Come cacciucco

Il rivisto. No nel senso di essere visto e rivisto ma proprio nel senso di rivista al maschile perché blog…
I miei scritti su questo blog sono un vero cacciucco livornese, e come il famoso piatto fatto di tanti tipi di pesce, contiene nella sua pentola notizie, chiacchiere, polemiche, personaggi e tanto altro proveniente dalla stampa, dal web e da altrove, a ricordare di prepotenza il tipico cacciucco d.o.c., che contiene fauna di mare con e senza lische, quali molluschi, crostacei, cefaloidi (squaloidi), pesce azzurro Continua a leggere

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Filastrocca

Tre pescatori di Livorno
disputarono un anno e un giorno
per stabilire e sentenziare
quanti pesci ci sono nel mare.
Disse il primo: “Ce n’è più di sette,
senza contare le acciughette”.
Disse il secondo: “Ce ne sono più di mille,
senza contare scampi ed anguille”
Il terzo disse: “Ce ne sono più di un milione”.
E tutti e tre avevano ragione”.

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Liberazione

Gangillo e Favollo s’incontrano al mercato delle verdura in Piazza Cavallotti.

Gangillo: O vieni… ’sa ci fai vì?
Favollo: Io? Te, ’sa ci fai…
G: Ho accompagnato la mi’ moglie dar dottore e siccome c’è un branco di gente prima di lei, l’ho lasciata lì e sono venuto a prénde un po’ di frutta e un po’ d’erba…
F: D’erba?… Ma siei doventato scemo? Ma che problemi ciai? Anzi, no… Ciai un problema!… Boia dé! Ti siei messo a fumà l’erba, ti fai le ’anne?… Eh! Già… Bella idea vella di vènde le ’anne ar mercato delle verdure… ’nfili la ’anna fra gli zucchini e du’ mele… e chi se n’accorge… Stai attento però a riordàtténe perché se la trova la tu’ moglie, la lessa ’nsieme agli zucchini.
G: Ma siei di fori? Ho detto e sono venuto a comprà un po’ d’erba, intendendo di’ le verdure. Un sono erba le verdure? Ir mi babbo le ’iamava ’osì. Erba.
F: Ahhhh! m’hai fatto prènde naccidente… O che s’è messo a fumà le ’anne ’n vecchiaia? Un l’ha fatto nell’anni ’70, ’uando ci s’addormentava nsu divani der Piper dopo avé bevuto quarche troiaio ar barre… colla musica a palla e luci che s’accendevano e si spengevano ’e ti facevano vede’ tutto a scatti, e allora per un guardà a pezzetti quarche bimba brutta colla minigonna, chiudevi l’occhi, e poi briao mézzo t’addormentavi senza sentì più nulla. A mezzanotte ti sentivi picchià nsulla spalla: bimbooo, è l’ora… e si ’iude… Vai, vai… Che bei tempi!… Eh Gangillo? Te l’arriordi? Dè, sur divano c’eri anco te… con quei baffoni… . E’ come ora…, sì, come ora…, che ‘nfino alle 7 della mattina un rientrano…
G: Favollo, l’hai visto ’r manifesto pe’ celebrà la Liberazione cor messaggio der Sinda’o?
F: Liberazione? Da che?
G: La liberazione da tutto. Finalmente liberi… Libertà, liberati, libera tutti…
F: Ma cos’è, ir gio’o der rimpiattino?
G: Eh!… Sì, potrebbe èsse considerato così… come irrimpiattino che uno s’appoggia ar muro con la testa sur braccio e conta fino a 10 non guardando e l’artri si rimpiattano tutti. Quando ha finito di ’ontà, apre l’occhi e cerca di ’apì ndove sono l’artri e piano piano li va a cercà. Quando ne vede uno, insieme fanno la rincorsa a chi arriva primo alla bomba (ir muro dove s’era appoggiato il giocatore); e se quello scoperto arriva primo, tocca ‘r muro, si libera e libera tutti dicendo: Cinque-tu-per-me-libero-tutti. E ir gio’o ri’omincia. Ecco, la liberazione potrebbe ésse stata come irrimpiattino.
F: Cioè?
G: Cioè, che la Germania era girata e appoggiata sicura ar muro (ni pareva), ha contato fino a un certo numero e poi s’è rigirata e ha ncominciato a cercà. Cià scovati uno a uno e ogni vòrta arrivava a “bomba” per prima. Una bomba qua, una bomba là e cià beccati tutti, fino a che è arrivata l’Ameri’a che ha corso più veloce e è arrivata a bomba per prima e ha detto: Cinque-tu-per-me-libero-tutti…
F: Boia dè! Chi l’avrebbe detto! La Se’onda guerra mondiale era ir gio’o der rimpiattino… Allora è questa vì la liberazione… Ma cos’ha scritto ‘r sinda’o sur manifesto?
G: Mah…, un sacco di parole che di si’uro i ragazzi un cianno ’apito nulla. Aspetta… me lo sono scritto per domandà ar mi figliolo se ha capito ’sa detto o cosa voleva dì… Sta’ a sentì:

«Il 25 aprile è la memoria dell’impegno di quanti decisero di assumere su di sé la responsabilità dei mali degli italiani che avevano abdicato ad una minoranza facinorosa, autoritaria, che condusse il Paese alla dittatura e alla guerra. Oggi quell’impegno ci viene richiesto in nome del “bene pubblico”, al quale tutti dobbiamo mirare come garanzia del bene di ognuno. A ciò dobbiamo appassionarci. Allora accadde la tragedia perché in troppi fecero finta di non vedere!»

