Ciò che non si può dire

Dicendo  (2004)

Non vi dirò
la solitudine assoluta
che non mi lascia dirvi
quello che non voglio.

E non è che “su ciò, di cui non si può dire, si deve tacere”, come scrive Wittgenstein al termine del suo Tractatus. Perché, sebbene non si possa dire o non dire ciò, le cose si dicono altrimenti. Non è nemmeno che si dicano a qualcuno come si offre del tè all’amico, per convivialità: il dire non è conviviale — non fa popolo — e il suo pubblico non è dato se non in quella sorpresa che lo rende ascoltatore di un dire impossibile, del dire esattamente ciò che non si può o non si sa. Che dire sarebbe quello di cui già si sa, si può, si deve e si vuole dire? Sarebbe come scrivere su ordinazione un racconto di cui conosco già la fine.

È che non mi è proprio possibile dirti ciò che si va dicendo mentre parlo, e men che mai potrei parteciparti di quella solitudine da cui parlo. E comunque non voglio — ma questo è un accenno che viene da un’altra parte: mi ricorda i bambini capricciosi, che mascherano dietro un “non” quel che di prezioso ti danno.

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