Andalusia, sesto giorno: Córdoba e Siviglia

SIVIGLIA

Sveglia, colazione (visi stanchi) e partenza per un’escursione a Siviglia.
Arriviamo a Siviglia. Un viale alberato grandissimo che costeggia il Guadalquivir. Andiamo all’appuntamento con la guida turistica locale, che dopo una breve attesa arriva in sella alla sua bicicletta. La giornata è bellissima e si preannuncia calda come quelle dei giorni scorsi.
La guida lascia la bicicletta parcheggiata e monta sul pullman. Ci avviamo a fare il tour di Siviglia sul pullman. Ci fermiamo per una breve visita al Parco Maria Luisa, alla cui entrata c’è un obelisco dedicato a Colombo.
Il tempo di scattare qualche foto e si torna sul pullman.

Lungo il percorso, che costeggia il fiume, ci sono numerose costruzioni di dimensioni, fatture e colori tipici di altri paesi. Sono i vari consolati, che hanno costruito le loro sedi secondo le tradizioni della propria terra, distinguendosi così l’uno dall’altro e facendosi riconoscere anche da lontano.

La città dorata

Non c’è nulla nell’Europa occidentale di più esotico di Siviglia. L’elegante capitale dell’Andalusia rappresenta bene tutti gli stereotipi della Spagna: i tori, le tapas, il vino, la birra, la gente allegra che ama le feste. Solo che a Siviglia queste non sono invenzioni fatte apposta per attirare turisti ma l’anima stessa di un popolo che vive così.

Scesi dal pullman, ci apprestiamo a visitare la città. Costeggiamo le mura della cattedrale, dove l’attenzione viene richiamata da un tale, vestito da arabo, con occhiali scuri, abito lungo e bastone, che insieme a un giovane uomo e a una giovane donna è fermo presso una bancarella di oggetti per turisti. A chi cerca di fare una foto viene detto con tono e gesto autoritario: “NIENTE FOTO!”

Mentre costeggiamo le mura dell’ALCÁZAR, percorso obbligatorio poiché si trova dietro la cattedrale, incontriamo nuovamente questo trio e l’uomo con gli occhiali scuri è rivolto verso il muro e tocca lo stesso come se volesse studiarne, attraverso il tatto, la consistenza e manifattura. Gli altri si guardano intorno per bloccare eventuali fotografi (forse è un rituale religioso?).

L’Alcázar di Siviglia (dall’arabo al-qasr, che significa “palazzo”), “Alcázares Reales de Sevilla”, è un palazzo reale. Originariamente era un forte dei mori, ed è stato ampliato svariate volte. Molti dei moderni alcázar sono stati eretti sulle rovine di quelli dei mori per ordine di Pietro I di Castiglia (noto anche come Pietro il Crudele) a partire dal 1364. Pietro utilizzò i lavoratori mori per costruire il proprio palazzo in stile islamico.

Arriviamo all’entrata della cattedrale e ci mettiamo in fila. Il caldo è davvero soffocante e cerchiamo disperatamente un filo d’ombra per ripararci.
Dopo qualche minuto di attesa è il nostro turno. L’entrata è in un cortile piastrellato e alberato, dove un’intelligente escavazione del terreno a rete quadrata è stata creata, come ci viene spiegato, per l’irrigazione dei piccoli alberi. Ingegnosa costruzione per l’innaffiamento “automatico” e veloce…
Entriamo così nella cattedrale.

L’interno della cattedrale

Una volta dentro, sorprende la grandezza e la ricchezza di questo universo di pietra, vetrate e grate. L’imponente Catedral de Santa María de la Sede di Siviglia, dichiarata Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, fu costruita nel posto in cui prima c’era una grande moschea con 17 navate, convertita in cattedrale nel XIII secolo, dopo la riconquista cristiana della città. Nel XV secolo l’edificio venne abbattuto, per volontà del clero di Siviglia, che intese realizzare una cattedrale dalle fattezze interamente cristiane e che superasse in bellezza il duomo di Toledo, simbolo della Chiesa Spagnola. E infatti la maestosa Cattedrale di Siviglia è il terzo monumento religioso più grande del mondo cristiano, dopo la Basilica di San Pietro in Vaticano e la Cattedrale di Saint Paul a Londra.