O, l’ha scritto Alessandro Cosimi. Ma l’avrà scritto lui? Se’ondo te l’ha scritto lui o la su segretaria? Forse…
F: Perché?
G: Troppo difficile…
F: Ma dai… Alessandro è in gamba. Che dici?
G: Sì, vabbè… Ma lo poteva dì in un arto modo, armeno i ragazzi lo potevano ’apì meglio, no? Magari ci facevano anco quarche pensierino sulla Liberazione…
F: La Liberazione… O, lo sai ’sa c’è in programma ir 24 aprile ar Goldoni per l’occasione?
G: No! Canti popolari della resistenza? Uno spettacolo culturale sulla Resistenza?
F: Seeee… C’è lo spettacolo “Pinocchio Bum Bum”, liberamente ispirato alla fiaba Pinocchio di Carlo Collodi.
G: No! Daiii…
F: Sì! E sai ’sa c’è a Sant’Olcese? La Sagra di fave e salame…
sagra-fave-e-salame-25aprile
G: E dov’è Sant’Olcese?
F: ’Sa ne so!… L’ho letto su internette… Ma dimmi te! Poi si fanno tanti discorsi… La liberazione dal nazifascismo… iniziative e onori ai caduti e poi… le sagre di fave e pinocchio, per dinne ’uarcuna… BOH! I nazifascisti erano fave e salami?… Mah! Ci siamo levati di torno i tedeschi e i fascisti a quer tempo lì e Grillo rivòle la discesa dei vikinghi. Ieri sai ’sa detto Beppe Grillo?
G: NO! ’sa detto?
F: Ha detto: “Dunque, mi piacerebbe un’invasione tedesca d’Italia” La liberazione degli italiani dagli italiani… O, a quello lì e ni garbano i tedeschi. Ni garberà la Merkel, ’sa ti devo dì… Che gusti però, boia dè…
G: NOOOO!… Ma mi domando e di’o, ma perché un se ne và ’n Germania? Uni starebbe meglio? Tanto ’r comi’o lo pole ’ontinuà a fa’, inciucia con la Merkel e si gode ’r governo tedesco, no?…
F: Ma quanto ’iacchera… Ma chi ni sembra ésse a Grillo dè?
G: Ni sembra d’ésse Budiulicche…
F: Chi, ir difensore dell’allezziti?
G: Eh sì! Te l’arriordi?
F: È vero! Ecco Budiulicche , che arriva di qua e di là e fa pulizia come ir Gallo … Be’, Grillo… Gallo… nsomma se la danno. Pulisce tutto perché ir mondo politi’o è tutto sporco. Pulire, pulire… e Budiulicche s’è messo all’opera…
G: Favolloooo… Ho capito perché ar Goldoni danno Pinocchio…
F: Perché?
G: Eh sì… Ecco ’sa c’entra Pinocchio… C’era ’r grillo che uni stava mai zitto… Ora mi torna…
F: E le fave e i salami?
G: Sono tutti gli italiani, artro ’he i tedeschi der ’45, e sono gli italiani der 2013…
F: Boia dè… Ha’ ragione…

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Favollo dopo carnevale con Gangillo

F. – Ciao Gangillo!
G. – O… Ciao! …
F. – Ha’ visto ’e carnevale quest’anno? L’hai mangiati i cenci?
G. – Dé… m’è rimasto artr’e quelli da mangià. Meno male e quando si stava peggio, (ma si stava dimorto meglio) n’ho comprati un po’ pe ri’ambiammi. E un mi ’orregge’, lo voglio di’, un c’ho na lira pe fa’ piange ’n ce’o… Anco se ora un ci so le lire… è ’guale…
F. – Boia dé! ’ome siei ridotto male…
G. – Vorrei vede’ te… In pensione, senza poté andà a fa’ n’artra ’osa, perché un si sa mai… a sopporta’, frall’artro, la mi’ moglie ’e ’un lavora ma mangia ’uanto tre contandini a cena. I mi’ figlioli ’e lavorano un mese e poi stanno armeno un anno e mezzo senza trova’ da fa’ quarcosa, ma nello stesso tempo, po’eracci, ni vòi da’ quarcosa pe andà, magari a svagassi un po’, ir sabato sera? E siccome sono a casa, o cosa devan fa’? Ciondolano, ciondolano… Le facce lunghe ’ome le maschere afri’ane, rinchiusi nella su’ ’amera, ’ome fosse ’na cella d’un convento, a spippola’.
F. – O cosa spippolano? Cosa vor di’?
G. – Che tengano in mano un aggeggio e spippolano con le mani, anzi i più bravi lo fanno cor una.
F. – Un mi dirai mi’a che… Continua a leggere

