Andalusia, terzo giorno: Granada e Málaga

Continuiamo il nostro viaggio in Andalusia. Eravamo arrivati a Granada,
e a Granada c’è…

L’alhambra

Etimologicamente, Alhambra in Arabo è al-Hamr?’ (la Rossa), dal momento che il suo nome intero era Qal ‘at al-hamr?’ (Fortezza rossa). Non è stato possibile stabilire il perché del rosso.
Le ipotesi inerenti al colore rosso sono, oltre a quella della terra rossa, anche le seguenti:

1. – Il colore rosato delle mura che circondavano la Alhambra.
2. – Nel 1238 fece il suo ingresso a Granada Muhammad ibn Nasr (noto anche come Nazar), chiamato al-Hamar, “Il Rosso”, perché aveva la barba di colore rossiccio.

Essere dentro la Ahlambra, fatta con una particolare decorazione tipica della architettura islamica con una forma simile alle stalattiti e i muri interni lavorati in gesso, che ricordano i merletti della nonna, con incisioni delle iscrizioni religiose e stemmi della dinastia Nasridi, è per tutti i visitatori un’esperienza indimenticabile. Immediatamente ti senti trasportato in un libro di favole e obbligatoriamente ti trovi a sognare ricchi e colorati tessuti, tendaggi mossi dalla leggera brezza della sera, veli, ori e argenti.
Sembra di vedere il Califfo tra le sue donne coperte e scoperte da veli, ricevere il popolo o persone importanti nella stupenda sala del ricevimento, destinata alle udienze e all’amministrazione della giustizia nei casi importanti e vedere la servitù offrire da bere bevande tradizionali in recipienti d’oro.
È naturale immaginare di passeggiare nei giardini fioriti multicolore, all’ombra delle alte sequoie per proteggersi dal sole accecante e caldissimo.
L’architettura dell’Ahlambra è la povertà rappresentata all’esterno ma immensa ricchezza e bellezza all’interno, fatta di archi, stucchi, affreschi, significanti scritte in lingua araba prese dal Corano.
Mentre sei lì, che guardi, rifletti…, sembra di udire la sensuale musica araba e pensi a come avresti potuto vivere quella realtà.
Pranzo in un albergo vicino, con musica dal vivo di un gruppo di spagnoli vestiti in costume andaluso che volevano vendere i loro CD.

Ottima la paella, il resto non ha alcun rilievo.
Rientro, post-pranzo all’albergo di Torremolinos Real Plaza.
Chi vuole andare a fare un bagno in spiaggia, chi vuole visitare la città la può raggiungere con un trenino, la cui stazione si trova a poche centinaia di metri, chi vuole fare un bagno in piscina…
Relax, perché la sera ci aspetta, dopo cena, a Málaga.La libertà offerta è stata molto apprezzata e utile. Noi, dopo una bella doccia fresca, siamo rimasti sul terrazzo della nostra camera a godere del panorama che ci offriva la sua posizione.
Le “bimbe” (Silvia e Francesca), Franco e sua moglie hanno preso posto sui lettini a bordo piscina, poi le bimbe (che bellezza!) si sono tuffate nella fresca acqua azzurra.
Prima di cena, siamo scesi e ho scattato qualche foto nel giardino dell’albergo, tra cui a due uova di un qualche uccello cadute nell’erba e ai pappagalli verdi e gialli, che scorazzavano cantando sugli alberi dei terreni vicini.
Cena.
Uscita dopo cena, destinazione: Málaga.

Málaga

Tutti di nuovo in pullman, la terra natia di Picasso ci aspetta.
Málaga deve le sue origini al fatto di essere stata una delle colonie fondate dai fenici di Tiro intorno al VII secolo a.C. lungo il Mediterraneo occidentale, probabilmente per le buone condizioni di approdo ai piedi del monte Gibralfaro. In tale epoca la città era nota come Malaka, toponimo derivato probabilmente dalla parola fenicia “sale”, perché l’industria della salatura ai fini di conservazione delle vivande era l’attività all’epoca più importante. Málaga è conosciuta per aver dato i natali a Antonio Banderas, ma principalmente a Pablo Ruiz Picasso, la cui casa natale è visitabile in Plaza de la Merced.

Incredibile somiglianza
Antonio Banderas (oggi)   Autoritratto di Picasso (1896)

Il Museo Picasso Málaga, recentemente aperto, è uno dei maggiori al mondo dedicati all’artista e rappresenta il fiore all’occhiello dell’offerta museale della città, che ha sottoposto la propria candidatura come capitale europea della cultura nel 2016.

C’è ancora luce intorno alle 22 quando arriviamo a Malaga. Scendiamo dal pullman al lato destro della Cattedrale (guardando l’entrata principale) e proprio da lì davanti, cominciamo la nostra passeggiata notturna.

Siamo in contemplazione della Cattedrale, davanti al cancello chiuso e mi accorgo allora di un veicolo strano. Guardo bene, leggo cosa c’è scritto sopra e capisco cos’è. È un Taxi ecologico. In pratica è una carrozzella a due posti che invece di essere tirata dai cavalli governati da un cocchiere, è su tre ruote di bicicletta, con una cabina chiusa e guidata da un aitante guidatore su pedali.
Potrebbe essere un’idea per alcune città italiane, no?