L’organo della Cattedrale di Siviglia è alto 5 piani


Nella chiesa si trova il sarcofago con i resti di Cristoforo Colombo, che non può non farsi notare, sovrastato com’è da una scultura con quattro imponenti figure allegoriche che rappresentano i regni di Aragona, Castiglia, Navarra e Leòn che reggono il feretro. L’opera è dello scultore sevigliano Arturo Melida.

Nella sacrestia della cattedrale è custodito un dipinto di Goya, Sante Giusta e Rufina, che il pittore eseguì nel 1817 su incarico del Consiglio della Cattedrale. Il dipinto raffigura le due sante martiri della città, che erano state uccise ai tempi di Deocleziano ma che, secondo la mitologia religiosa, avevano mantenuto una speciale attenzione per la città e, nel XVI secolo, erano scese dal cielo per proteggere la Giralda dopo un terremoto.

A fianco dell’abside della grande cattedrale si erge la Giralda (anche detta Banderuola), il monumento più caratteristico di Siviglia. La torre, alta ben 96 metri, deriva da un antico minareto del XII secolo. Nel 1568 venne aggiunta alla sua parte superiore un’enorme statua con stendardo e palma tra le mani che simbolizza la fede e che funge da banderuola (giralda), dando così il nome alla torre, mentre la statua girevole prese il nome di Giraldillo.

Noi non andiamo a visitarla, perché è l’ora di pranzo e Massimo si preoccupa che mi possa sentir male, quindi ci avviamo da soli in cerca delle tapas, piatto locale consigliatoci da Alessia come piatto speciale di Siviglia; ci viene specificato di cercare un locale dove siano messi in evidenza i prosciutti, magari attaccati al soffitto, essendo quello il segno di riconoscimento dei locali più tipici.

Nel salutarci (ognuno è libero di andare dove vuole) Alessia ha un malore e si mette a piangere. Cerchiamo di tranquillizzarla ma lei ci dice che va tutto bene e possiamo andare in cerca di un posto per poter mangiare qualcosa, e ci saluta tranquillizzandoci: “Va tutto bene: andate pure. Sto bene da sola.”
L’appuntamento è per le ore 15 circa alla Torre dell’Oro, che si trova su una sponda del Guadalquivir, per fare una minicrociera sul fiume.
Ci incamminiamo e durante il cammino si aprono alla nostra vista i magnifici patii privati meravigliosamente tenuti; la ricerca del tipico locale continua e lo troviamo quasi subito, allontanandoci dal luogo più frequentato dai turisti, vicino a una piccola piazza quadrata con alberelli completamente rivestiti di passeri cinguettanti, con fontana al centro e suggestive panchine di maiolica sui toni predominanti del bianco e blu.
Intorno alla piccola piazza vi sono ristoranti, locali per un pasto veloce e piccoli negozi di cianfrusaglie per turisti, in uno dei quali ho comprato ventagli e altre sciocchezze.


Anche il locale che abbiamo trovato per pranzare con questo piatto speciale era poco distante da lì. Il locale si presenta come da consiglio, cioè completo di invitanti prosciutti penzolanti d’origine iberica e con arredamento rustico d’epoca di manifattura spagnola in legno scuro e ceramiche raffiguranti l’epoca medievale con poesie d’amore accompagnate da immagini di giovani coppie amoreggianti.

Citazione dal Don Juan Tenorio (variante del Don Giovanni) del drammaturgo e poeta spagnolo ottocentesco José Zorrilla: “Non è vero, angelo di amore, che in questa sponda appartata la luna brilla più pura e si respira meglio?”