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Curiosità sul presepe

Il presepe tra storia e curiosità

Il presepio è quella rappresentazione della nascita di Gesù  che si fa nelle chiese e nelle case durante le feste natalizie e che riproduce scenicamente la Natività e l’Adorazione dei Magi. La diffusione del presepio è dovuta ai Francescani, ai Domenicani ed in seguito ai Gesuiti, da un’idea di San Francesco dalla quale ebbe origine il famoso presepio di Greccio.

presepe

 In base a quanto riferisce l’evangelista Luca, Gesù nacque in una stalla, o comunque in un luogo destinato al ricovero degli animali. E infatti la parola “Presepio” deriva etimologicamente dal verbo latino praesepire per cui assume il significato odierno di mangiatoia, greppia.
Il termine pare comparso per la prima volta a proposito della basilica Mariana dell’Esquilino, Santa Maria Maggiore, chiamata sin dal VII secolo “Sancta Maria ad praesepe”, in quanto in tale epoca, secondo la tradizione, vi furono traslate le reliquie della Sacra Culla.

Dalla voce del basso latino “cripia” invece, traducibile egualmente come mangiatoia, derivano i termini “crechè”, “crib”, “krippe”, “krubba”, che indicano il Presepio rispettivamente nelle lingue francese, inglese, tedesco e svedese. Allo stesso modo, in Polonia si parla di “szopka” e in Russia di “wertep”, termini aventi sempre il significato di greppia.

L’Enciclopedia dello Spettacolo definisce il Presepio come la rappresentazione plastica, tridimensionale della nascita di Gesù, realizzata con figure mobili spostabili secondo il senso artistico del costruttore. Insomma il presepio è come un teatro in quanto, analogamente a quest’ultimo, è teso a rendere attuale e reale un avvenimento remoto nel tempo e nello spazio.

Dal 1289, anno in cui Arnolfo di Cambio scolpì le sue statue per la basilica di Santa Maria Maggiore, quella che è considerata la prima rappresentazione del Presepio, bisognerà attendere quasi tre secoli per aver notizie certe, fondate su documenti probanti, circa l’esistenza di Presepi a Roma, e precisamente il 1581, quando il francescano spagnolo Juan Francisco Nuno, che aveva avuto l’incarico di condurre una ricerca sui conventi romani, riferisce come il Presepio venisse regolarmente allestito nei monasteri e nelle chiese e, come soprattutto quello dell’Aracœli, richiamasse una gran folla di fedeli, con la statua del Santo Bambino intagliata, secondo la tradizione, da un anonimo frate francescano in un tronco di ulivo del Getsemani.

Da allora, come avvenne a Napoli, a Genova e in Sicilia, il Presepio dalle chiese si diffuse alle case patrizie, con costruzioni artificiose e spettacolari il cui fine, in obbedienza ai canoni estetici barocchi, era quello di meravigliare, più che di edificare, e alla cui realizzazione parteciparono artisti eminenti (Bernini ne allestì uno per il principe Barberini).
Al ’700 appartengono il Presepio delle Clarisse di San Lorenzo, costituito da cinque grandi statue, quelli di Santa Maria in Trastevere e delle Benedettine del Monastero di Santa Cecilia.

Più ricca è la documentazione pervenutaci sull’Ottocento, quando l’uso di allestire il Presepio si allarga a tutti i ceti sociali, con la produzione di statuine in terracotta a basso costo, modellate da scultori mediocri, e ricavate con stampi dai “bucalettari” di Trastevere. È una curiosità che lo stesso Bartolomeo Pinelli, “er pittor de Trastevere”, da ragazzo lavorò nella bottega del padre, figurinaio, plasmando in terracotta pupazzi da presepio.
Alcuni presepi vengono innalzati su portici di basiliche, su terrazze e loggette, con una scenografia naturale e il cielo come sfondo. Fra questi, il Presepio più visitato era quello che l’industriale Forti allestiva ogni anno in Trastevere, con figure realizzate con una tecnica particolare: il tronco di legno, testa ed arti di cartapesta, abiti di tela indurita con la colla e poi colorata.

Come si vede, il Presepio romano è, nell’insieme, meno sfarzoso e più severo rispetto al modello partenopeo: la Sacra Famiglia ritorna al centro della composizione, le figure sono meno sontuose, la scenografia più sobria e contenuta. Peraltro, molto curato è il fondale, che riproduce di solito il paesaggio della campagna romana.

