. Gli operai erano stati zelantissimi, l’arredo collaudato, i festeggiamenti preparati… non mancavano nemmeno grandissimi poeti e premiati arpisti… Non restava che montare il tutto e realizzare il sogno. Il sanitario del paese, dal canto suo, aveva constatato che davvero in quella casa non c’era più neanche un topo: era proprio tutto pronto e così perfetto! Ma per una strana, incredibile sfortuna il sogno non si era realizzato e Arianna era scomparsa assieme ai topi.

Dopo che Arianna fu partita dalla casa, nelle strade dei dintorni il catrame con il tempo si rompeva, e dalle fratture germogliavano, fra l’erba, molti fiori colorati. La rugiada che si formava il mattino restituiva poi, durante il giorno, il riflesso dei raggi di sole, come punti immensi di luce disseminati sulla terra; la notte, invece, si trasferivano nel cielo. La superficie della terra, squarciata, si era coperta di tracce serpeggianti, quasi un lungo tappeto colorato di giorno e rilucente di notte. I topi seguivano le fratture della terra, erano convinti che esse li avrebbero condotti a un’antica casa, dove una bellissima principessa, seduta in un grandissimo solaio, dava vita alle loro fiabe, favole e saghe.

novembre 2004

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