Anche se diffuse in tutta la Spagna, le tapas (piccoli assaggi di pietanze diverse molto gustosi) sono una caratteristica propria dell’Andalusia, in particolare della capitale.
La cultura del tapeo a Siviglia ha origini molto antiche; oggi è un rituale che si ripete quotidianamente tra amici che passano da un bar all’altro, senza mai dimenticare di accompagnare le tapas con la birra o la sangria.
Per mangiare ottimamente tapas, ovvero per tapear, ”fare un giro di tapas”, tra le quali non dimenticarsi mai del “jamon serrano”, i quartieri ideali sono Triana e La Macarena.

I periodi migliori per visitare la città sono la primavera e l’autunno, quando il caldo si placa e la folla dei turisti scompare. Perché anche il caldo asfissiante che attanaglia la città, soprattutto a luglio e agosto, non è un banale modo di dire. In questi mesi il termometro può tranquillamente salire fino a 54 gradi e in inverno non occorre riscaldamento.
Ma questo non ferma la voglia di uscire e di vivere dei sivigliani. Se d’inverno si divertono stando chiusi nelle taverne del barrio Santa Cruz, d’estate vivono il loro fiume in tutti i modi possibili, per cercare il fresco e trascorrere il tempo libero. Perché, al di là dei turisti, Siviglia è una città che vive ogni giorno dell’anno, dove la voglia di stare insieme, più che di far festa, è sempre presente. Incontrarsi, mangiare e bere insieme e poi spostarsi in un’altra parte della città, giusto per guardarsi in giro e farsi guardare, fanno parte dello spirito degli spagnoli, in particolare dei sivigliani (in questo somigliano a noi livornesi e il rapporto con il mare e la città).
La vita della città si svolge intorno al Guadalquivir, presenza importante ma quasi nascosta, fiume placido che taglia la città in due e che da sempre ha segnato la vita di Siviglia: grazie al Guadalquivir la città divenne il punto di incontro per i commerci fiorenti nel periodo della scoperta dell’America. Oggi è l’unico porto fluviale della Spagna.

La Torre dell’oro


Nel primo pomeriggio abbiamo appuntamento con Alessia vicino alla Torre dell’Oro, per una mini crociera sul fiume alla scoperta di un altro modo di vedere le meraviglie della città.
Una curiosità ci fa sorridere: – Proprio davanti alla torre si trova un semaforo e noi dobbiamo attraversare la strada importante che corre lungo il fiume, proprio in quel punto. E’ rosso, attendiamo. Scatta il verde e per i pedoni si accende un “omino” che si muove, dapprima lentamente poi man mano sempre più veloce fino al ritorno del rosso.
E’ buffissimo quest’omino verde che cammina tranquillo e poi comincia a correre…
In pratica ti avverte di sbrigarti perché altrimenti non ce la fai ad attraversare.
Il percorso è quasi lo stesso fatto con il pullman, infatti la strada che abbiamo fatto questa mattina è quella che abbiamo appena attraversato. Dall’imbarcazione si riescono a vedere i vari palazzi colorati dei consolati già osservati dalla strada. Scopriamo così la vita vissuta sul fiume, incontrando adolescenti che si tuffano a tuffo libero, divertendosi un sacco, oppure chi nuota, per rinfrescarsi un po’, (sì, perché oggi siamo sui 40°) o chi, in costume, è disteso a prendere il sole come fosse in spiaggia, o chi sta all’ombra degli alberi gustandosi la lettura di un buon libro di lettura o con più attenzione, di studio. Vediamo anche giovani ragazzi e ragazze che fanno sport d’acqua di qualsiasi genere. Qui per la prima volta vedo un equipaggio impegnato nella canoa canadese, che si pratica poggiando un ginocchio sulla canoa — uno sport che, pur essendo di Livorno, non avevo mai visto.