A Napoli, verso la metà del Cinquecento, con l’abbandono del simbolismo medioevale, nasce il Presepio moderno. La tradizione ne attribuisce il merito a San Gaetano da Thiene che, esaltato dal mistero della Natività, allestì nel 1534, nell’oratorio di Santa Maria della Stalletta, presso l’Ospedale degli Incurabili, un grande Presepio con figure lignee fisse, abbigliate secondo la foggia del tempo. Su questa scia, nel corso del Cinquecento numerosi furono i Presepi costruiti a Napoli in chiese e monasteri, ma bisognerà attendere il secolo successivo per l’affermarsi del Presepio mobile a figure articolabili, il cui primo esempio fu quello allestito dai padri Scolopi nel Natale del 1627.

Da ricordare anche il Presepio della chiesa di Santa Maria in Portico, commissionato dalla duchessa Orsini, e l’allestimento realizzato dalla bottega del Ceraso per la chiesa di San Gregorio Armeno. Ma il secolo d’oro dell’arte presepiale a Napoli sarà il ’700: con Carlo III di Borbone infatti, la città, ridivenuta capitale di un regno autonomo dopo essere stata, per oltre due secoli, una provincia spagnola, va ad annoverarsi tra le più brillanti capitali europee, conoscendo, grazie soprattutto al mecenatismo del suo sovrano, una meravigliosa fioritura culturale ed artistica, della quale il presepio costituirà una delle espressioni più splendide.
Infine, dal momento che la cartapesta, fin dalle sue origini, rappresenta un’arte tipicamente leccese, molto diffusa perché i motivi e la lavorazione erano e rimangono essenzialmente popolari e soprattutto di basso costo, parliamo del Presepio leccese. La cartapesta è composta da carta ricavata da stracci o da carta di giornale, perché non contenga cellulosa, pestata fino ad essere ridotta in poltiglia, mescolata con colla di farina, e quindi bollita con acqua avvelenata, per impedire la tarlatura: il composto così ottenuto viene poi disposto a strati, il cui spessore varia a seconda delle dimensioni della figura.

Le prime opere in cartapesta vengono datate intorno al sedicesimo secolo, ma solo nell’Ottocento si hanno dati certi che indicano il caposcuola nel “Maestro Pietro dei Cristi”, soprannome attribuitogli perché era solito modellare immagini sacre.

Alla fine del secolo erano essenzialmente i barbieri, a corto di clienti, che lavoravano la cartapesta, per incrementare i loro scarsi guadagni, per cui ogni “salone” diventava anche laboratorio di “figurinaio”. Le statuine così realizzate venivano poi vendute alla Fiera dei Pupi e dei Pastori, che ancora oggi si svolge a Lecce nel giorno di Santa Lucia.

Per concludere una curiosità. Esiste in Italia sull’autostrada Milano-Venezia il Museo del Presepio, nato dalla volontà di don Giacomo Piazzoli, un prete straordinario, seriamente impegnato nel sociale, che ancora oggi a otto anni dalla scomparsa è ricordato con affetto da tutti i suoi parrocchiani e soprattutto dagli “Amici del Presepio”, un’associazione di volontari dotati di grande cultura storico-artistica e religiosa che hanno continuato a svolgere il lavoro iniziato dal fondatore portando questo museo ai massimi livelli internazionali.

Il museo, sorto nel 1974, raccoglie 800 presepi provenienti da tutto il mondo, è dotato di archivio, di biblioteca, di fototeca e di nastroteca che documentano la storia, le tradizioni, i costumi, la musica, il folklore, le immagini sacre, i francobolli e le cartoline riguardanti il Natale ed il Presepio.

Testo di Vittorio Polito tratto dal “Giornale di Puglia” http://www.giornaledipuglia.com/2012/12/il-presepe-tra-storia-e-curiosita.html

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Tu non mi basti mai

Lucio Dalla
Tu non mi basti mai
(dall’album “Canzoni” del 1996)

Vorrei essere il vestito che porterai
il rossetto che userai
vorrei sognarti come non ti ho sognato mai
ti incontro per strada e divento triste
perchi poi penso che te ne andrai.
Vorrei essere l’acqua della doccia che fai
le lenzuola del letto dove dormirai
l’hamburger di sabato sera che mangerai… che mangerai
vorrei essere il motore della tua macchina
così di colpo mi accenderai.
Tu tu non mi basti mai
davvero non mi basti mai
tu tu dolce terra mia
dove non sono stato mai.
Debbo parlarti come non faccio mai
voglio sognarti come non ti sogno mai
essere l’anello che porterai
la spiaggia dove camminerai
lo specchio che ti guarda se lo guarderai… lo guarderai
vorrei essere l’uccello che accarezzerai
e dalle tue mani non volerei mai.
Vorrei esser la tomba quando morirai
e dove abiterai
il cielo sotto il quale dormirai
così non ci lasceremo mai
neanche se muoio e lo sai.
Tu tu non mi basti mai
davvero non mi basti mai
io io io ci provo sai
non mi dimenticare mai

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2 novembre

Ieri, un giorno non lontano, un giardino stracolmo di fiori, e colori colori colori
un pensiero per tutti, poveri o ricchi, giovani o vecchi, belli o brutti
fiori colorati anch’essi un giorno sono stati, frutti maturi dall’albero sono caduti
madre terra li ha accolti e ancora, nella mente e nel cuore, sono vivi e mai sono morti
Ziga

’A Livella
di Antonio De Curtis

Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza
per i defunti andare al cimitero.
Ognuno ll’adda fa’ chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn’anno, puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch’io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo ’e zi’ Vicenza.