E anche i cassonetti dell’immondizia, che sono sparsi per la città, sono particolari. Infatti, i cassonetti per la raccolta differenziata di fatto non sono altro che i coperchi di contenitori sotterranei (come il sotterraneo della città sia fatto per poter ricevere e smaltire l’immondizia non mi è dato sapere, però l’idea mi sembra interessante).

Cattedrale dell’Incarnazione

L’imponente Cattedrale di Málaga è il principale edificio religioso della città. Fu edificata dove un tempo sorgeva la più importante moschea di Málaga. I lavori di costruzione iniziarono nel 1528 e si protrassero, tra alterne vicende, per circa tre secoli; questa lunga gestazione rende ragione dello stile eclettico dell’edificio. La cattedrale non venne mai completata mancando una delle torri campanarie che dovevano abbellire la facciata; per questo motivo la chiesa è stata ribattezzata affettuosamenteLa Manquita (la piccola monca).

Si comincia così il giro della parte storico-turistica del centro città, che intanto si accende delle luci della notte e della strada. Sì, della strada, perché in un certo punto pedonale si notano a terra, minuscole luci che sembrano stelle nel cielo che danno un effetto molto carino a quel piccolo sito centrale.
Il giro prosegue tra le strette vie (Alessia con la cartina della città in mano è in cima al gruppo, cerca di dare più informazioni possibili e guarda, osserva con curiosità perché neanche lei era mai stata lì). Eccoci passare vicino al Museo di Picasso da poco inaugurato, una moschea divenuta chiesa cattolica e arrivare, finalmente, alla piazza dove si affacciano i balconi della casa natia di … (indovina un po’…) Picasso. Sì. Sempre lui. La città forse prenderà il nome di Malaga-Picasso, (dico io) poiché l’aria che si respira, oltre quella spagnola, è quella del successo che quest’uomo ha avuto e che ha lasciato in eredità alla sua terra.
Non noto molto interesse nelle persone nel fatto di guardare i due terrazzi con le luci accese, e riflettere sul tempo che l’artista vi ha trascorso e lavorato. Siamo tutti sparpagliati, illuminati da pochissima luce, uno sguardo fuggitivo al “ricordo” e qualche altro alla statua nel centro alla piazza e agli abitanti che l’attraversano per andare nei punti di ritrovo notturno, che parliamo di altre cose.
È ora di tornare indietro e osservare con più calma ciò che abbiamo visto passando poco prima.
Alessia si ferma a parlare con un ragazzo del posto e appena questi si gira, con un volantino in mano e un sorriso grandissimo stampato sul viso, insieme a due occhi verdi che invitano a dire di sì, ci propone di andare in un locale che si chiama “Opium” (il nome, un programma) a bere un “chupito” gratis e poter vedere e ascoltare uno spettacolo con la danza del ventre.
L’adesione viene data con riluttanza, ma ci fidiamo di Alessia.
All’esterno dell’edificio finestroni ad arco con vetri colorati, a ricordo dell’architettura araba.

Arriviamo al locale, che si trova in una zona pedonale della città e al cui ingresso per strada ci aspettano due ragazzi.
Massimo (mio marito) si guarda intorno e entra di malavoglia e con evidente disappunto.
Il locale si presenta molto buio, con luci colorate e soffuse, come nelle foto. Noi non siamo abituati a questo genere di locali e un poco di disagio c’è… Comunque, appare rassicurante il fatto che tra queste luci, queste colonne, queste false mura “arabe” vi sono due maxi schermi TV, che, insieme alla musica a forte volume, rimandano immagini dei Mondiali di calcio che si tengono in Sudafrica.
Alcuni si avvicinano subito al banco bar e chiedono il famoso “chupito” gratis (il chupito consiste in un bicchierino di superalcolico bevuto tutto d’un fiato; “di schioppo”, “alla goccia”, “alla calata” o “one shot” che dir si voglia, il termine indica un “bicchierino” di superalcolico. La parola, spagnola, corrisponde in sostanza all’inglese shot o agli italiani bombetta o cicchetto).
Mi metto seduta su uno dei divanetti vicini alla porta d’ingresso e Alessandra, che si trova vicino al banco bar, insieme a tanti altri, si volta e vede che sul mio tavolino non ci sono bicchierini e mi domanda se ho bevuto… No! Le rispondo. Poi, ci ripenso e dico a Massimo che forse, magari, un assaggino…
Gradevole!… Non lo bevo tutto insieme come si dovrebbe fare (anche perché, che va bevuto tutto d’un fiato l’ho saputo solo dopo) ma a piccolissimi sorsi, mentre le “bimbe” e qualcun altro ne vorrebbero bere altri. Ne chiedono il costo e visto che per un piccolissimo bicchierino chiedono 3 euro…, ci rinunciano. È tardi. Il pullman attende. Ci avviamo all’uscita dal locale senza spendere un euro, io sto ancora bevendo e mi ritrovo fuori per strada con il bicchiere ancora in mano.
Be’, me lo porto dietro… Piccolissimo ricordo di “Opium”… e di Malaga, dato che i negozi erano irrimediabilmente chiusi.
Nel fare la strada di ritorno i commenti si sprecano e, dopo tutti i discorsi fatti e sentiti, alzo il mio piccolo “ricordo” per farlo vedere a chi si trova con me e un’esclamazione a voce alta di complice approvazione accompagnato da floride e fresche risa ci accompagna al punto di ritrovo.
Ritorno in albergo per la notte.


Galleria fotografica
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