Anche noi approfittiamo di questo momento per riposarci alla fresca bava di vento prodotta dal movimento dell’imbarcazione. Un’ora o poco più di relax ci voleva proprio, anche se le cose sono pressoché le stesse, l’angolazione è diversa e io adoro l’acqua e immrgermi in essa, anche sopra un’imbarcazione di quella stazza.
E proprio mentre ci apprestiamo a sederci su sedie di plastica bianche, libere, non ancorate al suolo (Già!…, mi dico: E’ un fiume…), e distendiamo le gambe mettendo i piedi fuori dalla ringhiera del battello fluviale ci accorgiamo che la scarpa di Massimo ha subito un trauma dall’intenso calore dell’asfalto e fa la boccaccia. Ormai le scarpe son da buttare.
Anche Silvia ha avuto una simile avventura. Lei in maniera peggiore però, il suo sandalo infradito si è staccato dalla suola e lei ha improvvisato legando il tutto con un fazzoletto. Voleva buttarli via ma non ne aveva altri, solo un paio di stivali estivi, così, Massimo sul pullman gliel’ha cucito (la suola è dura!!!) ed ha potuto proseguire il viaggio senza altri incidenti.
La crociera tanto attesa per rinfrescarci un po’ alla leggera brezza di questo caldo giorno è breve, e presto, stanchi e accaldati facciamo ritorno al nostro “brutto” albergo a Córdoba.
Dopo cena, vista la sera precedente, io e Massimo ci mettiamo d’accordo con Alessia, Silvia, Francesca, Franco, Lia, Angela, sua sorella ed altri per andare a fare un giro nella Cordoba notturna che profuma di storia. Alessia si offre di farci da guida. Il suo stress sembra scomparso.
Ci troviamo fuori dell’albergo con la stanchezza nelle gambe ma con ancora la voglia di vedere, di respirare l’aria calda di una sera cordobese, di lasciarci andare ai sogni che questa terra evoca.
C’è un venticello che ristora, che muove i capelli e anche la gonna di Silvia (vestita con un abitino nero che è aderente alla vita ed ha una gonna svolazzante sopra il ginocchio e stivali) costringendola a tenere chiuso nel pugno della mano destra gran parte del bordo per non diventare una nuova Marilyn Monroe nel film “Quando la moglie è in vacanza” di B. Wilder 1955 dove la sensualità si cristallizza in quell’attimo definito da un evento inaspettato che origina una scoperta gioiosa nello spettatore.
Nel primo tratto di strada, che porta al centro storico, percorso alla poca luce diffusa dai lampioni, ma quanto basta per osservare chi ti sta vicino, il camminare di Silvia è un poco scoordinato, obbligata com’è dalla posizione del braccio e della mano, ma parliamo e ci divertiamo raccontandoci delle cose e ridendo di questa situazione, ad un tratto vengono verso di noi alcune persone, tra le quali una coppia di anziani a braccetto e il marito incrociandoci, guardando Silvia, le fa quasi un inchino con la testa ed un sorriso compiaciuto come a dire:- Che bello spettacolo!… Proprio come fosse uno spettatore della bella Marilyn.
Rimaniamo tutti sorpresi e ridendo e commentando l’accaduto procediamo per il nostro cammino, che si preannuncia non molto corto e neanche solitario.
Allora, mi viene in mente che potrei darle la mia grande sciarpa colorata di seta, così mentre camminiamo me la tolgo dal collo e chiamo Silvia e le dico di fermarsi, poi le dico che potrebbe mettersi la stola un po’ abbassata sui fianchi in modo da non far svolazzare la sua gonna, quindi l’aiuto a indossarla, fatto ciò, tra risa e disaccordo degli autisti che erano venuti con noi, continuiamo la visita in notturna.
Ad un certo punto, Angela vuole telefonare, ma ha il telefono scarico e così le viene in mente di caricarlo da uno sportello bancario automatico. Lo troviamo e Angela si ferma per provare a fare la ricarica telefonica, ma non funziona. Intanto gli altri proseguono il cammino e spariscono dietro una curva in pieno centro storico. Io rimango con loro per non lasciarle sole.
Il tempo passa, io non ho telefono e mi sento un po’ in allarme per aver perso il gruppo; loro invece sono tranquille per questo, ma agitate perché non riescono a fare la ricarica telefonica.
Dopo circa 10 minuti vedo Massimo in lontananza che, accortosi della mia assenza viene a cercarmi e mi trova, o per meglio dire ci trova davanti allo sportello Bancomat con le gemelle in fibrillazione. L’una perché non riesce a fare la ricarica ed è presa da una forte crisi d’ansia, l’altra che cerca di farle capire che non è così urgente e si arrabbia per la sua ansia. In pratica, sono entrambe innervosite dalla mancata operazione positiva della carta, ma senza nessuna preoccupazione per la scomparsa del gruppo. Le suggerisco di chiamare o inviare un sms a una persona affidabile in Italia e farsi ricaricare il telefono da uno dei vari negozi o punti abilitati per ricariche telefoniche.
Intanto Massimo ci raggiunge brontolando (anche lui) per la nostra “fermata”, e così ci perdiamo tutti e quattro. Suggerisco di chiamare Alessia… Una delle gemelle fa la telefonata e ci mettiamo in cammino verso un incrocio che ci ha indicato Alessia. Arriviamo all’incrocio ma non si vede nessuno. Siamo nel centro di una città sconosciuta, all’estero e non parliamo spagnolo, né tantomeno inglese. Ritelefoniamo alla guida e finalmente, con le sue indicazioni, di lì a pochi minuti ci ritroviamo tutti insieme e tutti insieme arriviamo fino al vecchio ponte Guapa. Lo attraversiamo e, dall’altro lato del fiume, ammiriamo la Mezquita illuminata, il più bel monumento dell’Europa musulmana, nello splendido scenario di una notte limpida e stellata; davanti a noi Alessia, sorridente, si volta e guardandoci, con questo spettacolo alle nostre spalle dice: “Ecco, volevo arrivare qui per vedere questo paesaggio meraviglioso nelle luci della notte…”