St’anno m’é capitato ’navventura…
dopo di aver compiuto il triste omaggio.
Madonna! si ce penzo, e che paura!,
ma po’ facette un’anema e curaggio.

’O fatto è chisto, statemi a sentire:
s’avvicinava ll’ora d’a chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

“Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l’11 maggio del ’31”

’O stemma cu ’a curona ’ncoppa a tutto…
…sotto ’na croce fatta ’e lampadine;
tre mazze ’e rose cu ’na lista ’e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata ’a tomba ’e stu signore
nce stava ’n ’ata tomba piccerella,
abbandunata,senza manco un fiore;
pe’ segno,sulamente ’na crucella.

E ncoppa ’a croce appena se liggeva:
“Esposito Gennaro – netturbino”:
guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! ’ncapo a me penzavo…
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s’aspettava
ca pur all’atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s’era ggià fatta quase mezanotte,
e i’ rimanette ’nchiuso priggiuniero,
muorto ’e paura… nnanze ’e cannelotte.

Tutto a ’nu tratto, che veco ’a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ’a parte mia…
Penzaje:stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato… dormo, o è fantasia?

Ate che fantasia; era ’o Marchese:
c’o’ tubbo, ’a caramella e c’o’ pastrano;
chill’ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu ’nascopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro…
’omuorto puveriello…’ o scupatore.
’Int ’a stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
so’ muorte e se ritirano a chest’ora?

Putevano sta’ ’a me quase ’nu palmo,
quanno ’o Marchese se fermaje ’e botto,
s’avota e tomo tomo… calmo calmo,
dicette a don Gennaro:”Giovanotto!

Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!

La casta è casta e va, sì, rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava, sì, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d’uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente”

“Signor Marchese, nun è colpa mia,
i’ nun v’avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa’ sta fesseria,
i’ che putevo fa’ si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse ’a casciulella cu ’e qquatt’osse
e proprio mo, obbj’… ’nd’a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.

“E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!”

“Famme vedé… piglia sta violenza…
’A verità, Marché, mme so’ scucciato
’e te senti; e si perdo ’a pacienza,
mme scordo ca so’ muorto e so mazzate!…

Ma chi te cride d’essere… nu ddio?
Ccà dinto, ’o vvuo capì, ca simmo eguale?…
… Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io;
ognuno comme a ’na’ato è tale e quale”.

“Lurido porco!… Come ti permetti
paragonarti a me ch’ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?”.

“Tu qua’ Natale… Pasca e Ppifania!!!
T’ ’o vvuo’ mettere ’ncapo… ’int’a cervella
che staje malato ancora e’ fantasia?…
’A morte ’o ssaje ched’e?… è una livella.

’Nu rre, ’nu maggistrato, ’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto, ’a vita e pure ’o nomme:
tu nu t’he’ fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssenti… nun fa’ ’o restivo,
suppuorteme vicino, che te ’mporta?
Sti ppagliacciate ’e ffanno sulo ’e vive:
nuje simmo serie… appartenimmo a morte!”

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Il circolo dell’odio e la storia del capretto

Ieri due stragi scioccanti a Oslo, nella tranquilla Norvegia. Prima si è parlato di fondamentalisti islamici, poi si è visto che a sparare è stato un fondamentalista cristiano, “antimusulmano” (e immagino anche antisemita: in Norvegia l’antisemitismo sta facendo progressi). Ma non importa. Di chiunque sia il merito, a cosa potrebbe servire una strage in più? Chi potrebbe trarne il minimo beneficio? C’è forse, da qualche parte, una vittima che potrebbe mitigare appena la propria miseria grazie a una strage orribile? C’è forse un carnefice che potrebbe aumentare di una virgola la propria potenza seminando il terrore?

Al di là dei suoi motivi o non motivi particolari, la strage di Oslo è l’ennesimo esempio di un odio e di una violenza sciagurati che ci accompagnano dalla notte dei tempi.
Mi viene in mente la storia del capretto, un racconto ebraico reso famoso da Angelo Branduardi. Il racconto si rivolgeva al popolo di Israele, ma avrebbe potuto scriverlo chiunque e vale per tutti.