Veduta notturna della Mezquita di Córdoba dal ponte romano. In primo piano la statua dedicata all’arcangelo Raffaele, patrono della città.

Dopo aver ammirato tale suggestiva bellezza, ci avviamo per il ritorno all’albergo.

Il ponte romano sul Guadalquivir

Sul fiume Guadalquivir si trova l’unico ponte di Cordoba lasciato dai Romani alla città, a testimonianza della vivida presenza di questo straordinario popolo. Il ponte, lungo ben 240 metri, poggia su 16 arcate e venne costruito dall’imperatore Augusto come parte della Via Augusta.
Ancora oggi rappresenta, dopo le sue restaurazioni, una delle principali vie di transito e l’unica strada di accesso alla città. Il ponte è stato più volte danneggiato in una serie di violente battaglie e per questo è riuscito a conservare ben poco della sua forma originaria. Al centro si trova la statua dell’arcangelo Raffaele, patrono di Cordoba.

CURIOSITÀ
A rivelare l’arcangelo Raffaele all’umanità è stato il libro di Tobia dell’Antico Testamento, che la Chiesa Cattolica ritiene ispirato da Dio e quindi contenente “tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva fossero scritte”, e che molti comunque considerano un gioiello letterario. Si presenta come una narrazione storica, suddivisa in quattordici capitoli, ambientata nell’epoca assira (secoli VIII-VII a.C.). Ma imprecisioni storiche e immaginazioni lo rivelano come un breve romanzo composto, oltre che da narrazioni, anche da dialoghi, massime, esortazioni, preghiere. Di autore anonimo, fu scritto probabilmente in aramaico tra il V ed il III secolo a. C., e ci è stato tramandato in una versione greca.

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