Non tutti sanno che la canzone di Branduardi Alla fiera dell’est è un adattamento del canto ebraico pasquale Had gadià (Un capretto). Nella canzone di Branduardi il padre è il Signore, il topolino (il capretto o l’agnello) è il popolo di Israele, la fiera dell’est è il luogo da cui proviene la voce di Dio, il gatto, il cane, il bastone ecc. sono i vari regni che cercarono di eliminare il popolo di Israele.
Nella tradizione ebraica, durante le prime due sere di Pesach, che è la Pasqua ebraica, dopo la cena vengono cantate alcune storie, rivolte specialmente ai bambini per offrire loro i primi insegnamenti. Queste storie sono raccolte nell’Haggadà di Pesach e hanno un significato allegorico.
Il racconto del capretto è un’allegoria il cui significato principale è che la giustizia di Dio si esercita sempre, anche quando non ce ne rendiamo conto. Dio punisce chi fa del male. In un’interpretazione storico-politica del racconto, il popolo di Israele è come un capretto, che il Padre ha acquistato con due monete, cioè con le tavole della legge, la Torah. In tutti i tempi, su questo capretto le nazioni del mondo si sono avventate come lupi: il gatto, il cane, il bastone ecc. sono i potenti imperi (Egitto, Persia, Grecia, Maccabei, Roma, Islam…) che hanno esercitato il loro odio verso il popolo di Israele.
In un’interpretazione morale, più in generale, il racconto illustra la tragedia e i pericoli di una spirale di odio. È in questo senso che ora mi interessa: come storia della malvagità umana.
Nell’Haggadà la storia si conclude in modo rassicurante: dopo l’intervento dell’Angelo del male, che può rappresentare le catastrofi mondiali, ovvero l’acme dell’odio, il Signore crea finalmente l’armonia tra le genti, e la storia finisce nella circolarità delle cose, cioè ricongiungendosi con il momento iniziale in cui c’erano solo l’agnello e la Legge (cfr. la pagina dedicata al Pesach su www.torah.it).

All’inizio del film Free zone, il regista israeliano Amos Gitai ha usato una versione differente della Had Gadya, cantata dalla nota artista israeliana Chava Alberstein. Essa offre un’altra lettura della famosa storiella, non rassicurante e più reale. Dopo l’Angelo della morte non vengono il Signore e il regno della pace, ma giunge invece una domanda nuova: quanto durerà questo ciclo di orrore, che si ripete tra l’agnello e il lupo? Il padre lo aveva comprato per due monete, e poi è venuto il gatto, e il cane, e il bastone, e poi e poi… e poi si ricomincia da capo e… e quando finirà questa follia?

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Termina così:

Perché canti, agnellino?
Non è ancora primavera, e neanche Pasqua.
Sei cambiato?
Io sono cambiato quest’anno.
Ogni sera, come tutte le sere,
ho fatto solo quattro domande.
Ma stasera ne ho un’altra.
Quanto durerà questo ciclo di orrore?

Stasera ho un’altra domanda.
Quanto durerà questo ciclo di orrore?
Di persecutore e perseguitato,
di carnefice e vittima.
Quando finirà questa follia?

È cambiato qualcosa?
Io quest’anno sono cambiato.
Ero un tenero agnello,
e sono diventato una tigre
e un lupo selvaggio.
Ero una colomba, una gazzella,
oggi non so più chi sono.

Mio padre lo aveva comprato per due monete.
L’agnello! L’agnello!
Nostro padre lo aveva comprato per due monete.
E si ricomincia da capo.

Questa canzone era uscita nell’album “London” di Chava Alberstein, nel 1989, durante la prima Intifada (qui il brano originale). Essa aveva ovviamente un significato critico nei confronti della politica del governo israeliano, e infatti fu temporaneamente censurata nelle radio ufficiali del paese. Ma non importa: così come noi ascoltiamo Alla fiera dell’est senza sapere che è un canto dedicato a Israele, allo stesso modo possiamo ascoltare la canzone di Alberstein senza riferirla agli arabi o agli israeliani: vale per ciascuno…

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San Giuseppe Moscati e Aniello

Aniello è scappato dall’ospedale. Giuseppe Moscati, non appena se ne accorge, si precipita a cercarlo dove il bambino era solito andare, al quartiere degli spagnoli.
“Avete visto Aniello?” chiede a un gruppetto di bambini seduti sui gradoni di un vicolo scavato tra i muri delle vecchie case.
“Sì, sta là… dietro l’angolo”, risponde una bimba indicandogli una nicchia in fondo al vicolo.
Moscati raggiunge Aniello, febbricitante e rannicchiato contro il muro:
“Anie’, ma perché non mi hai aspettato?”
“Professo’, è così lontano il mare?”
“No, non è lontano”.
“Ve lo ricordate la promessa che m’avete fatto?”, gli domanda Aniello.
“Sì”.
“Quella che m’imparavate a nuotare. Vi siete scurdato?” Aniello sorride e guarda Moscati, che gli prende la mano e abbassa la testa. Poi aggiunge: “Però voi una volta mi avete detto che il mare era ’na bel-lez-za…”
“Sì” annuisce di nuovo Moscati.
“… e che il Signore ce l’aveva dato per confortarci l’Anima…” Moscati abbassa la testa, e Aniello continua: “Professo’, portateci anche a me oggi al mare, che io oggi mi sento tanto sconfortato”.
“Sì, va bene” risponde sottovoce Moscati. Poi lo prende in braccio e lo porta sulla spiaggia, alla battigia. Il mare è calmo tanto quanto basta a far sentire il rumore delle piccole onde che s’infrangono vicino a loro. Due pescatori, di ritorno da una giornata di lavoro, tirano a secco le loro barche sulla spiaggia.
“Professo’, Voi che sapete tutto, mi sapete dire come e quando si muore?”
Moscati esita per qualche istante, poi sorridendo risponde:
“Anie’, ognuno di noi è come una goccia d’acqua, che prima o poi cade nel mare; e quando questa goccia si scioglie, quell’acqua diventa mare”.
“Allora non fa male?” gli domanda Aniello.
“No”.
“Professo’, allora sarà la volta buo’ che m’imparo a nuotare anch’io.” sorride Aniello guardando negli occhi Moscati, e dolcemente muore tra le sue braccia, in riva al mare e San Giuseppe Moscati può piangere il suo piccolo amico.

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Piccolo pensiero sulla guerra in Libia

Anche se non ne sono protagonisti attivi, i profughi costituiscono una dimensione della guerra, ne sono loro malgrado protagonisti. Anche i migranti che, a causa dei disordini, trovano occasione di espatriare, sono parte della guerra. Non sono vittime innocenti — non esistono innocenti — ma sono inermi e inerti e sono indifese prede della brutalità di tutti.
I leghisti si dicono contrari alla guerra in Libia. Non vogliono colpire le postazioni di Gheddafi, non vogliono bombardare Tripoli, non vogliono essere alleati militari dei ribelli. La guerra i leghisti la fanno solo contro i protagonisti più deboli, i più emarginati e i più disturbanti: i profughi e i migranti. Essi cercano d’innalzare un muro della vergogna per arginare gli effetti delle guerre condotte altrove e, se potessero, i bombardamenti li farebbero contro queste vittime più inerti e più indifese.
I dirigenti leghisti sono generali come gli altri, ma più vigliacchi.
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Cosa deve sapere il genitore di uno scout livornese

AVVERTENZE PER I GENITORI DEI RAGAZZI SCOUT LIVORNESI
Molte sono le difficoltà che devono affrontare i ragazzi che fanno esperienze scoutistiche e con loro anche i genitori che a malincuore li lasciano soli.
Queste avvertenze sono per la categoria dei genitori ansiosi, per metterli a conoscenza delle gravi difficoltà in cui saranno impegnati i loro figli.
Un’avvertenza al giorno fa felici i genitori di turno.
Comunque sia, una prima considerazione da fare è certamente la seguente: – La fiducia dei genitori nello scoutismo è inversamente proporzionale alla conoscenza che ne hanno, quindi è tassativo pensare che i ragazzi sono felici ed è questo quello che conta…

Avvertenza n. 1
– Le perturbazioni (ir tempo ’attivo, per chi un avesse ’apito) in arrivo sulle teste de’ vostri figlioli sono direttamente proporzionali all’importanza delle ’ose da fa’ che sono ’n programma.
Se succede che ‘r tempo ‘attivo s’inca…ttivisce ‘ontro di loro, i ragazzi sono felici li stesimo e quest’è quell ‘he conta.
Avvertenza n. 2
– Nelle attività d’una giornata è previsto uno e solo uno di gio’hi da fa’ all’aperto, ecco, quello è ‘r momento bono pe’ piove’.
(Non vi preoccupate, i vostri figlioli saranno mézzi e felici li stesimo e quest’è quell ‘he conta).
Avvertenza n. 3
– Ir successo d’ un’attività è ‘nversamente proporzionale ar tempo e alla ‘ura impiegati pe’ preparalla.
(Più ci perdano tempo e più risulta ‘na schifezza, ma va bene uguale… un vi preoccupate, i ragazzi sono felici li stesimo e quest’è quell ‘he conta).
Avvertenza n. 4
– La veglia alle stelle viene fatta sempre quando c’è foschia o ‘r cielo è nuvoloso. (Quindi, tranquillizzatevi, la veglia un viene fatta e se ne vanno a dormi’ ner su sacco-a-pelo-mummia, bellini bellini… E i ragazzi sono felici li stesimo e quest’è quell ‘he conta).
Avvertenza n. 5
– Se succede ‘na vorta che i ragazzi arrivano ‘n orario alla stazione, quer giorno ‘r treno di vell’ora lì viene ‘ancellato.
(Ma i Capi sanno sempre cosa fare e i ragazzi sono felici li stesimo e quest’è quell ‘he conta).
Avvertenza n. 6
– Quando arrivano di ‘orsa sbagliano binario, se ‘r binario è giusto la direzione è sbagliata, se la direzione è giusta la prima stazione è quella di Pordenone, se ‘r binario è giusto e anco la direzione è giusta, si’uramente un hanno fatto ‘n tempo a timbra’ i biglietti o ne manca uno che è rimasto in mano a chissà chi.
(Ma i Capi sanno sempre cosa fare e i ragazzi sono felici li stesimo e quest’è quell ‘he conta).
Avvertenza n. 7
– E’ matemati’o, manca sempre un ragazzo pe’ pote’ ave’ lo sconto ‘omitiva.
(Vi ‘osterà di più ma i ragazzi un lo sanno e sono felici li stesimo e quest’è quell ‘he conta).
Avvertenza n. 8
– I corridoi delle ‘arrozze de’ treni sono sempre 10 cm più stretti degli zaini pesanti dei ragazzi. Sono talmente pesanti che ‘na vorta ‘na vecchina aiutò un bimbo a attraversa’ la strada.
(Un agitatevi, loro un si agitano, riescano a passa’ e a trova’ un posto a sede’, e se un lo trovano fanno ‘asino e ‘ncominciano a canta’ tutto ‘r canzoniere, stonando e urlando ma sono felici stesimo e quest’è quell ‘he conta).
Avvertenza n. 9
– Ir panino der bimbo a sede’ accanto ar vostro figliolo è sempre più bono di vello che avete preparato voi ‘on le vostre amorevoli manine qualunque sia ‘r tipo di pane o d’imbottitura e se ‘na vorta viene fatta la scerta a caso dei panini messi ‘nsur prato, state tranquilli ir vostro figliolo sceglie vello vostro oppure prende vello peggio ma fatto con le amorevoli manine di un’artra mamma…
(Non preoccupatevi, il ragazzo non rimane digiuno. E’ felice li stesimo e quest’è quell ‘he conta).
Avvertenza n. 10
– Se i vostri bimbi tornano a casa co’ le gambe a salciccia, tranquilli è solo l’orti’a che ha scerto le loro gambe per da’ ‘r meglio di sé. Se non pizzi’a e graffia un è l’orti’a ma sono rovi che sono nati apposta su quer sentiero perché sapevano che i vostri figlioli sarebbero passati di lì. Gli scout si mettano i pantaloni ‘orti proprio pe’ questo e delle gambe paonazze un gliene frega proprio nulla, gio’ano e cantano uguale e sono felici li stesimo e quest’è quell ‘he conta.
Avvertenza n. 11
– Se ir giorno dell’uscita Giugliacci ha detto ‘he pioverà e s’attrezzano di tutto punto co’ ponci (no quelli a vela der Civili, ma quelli pe’ un bagnassi se piove, velli ‘he se li vedi ‘amina’ ar buio ti piglia ‘n infarto, perché sembrano zombi gobbi tutti tappati cor cappuccio e lo zaino sotto ar poncio) quer giorno lì c’è ‘r sole acce’ante ‘he ni spacca la testa. Sudano vanto Rambo nella jungla, ma sono felici li stesimo e quest’è quell ‘he conta.
Avvertenza n. 12
– Se i vostri figlioli devano anda’ ‘n biciretta, ir vento a favore è ‘na bava, vello ‘ontrario è di scirocco, comunque, qualunque sia la direzione scerta ir vento viene da lì e pe’ fa’ 100 metri ci mettano un’ora e mezza, e se sono ‘n ritardo per corpa der vento ni si bu’ano le r’ote, e se riescano a pedalà forte e rimangano ‘n orario ni si rompan le ‘atene e l’unico attrezzo che un hanno portato è proprio vello ‘he serve pe’ aggiustalle e se l’hanno portato lo perdano. Anco se l’urtimi 5 ‘hilometri li devano fa’ a piedi co’ la biciretta a tra’olla, i ragazzi sono felici li stesimo e quest’è quell ‘he conta.
Avvertenza n. 13
– Se i ragazzi devano affronta’ ir sentiero dell’hike vengano f’ori tre specie di scout:
– Il filosofo che riempie la borraccia rassegnato
– Vello mammone ‘he piange ‘ome un rubinetto rotto
– Il furbetto ‘he ci prova perché crede di parla’ co’ la su mamma e dice ‘he ni fa male la pancia.
Ma poi partano anco loro ‘nzieme a quell’artri che lo sentano ‘ome ‘na vestione di vita. Infatti ci si trovano dentro senza sape’ come, lo seguano senza sape’ se è quello giusto e lo perdano senza sape’ ‘ndove l’avrebbe portati.
Ma la filosofia li porta a esse’ felici li stesimo e quest’è quell ‘he conta.
Avvertenza n. 14
– I tiranti della tenda sono stati inventati per fa’ inciampa’ i bimbi e falli casca’ sopra. Inevitabilmente dovrà essere rimontata per poi essere smontata dopo du’ ore. L’interno della tenda è come l’ospiti che sanno di pesce, dopo tre giorni le esalazioni si sentono nella tenda dei vicini e si mischiano ‘on quelle stanziali di loro. Le volpi hanno ‘mparato a tenessi a distanza di si’urezza (per le volpi ovviamente), perciò non avranno brutte sorprese ner bosco. Gli animali si sono passati l’informazione. Gli unici che possano entra’ sono i vostri figlioli che sono felici li stesimo e quest’è quell ‘he conta.
(segue…)

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